Antichità in mostra

Palazzo Te

Egitto, Babilonia, oggetti gonzagheschi, un magnifico ritratto del creatore stesso di Palazzo Te: il destino ha voluto unire collezioni divergenti che illustrano epoche diverse della storia dell’umanità. Forse in ricordo del grande collezionismo di casa Gonzaga, che ebbe tra i suoi massimi interpreti Isabella D’Este e il figlio, il duca Federico.

Il pittore e l'architetto
Giulio Romano, ritratto da Tiziano, appare qui accanto al modellino della sua massima creazione, Palazzo Te. Il dipinto, esito della raffinata maestria luministica del pittore di Pieve di Cadore, mostra l’architetto che si rivolge a noi, situati nel luogo del suo probabile committente, mostrando un grande foglio bianco e luminoso in cui appare il progetto abbastanza dettagliato di una costruzione. Per quanto i restauri abbiano depauperato e irrigidito l’opera, resta magnifico il rapporto tra l’architetto e l’ultimo frutto del suo ingegno, delimitato dalle mani che spiccano uscendo da una veste scura e sobria, a sua volta delineata sopra uno sfondo di impatto cromatico simile. Molte ipotesi sono state proposte in relazione al progetto, che non sembra aver mai conosciuto realizzazione. La pianta circolare di questo edificio può rinviare a destinazioni mantovane, ma non solo. Va comunque sottolineato il pezzo di bravura del Tiziano, che accende tutto il quadro grazie all’esplosione luminosa dei toni bianchi su cui è giocata la rappresentazione del progetto. Il viso di Giulio, serio ma sereno, tradisce il rapporto d’amicizia intercorrente fra i due artisti.
L'antica Babilonia
L'architetto Ugo Sissa (Mantova, 1913-Mantova, 1980) fu un architetto fortemente appassionato alla fotografia e alla pittura. La sua permanenza per motivi di lavoro a Baghdad dal 1953 al 1957 accese il suo interesse per l'archeologia, che in quegli anni stava compiendo grandi progressi nella regione mesopotamica, ovvero fra il Tigri e l'Eufrate, oggi Iraq. I pezzi da lui collezionati vennero lasciati dopo un'importante mostra all'Amministrazione Comunale e in particolare a Palazzo Te, grazie ai suoi eredi, il figlio Paolo e la moglie Tudy Sanmartini. Si tratta di oltre duecento oggetti: statuette, amuleti, sigilli, parti di collane, tavolette, ceramiche, coni, utensili, mattoni. Il bruciaprofumi qui esposto, di non grandi dimensioni, è una specie di scatola appoggiata su quattro piedini. La superficie è decorata in modo geometrico. La particolare tipologia di questo oggetto è collegata ad un periodo in cui il commercio delle spezie tra Mesopotamia e Arabia era particolarmente intenso.

Ecco una tra le sette tavolette con linguaggio cuneiforme presenti nella collezione. In particolare, questa contiene una lista di diversi vasi, che venivano offerti nelle cerimonie per la dea Nin-Isinna, ovvero la Signora di Isin. Si tratta di una delle principali divinità della città stato sumera di Isin, nella bassa Mesopotamia. Sulla tavoletta viene anche riportato il nome dell'anno a cui viene riferita la lista.

L'Egitto di Acerbi
La raccolta Giuseppe Acerbi (Castelgoffredo 1773, Castelgoffredo 1846) è una delle più importanti collezioni egizie in Italia. Acerbi fu un uomo dai molti interessi e dalla vita avventurosa: la sua carriera politica lo portò all'incarico di Console d'Austria a Lisbona; la sua carriera letteraria lo spinse a dirigere la rivista “Biblioteca Italiana”. La sua passione principale furono però i viaggi: ancora giovane visitò le regioni scandinave, giungendo fino a Capo Nord. Ma la parte principale della sua esistenza è strettamente legata all'Egitto: in questa terra antica egli divenne nel 1826 Console generale d'Austria; ne approfittò per dedicarsi all'archeologia e allo studio dell'antica civiltà dei Faraoni, raccogliendo materiali e compiendo un viaggio nell'alto Egitto, documentato da taccuini che ancora oggi conserviamo. I suoi reperti furono divisi in vari musei, a Milano, Firenze, Pavia, Padova.

La sezione principale dei lasciti di Giovanni Acerbi venne donata nel 1840 al Civico Museo di Mantova, che già possedeva a fine settecento due statue egizie. Esposta dopo il 1925 nelle sale del Palazzo Ducale, divenne poi, in epoca contemporanea, uno dei principali nuclei del museo di Palazzo Te.
La magnifica statua di gatto è uno degli esemplari artisticamente più importanti della raccolta. Alta 36 centimetri, è stata modellata con grande attenzione e realismo, dando particolare risalto alla muscolatura e all'aspetto fiero della testa. Il gatto è ovviamente animale sacro in Egitto, in particolare in relazione alla dea Bastet. L'opera appartiene alla XXV dinastia, nel Terzo Periodo Intermedio dopo il Nuovo Regno, caratterizzata dal governo di sovrani nubiani, discendenti dai sacerdoti di Amon scacciati da Tebe secoli prima.

Magnifico esemplare di testa bronzea di epoca ellenistica. Secondo alcuni studiosi ritrae la regina Arsinoe III, che sposò il fratello Tolomeo IV (222-209 a.C.). Secondo altri, viene qui raffigurata la dea Afrodite, e l'esemplare apparterrebbe agli ultimi anni prima dell'avvento di Cristo, soprattutto a causa della foggia dei capelli. In ogni caso, la bellezza del volto reca con sé una grande intensità, accentuata oggi dagli occhi vuoti, che un tempo ovviamente ospitavano globi in pasta di vetro o addirittura gemme.

Questa piccola ma graziosa statuetta di legno stuccato e policromo apparteneva ad un corredo funebre risalente all’epoca del Nuovo Regno. Come è noto, nella complessa religione egizia era fondamentale che il morto fosse circondato nella sua sepoltura da un ricco corredo di immagini, capaci di proteggerlo in vario modo nel suo viaggio ultraterreno. Il falco è colorato di rosso scuro, mentre sul petto bianco appare una serie di fasce blu alternate da una rossa, forse come rappresentazione di un collare. Il falco viene dagli Egizi associato al dio Horus, fondamentale figura solare, figlio di Iside e Osiride. Così, l’occhio del falco diviene il globo raggiante.

Questo coperchio rappresenta la testa del dio Duamutef, uno dei quattro potenti figli di Horus, dio che protegge uno dei canopi in cui sono conservate le interiora del defunto, il cui corpo invece affrontava un processo di mummificazione. In questo caso, il dio ha testa di sciacallo, mentre le altre tre divinità presentavano volti di falco, babbuino e uomo. Sul manufatto appaiono tracce di colore nero.

Questo frammento, alto 11,5 centimetri, rappresenta un uomo che offre alla divinità un naos.
Il naos, in architettura, è una parte interna del tempio, costruita come una cella che ospita una figura divina. Così, in questo caso, il personaggio effigiato presenta al dio il luogo dove verrà venerato il dio medesimo. Un testo inciso sulla statuetta ci spiega come si tratti di offerte fatte dal re ad Osiride. Il rito avviene tramite la mediazione del sacerdote ritratto, il cui cranio doveva essere rasato.

Altri Gonzaga
La sezione gonzaghesca del Museo Civico di Palazzo Te venne formata non grazie ad una singola donazione ma dall'unione di esemplari provenienti da diverse fonti. Essa è composta da un'importante raccolta di monete e da un ancor più rilevante gruppo di medaglie, tra gli esemplari più alti del rinascimento italiano. Si aggiunge infine un insieme di pesi e misure gonzaghesche. La medaglia di Gianfrancesco (1394-1444), primo marchese di Mantova, di cui qui si presenta il recto, ha un autore particolarmente insigne. Si tratta di Antonio Pisano detto il Pisanello, genio del gotico internazionale, colui che creò il più grande affresco cavalleresco oggi esistente, scoperto in Palazzo Ducale dal sovrintendente Paccagnini negli anni settanta del ventesimo secolo.

A servizio del marchese Gianfrancesco per un periodo non breve, il Pisanello, la cui attività di medaglista è ben nota, scolpisce sul recto della medaglia il nome e il titolo del suo committente. Nel verso del medesimo esemplare appare invece la firma dell'artista, firma che accompagna il marchese in sella a un destriero, a fianco di un altro cavaliere che si collega nell'aspetto a dettagli presenti nell'affresco del Ducale. Affresco che racconta le gesta di personaggi legati alla Tavola Rotonda ed il grande torneo in cui furono coinvolti.

Sotto il bordo di questo recipiente a forma di secchia si trova una scritta che recita: “OLEARUM SOLEI SEX DEC EXEMPLUM PARTIS 1554”. Oltre a riportare l'anno a cui appartiene l'esemplare, si dichiara anche che la misura contenuta è la sedicesima parte del solio mantovano. Il manufatto è arricchito da una decorazione vegetale e da quattro stemmi: di Ercole Gonzaga, del Comune di Mantova, di Margherita Paleologo. Il quarto è lo stemma composito dei Paleologo e dei Gonzaga.

Riconoscimenti: storia

Ideato e promosso da / Founded and Promoted by:
Mattia Palazzi (Sindaco del Comune di Mantova)
con Lorenza Baroncelli (Assessore alla rigenerazione urbana e del territorio, marketing urbano, progetti e relazioni internazionali del Comune di Mantova)

Coordinamento Scientifico / Scientific Coordinator:
Sebastiano Sali

Curatore testi e immagini / Superintendent texts and images:
Giovanni Pasetti

In collaborazione con / in cooperation with:
Stefano Benetti (Palazzo Te e Musei Civici)

Foto di / Photo by:
Gian Maria Pontiroli

Redazione / Editors:
Erica Beccalossi
Sara Crimella
Carlotta Depalmas
Ilaria Pezzini
Veronica Zirelli

Un ringraziamento speciale a / A special thanks to:
Giuseppe Billoni
Chiara Pisani
Paola Somenzi
I ragazzi del FabLab di Mantova
Lo staff di Palazzo Te che ha fatto il turno dalle 19 all’1 del mattino per la gigapixel per tre giorni di fila

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
In alcuni casi, la storia potrebbe essere stata realizzata da una terza parte indipendente; pertanto, potrebbe non sempre rappresentare la politica delle istituzioni (elencate di seguito) che hanno fornito i contenuti.
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