Guardami. La mia pelle non porta segni di dolore. È liscia, morbida, quasi perfetta. Ora ascoltami, immergiti nei miei occhi. Ecco, vedi, là in fondo, attorcigliate nelle viscere e nascoste nelle pieghe dell’animo? Quelle sono cicatrici.
Vecchie, aggrovigliate e stanche. Ciascuna ha il suo nome, il suo spessore, la sua lunghezza e la sua irruenza. Ciascuna il suo colore, vivido o sbiadito, ciascuna la sua violenza. Inquiline scomode che albergano un quartier generale di neuroni e passeggiano su eterni vicoli di pensieri. Diffidenti, non si mostrano mai in pubblico, se non vestite di un sorriso smagliante e adorne di un collier di sincero entusiasmo. Subdole, annodano le certezze, soffocando la fiducia e minando la fermezza.
Non volevo guardarle, prima, non volevo dar loro un valore. Con Cicatrici, però, ora ho il coraggio di metterle alla luce, accarezzarle e ringraziarle. Regalarle, forse. Perché, alla fine, le mie cicatrici non sono poi così diverse dalle tue.
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