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Scrivendo a Alice avevo detto: voglio un pensiero su cui
pensare. E a Roma a Marta e Anna avevo sottoposto il mio
desiderio di rivedere tutti i concetti del periodo tra il 70 e
il 72 per scoprire da quali esperienze partivano e su quali
speranze poggiavano, cosa si era rivelato un'illusione,
cosa aveva preso una piega non voluta. Stavo rivedendo il
concetto di esprimersi scrivendo, i limiti del restare sul
piano personale, la definizione di emancipazione, le con-
seguenze dell'esclusione che l'uomo ritorce sulla femmi-
nista e modi per evitarla, la necessità di uscire da uno stato
di crisi perenne puntualizzando i vari momenti positivi del
processo con autoaffermazioni, scoperta della necessità di
una strategia come stimolo a valutare esattamente l'ester-
no, il mondo a cui vorremmo rivolgerci, scoperta quindi
più in generale che proporsi un'azione e non lasciarla al
caso determina un incentivo alla conoscenza della realtà, in
fondo fare il gruppo, tenere insieme e costruire il gruppo è
stato in tutto questo tempo l'azione che, almeno a me
personalmente, ha fornito il materiale per la conoscenza
che mi ero proposta di raggiungere; e ancora, come
osservazione mia propria ma estendibile in senso più
generale, che uno dei punti fondamentali della mia sogget-
tività consiste nel crearmi le circostanze adatte a tirare
fuori ciò che avverto in me di potenziale, ho sempre
lavorato molto non solo di mente ma di circostanze, non
solo parlando, scrivendo, ma allacciando rapporti umani il
più possibile validi in un mondo che ne fornisce spontane-
amente si ma di fasulli e strumentali. Il problema per me
è di prendere coscienza di cosa veramente ho fatto e in che
modo, senza semplificare troppo perché lì c'è proprio il
segreto di qualcosa che va bene, almeno a me va molto
bene. E vorrei continuare, magari con un balzo come
diceva Alice. Perché l'essere soddisfatti non c'è da illuder-
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