I colori di Mantova

Palazzo Te

La pittura mantovana, tra Ottocento e Novecento, interpreta in modo particolare gli esiti della pittura italiana e internazionale. Prevalgono infatti da un lato i ritratti, realizzati con notevole partecipazione emotiva; dall’altro, le figurazioni più espressioniste, che si aggiornano con il passare dei decenni del ventesimo secolo.

Domenico e Vindizio
Pesenti nasce a Medole, nel mantovano. Discende da una famiglia di possidenti locali, che subisce nel tempo numerosi dissesti finanziari. La vocazione artistica è prepotente in lui, e lo porta presto ad allontanarsi dal piccolo paese natale. Vive a Milano, gira per l’Italia, resta oltre venti anni a Firenze, ritorna a Mantova solo nel 1897. È un artista completo, che vive delle sue opere e partecipa a numerose mostre pubbliche. Questa veduta di Siena del 1872, in cui i monumenti antichi sono visti da un parco alla loro stessa altezza, ha lo splendore dell’aria tersa tipico di una certa pittura toscana sospesa tra l’accademia e le nuove tendenze moderne. Tutto è visibile, tutto appare. Il soldatino accanto al muretto ricorda Giovanni Fattori e ci ricorda anche come Domenico giovanissimo avesse assistito agli scontri della seconda Guerra d’Indipendenza, poiché Solferino non è lontano da Medole.

Questo dipinto del 1889 è una prepotente dimostrazione della maestria di Pesenti. Egli in effetti compone uno studio di volumi, in cui gli elementi architettonici delle cappelle vengono usati per creare spazi via via più illuminati. Fino al piccolo gruppo di persone che si staglia in fondo, nella zona in cui la luce è più chiara, come se fossero alla fine di una galleria. Qui sta la classicità dell’artista, che determina una pittura senza tempo.

Pesenti è anche sensibile ritrattista, ma questo dipinto del 1884 cela anche un dramma personale. La sorella Maria Teresa era morta nel 1880 lasciando tre figli: Azzurrino, Vindizio e Neli, una bambina. Domenico vuole fare del piccolo Azzurrino un artista e lo porta con sé a Firenze. Ma il bambino muore a soli nove anni, di meningite. Questa sua immagine, che lo rappresenta quasi come un giovanissimo Raffaello, coglie la tristezza dello sguardo.

Da un punto di vista pittorico, Pesenti non arretra mai di fronte alle difficoltà compositive: ne è prova la chioma fulva dei capelli di Azzurrino, che si confonde con la tappezzeria quasi del medesimo colore.

Il tutto fa risaltare ancora di più il pallore del viso.

Il ragazzo pare un giovane Raffaello.

Un altro dipinto del 1884 che mostra ancora Azzurrino, questa volta frontalmente. Pesenti è un perfetto esempio della pittura ottocentesca italiana, ricca di una sensibilità che tuttavia non sfocia nella nuova maniera impressionista. I colori restano così immersi nel classico contrasto tra luce ed ombra, arrivando solo raramente all’apertura luministica francese, senza perdere mai la precisione realistica nel tratto.

Giunti all’ultimo decennio dell’ottocento, Domenico approfondisce e consolida l’arte del ritratto. Qui, un giovane ignoto ci guarda con grande intensità. La sua figura si richiama da un lato all’esperienza di Giovanni Fattori (1825-1908). Dall’altro, non prescinde dalla lezione cinquecentesca dei grandi maestri italiani.


La gamma espressiva di Pesenti tocca, verso la fine del secolo, punti di grande realismo analitico. Nulla è lasciato al caso in questo ritratto di donna, dalla caratteristica acconciatura, assolutamente intenta a compiere il proprio lavoro. È un dipinto totalmente anti-impressionista, in cui ogni dettaglio mantiene il proprio valore e l’unica accensione cromatica consiste nel grande fazzoletto rosso fiorito, appoggiato sulle spalle.

Il dipinto del 1885 coglie con immediatezza un piccolo episodio festoso che si svolge sopra una balconata di una città toscana, probabilmente Firenze. All’interno del consueto apparato volumetrico di case costruite una accanto all’altra e dominate da un’agile cupola, Pesenti inventa un gruppo di suonatori che fa ballare due coppie di giovani innamorati, mentre un’altra donna li guarda avendo accanto una bambina. Notevole è la pennellata vibrante che l’artista usa per ritrarre le piccole figure.

Pesenti, ormai anziano, ci guarda con aria severa. Nell’ultima parte della sua vita, egli ama dipingere figure immerse nell’oscurità, in cui il solo volto è rivestito da tracce di luce. La sensibilità dell’artista lo conduce talvolta a modi diversi di rappresentazione, pur mantenendo sempre una solidità classica. Così, in questo caso il pittore usa la luce dorata per sfumare i dettagli del volto e immergere tutta l’opera in un’atmosfera che si allontana dalla capacità analitica dimostrata altrove.

Anche Vindizio nasce a Medole, divenendo dopo la morte del fratello Azzurrino il nipote prediletto di Domenico. Verso di lui lo zio riversa tutto il proprio amore, oltre al desiderio di condurlo verso una vita artistica importante. In effetti, questo avviene. Vindizio avrà il privilegio di frequentare Parigi e di costeggiare l’avventura futurista. Egli avrà inoltre l’onore di ricevere nel 1916 una recensione da parte di Umberto Boccioni, che descrive minuziosamente la sua tecnica pittorica.
Potremmo definire fondamentalmente divisionista la pittura di Vindizio. In questo autoritratto giovanile prevale ancora l’attenzione verso la composizione e la precisione di cui lo zio era maestro. Bella l’intensità del volto, in cui appare un giovane dalle forti aspirazioni artistiche, risolutamente figlio del proprio tempo.
Le opere di Vindizio e Domenico di proprietà di Palazzo Te appartengono tutte ad un lascito perfezionato nel 2001 per volontà della nuora di Nodari Pesenti, signora Licia.


Questa smilza figura di uomo della Belle Époque ha caratteristiche vicine alla pittura di Giovanni Boldini, per la sveltezza del tratto e la verticalità del segno. La sensibilità di Vindizio lo inserisce a pieno diritto nella pittura europea del tempo, offrendogli un ruolo di rilievo nel panorama italiano, spesso esitante rispetto alle suggestioni internazionali. Certo, egli non compirà mai il passo decisivo verso l’avanguardia che i futuristi furono invece in grado di affrontare, negli stessi anni di questo autoritratto. Vindizio rimarrà dunque nell’ambito di un divisionismo esteticamente valido, che si trasformerà più tardi in un post-impressionismo vibrante di luce.

Altri talenti mantovani
Defendi Semeghini è figura anomala nel panorama lombardo. Nato a Quistello, terra che darà la nascita a tanti altri eccellenti artisti (l’altro Semeghini, Gorni, Alberto Viani), frequenta giovanissimo l’Accademia di Brera, diviene garibaldino, partecipa all’Esposizione Universale di Parigi, vede suoi disegni pubblicati dal settimanale francese L’Illustration. Eccellente caricaturista, ma pittore senz’altro realista, egli non rinuncerà mai ad una rappresentazione immediata dei suoi soggetti preferiti, ovvero gli uomini e le donne del popolo. In questa opera, un ragazzino si dondola sull’altalena appesa nella campagna padana, mentre un suo amico l’osserva con atteggiamento pigro e distratto. Felicità di una scena estiva immersa nel verde, mentre un cielo azzurro e mosso fa da sfondo ai giochi svagati.

Il giovane artista non ingentilisce affatto l’immagine della moglie, che domina il quadro con la sua fissità quasi stupita, nell’atteggiamento tipico di chi si ribellerebbe volentieri al ritratto. Ma la mano di Defendi è potente, il suo verismo quasi crudele. Il suo occhio tuttavia coglie la bellezza e il pallore dei fiori che, se pur colorati, accompagnano splendidamente le vesti grige della sposa, seduta sopra un divano a sua volta fiorito, mentre un finto volo di farfalle orna la tappezzeria della casa.

In quest’opera del 1875 il personaggio del ritratto guarda davanti a sé in modo quasi ostile: anzi, evita di incrociare il nostro sguardo, dimostrando un insieme di fierezza e di timidezza che lo rende così immediatamente vero. La pittura di Defendi apparentemente rifiuta ogni orpello e può sembrare in taluni casi troppo semplice. Al contrario, la sua arte è raffinata, come dimostra qui l’accendersi del bianco della camicia, che da sola illumina un volto e una scena.

L’autoritratto del 1880 deve gran parte del suo fascino proprio allo stato non finito in cui l’artista lo lasciò. Posizionato nell’angolo a sinistra di un cartone in gran parte bianco, il volto quasi spaurito è un frammento giunto dal passato, la traccia labile di un’esistenza breve. Qui, però, Defendi mostra la sua natura romantica, sia per aver raffigurato se stesso nell’età in cui le speranze iniziano a cedere il passo alla realtà, sia perché la sua pennellata traduce il fremito di una fisionomia, veristica ma partecipe, per nulla retorica anzi ricca di dettagli significativi.

Si tratta di una delle prime opere di rilievo dell’autore. L’anno in cui viene dipinta, il 1910, è per lui uno spartiacque. La sua anima inquieta lo porta a trasferirsi a Monaco di Baviera, dove avrà modo, in un periodo eccezionalmente fecondo, di venire a contatto con i modi dell’espressionismo nascente. Conosce Kokoschka e, a Parigi, Braque. Al ritorno in patria può muoversi con decisione nel cammino di una pittura aggiornata rispetto alle avanguardie, quindi assolutamente non provinciale. I suoi due punti di riferimento sono da un lato la ricerca espressiva costante, dall’altro il mondo contadino da cui proviene.
Maternità è ancora un frutto giovanile, segnato da esigenze formali e da un approccio simbolista, nei modi ad esempio di Gaetano Previati, benché gli accesi colori indichino già una direzione precisa. Resta un documento interessante all’interno di un’avventura artistica assai intensa.

Firma molto conosciuta a livello nazionale, il giovane Moretti Foggia ebbe modo di dimostrare precocemente la propria abilità tecnica, studiando prima presso l’Accademia Cignaroli di Verona, poi presso l’Accademia di Brera, quindi sottoponendosi al magistero di Cesare Tallone. Pittore ben radicato nell’ottocento, interprete di una pennellata mossa e vibrante, egli cercò spesso temi esotici. Questa Carovana del 1910, ad esempio, dimostra un solido mestiere, che si traduce nella raffigurazione realista degli uomini bendati che procedono da destra verso sinistra nella gialla calura di un deserto montagnoso, in marcia molto probabilmente verso il Sudan.

Personaggio di grande cultura e di interessi letterari, Beduschi, il cui nome indica il patriottismo del padre, sarà nella vita più critico d’arte e poeta che pittore conosciuto. Eppure la sua inclinazione artistica è forte e le sue opere sono di grande rilievo. Inoltre, abitando prima a Firenze poi a Roma, egli sfugge ai difetti ed al compiacimento della provincia. L’autore scrive, occupandosi dell’impressionismo francese: ‘‘le ombre son esse pure luce, son esse pure colore’’. Così, nell’opera del 1918 qui presentata convivono un approccio intimista che lo apparenta ad Armando Spadini e una tecnica attenta e aggiornata che giustappone appunto i colori, trovandosi a metà tra il divisionismo e un profumo di Francia a cui non guasta la partecipe vivacità del viso ritratto.

Archimede Bresciani, detto da Gazoldo per il suo forte legame con il paese natale, è pittore notevolissimo, emblema del passaggio dell’arte italiana dal diciannovesimo al ventesimo secolo. Risiedendo a Milano, egli è aggiornato rispetto alle nuove tendenze in campo, anche quelle futuriste. Si distingue comunque per l’oscillazione tra un naturalismo partecipe della vita degli umili, un realismo compatto e di ottima fattura, alcune accensioni simboliste che sono meditazioni sul destino degli uomini e del loro corpo. Anche nei ritratti, come in questo caso, egli riesce a offrire prove convincenti, sposando l’intimismo della rappresentazione alla felicità dei colori e della luce.


La nascita a Quistello non impedisce a Pio Semeghini di trascorrere una significativa parte della sua vita a Venezia. La città lagunare gli concede il dono della luce, soffusa od abbagliante, in cui le cose e i personaggi sembrano svanire, nei loro toni talvolta accesi, talvolta sfuggenti. Il pittore è certamente un personaggio di assoluta importanza artistica nell’Italia della prima metà del novecento. Quest’opera del 1930 è pienamente esemplificativa dei suoi modi. Le due sorelle sono tratteggiate con tocchi liberi e svelti, seguendo la nuova attitudine nell’esporre il volto umano che in tutta Europa prese piede, da Modigliani in poi. Chiarissime sono le carnagioni, immediato è il rapporto con chi guarda. Figure quasi fantasmatiche, che tuttavia mostrano una profonda verità esistenziale.

Eccellente disegnatore, straordinario caricaturista, Cavicchini non riuscì ad imporsi pienamente nel panorama artistico nazionale, nonostante la partecipazione a numerose esposizioni di grande livello. La morte precoce lo privò di riconoscimenti prestigiosi che certamente avrebbe raggiunto. Eppure, la sua cifra anche pittorica è molto alta. La sua riflessione sull’universo degli oggetti e dei personaggi lo rende partecipe alle intonazioni dolenti ed assorte di alcuni maestri italiani fra le due guerre. Così, la donna da lui dipinta nel 1930 presenta una sicurezza nei volumi e nella composizione che si approfondisce nello sguardo verso il vuoto e nella piccola natura morta al suo fianco, che sembra essere una vera compagna di dialogo. Le tinte e la schematizzazione dell’interno compiono poi il piccolo miracolo di una scena domestica perfettamente conclusa in se stessa.

Nell’ambito di un espressionismo addolcito nei toni e arricchito da un’ottima sensibilità grafica si muove il pittore, che durante la sua vita fu figura centrale nello sviluppo novecentesco dell’arte mantovana. Questa grande opera del 1930, che basa il suo impatto sull’azzurro acceso del cielo su cui si stagliano i rami dell’albero, è considerata uno dei suoi capolavori, perché unisce i valori naturalistici della campagna al solido impianto emotivo, in cui appare la primavera mentre si annuncia in modo quasi drammatico.

Nel novecento mantovano, Dal Prato è uomo di riferimento per la solidità della tecnica, per l’equilibrio inventivo, per il tratto nobile dei ritratti. La sua partecipazione a innumerevoli mostre e il suo magistero di insegnante appassionato e attento furono gli elementi distintivi di una lunga vita. Si affermò anche come creatore di scene sacre, che uniscono la quotidianità allo spirito del Vangelo.
In questo ritratto del 1936, l’agile e composta figura richiama alcuni aspetti della Scuola Romana, avvicinandosi in particolare a Virgilio Guidi (1891 - 1984). D’altra parte, l’uso di tonalità chiare o chiarissime lega Dal Prato all’esperienza del Chiarismo, corrente pittorica che da Milano prese vigorosamente piede nell’Alto Mantovano, arricchendo opere dal tema semplice grazie ad una luminosità cromatica elevatissima.

Il dipinto del 1947 è il ritratto di un’intimità, in cui si mostra anche l’adesione dell’artista ai valori cristiani. La donna è seduta, le palpebre abbassate, le mani che si toccano, che si stringono quasi, un atteggiamento d’attesa. Nessuna tensione dolorosa traspare dalla figura, cinta da una semplice e bellissima veste verde. Piuttosto, appare qui l’adesione incondizionata al percorso della vita, la serena accettazione della realtà. Non si tratta di un sonno o di un riposo, quanto piuttosto di una stabilità che, grazie al tratto senza tempo della pittura, ci conduce alla visione di un’anima immersa in silenziosi pensieri.

Riconoscimenti: storia

Ideato e promosso da / Founded and Promoted by:
Mattia Palazzi (Sindaco del Comune di Mantova)
con Lorenza Baroncelli (Assessore alla rigenerazione urbana e del territorio, marketing urbano, progetti e relazioni internazionali del Comune di Mantova )

Coordinamento Scientifico / Scientific Coordinator:
Sebastiano Sali

Curatore testi e immagini / Superintendent texts and images:
Giovanni Pasetti

In collaborazione con / in cooperation with:
Stefano Benetti (Palazzo Te e Musei Civici)

Foto di / Photo by:
Gian Maria Pontiroli

Redazione / Editors:
Erica Beccalossi
Sara Crimella
Carlotta Depalmas
Ilaria Pezzini
Veronica Zirelli

Un ringraziamento speciale a / A special thanks to:
Giuseppe Billoni
Emma Catherine Gainsforth
Olmo Montgomery
Chiara Pisani
Paola Somenzi

Lo staff di Palazzo Te che ha fatto il turno dalle 19 all’1 del mattino per la gigapixel per tre giorni di fila

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
In alcuni casi, la storia potrebbe essere stata realizzata da una terza parte indipendente; pertanto, potrebbe non sempre rappresentare la politica delle istituzioni (elencate di seguito) che hanno fornito i contenuti.
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