Palazzo Mocenigo

Palazzo Mocenigo

Museo del Tessuto e del Costume con i percorsi dedicati al profumo

Il Palazzo
Palazzo Mocenigo è un grande edificio di origine gotica ampiamente ristrutturato all'inizio del XVII secolo, periodo a cui risale l'aspetto attuale. Dal XVII secolo il palazzo è stato la residenza del ramo di San Stae della famiglia Mocenigo, una delle famiglie più importanti del patriziato veneziano, di cui sette membri diventarono dogi tra il 1414 e il 1778. Le due facciate esterne, sulla strada (salizàda) e sul canale di San Stae, sono caratterizzate dalle ampie "serliane", finestre ricorrenti nell'architettura veneziana del XVII/XVIII secolo.

Il percorso di visita, completamente rinnovato e ampliato alla fine del 2013, si snoda in venti sale al primo piano nobile, raddoppiando le aree espositive aperte nel 1985.

L'ambiente nel suo insieme evoca diversi aspetti della vita e delle attività dei nobili veneziani tra il XVII e il XVIII secolo, ed è popolato da manichini che indossano preziosi abiti e accessori antichi appartenenti al Centro Studi annesso al museo. Realizzati in tessuti operati, impreziositi da ricami e merletti, essi documentano la perizia degli artigiani del tempo e l'eleganza raffinata e lussuosa per la quale i veneziani erano famosi.

I dipinti qui esposti sono per lo più ritratti dei Mocenigo o raccontano vicende che li riguardano. Quattro dei grandi ritratti alle pareti sono di sovrani presso i quali i Mocenigo erano ambasciatori, mentre due dei sette dogi appartenenti alla famiglia sono ritratti sulle sovrapporte, gli altri nel lungo fregio sotto il soffitto, realizzato su modello di quello della Sala del Maggior
Consiglio nel Palazzo Ducale, insieme ad altri numerosi membri illustri del casato.

I dipinti di questa sala appartengono tutti al
museo e riguardano celebri membri
del ramo della famiglia Mocenigo che
abitava qui. I due dipinti di Antonio
Joli (Modena, 1700 - Napoli, 1777) sono
ambientati a Roma e si riferiscono a Piero Mocenigo
(1632-1678), ambasciatore prima a Londra
e poi nella città del Papa. I pastelli di
Francesco Pavona (Udine, 1695 - Venezia,
1777) ritraggono il doge Alvise IV, sua moglie
Pisa Corner e un fratello (?).

In questa sala, i mobili settecenteschi intagliati
e laccati appartenenti al
palazzo sono stati abbinati a
vetri soffiati muranesi dello stesso periodo e i dipinti
alle pareti provengono dalle collezioni del Museo
Correr. I preziosi tessuti in seta
appartengono, come tutti quelli esposti
lungo il percorso del museo, al Centro Studi
di Storia del Tessuto e del Costume, mentre
tutte le porcellane cinesi provengono dal
Tesoro della Scuola Grande di San
Rocco.

Sul tavolo, ornato da tovaglia
in merletto di Burano, e sulle
console i vetri muranesi settecenteschi
sono soffiati e lavorati a mano, mentre
le bottiglie e i bicchieri realizzati a Venezia sono in
stile "Boemia".

In questa piccola sala decorata a stucchi
policromi, dove è stata collocata una serie di dipinti provenienti dal
Museo Correr, dominano i magnifici
abiti settecenteschi. Per l'abbigliamento
femminile si preferiscono tessuti leggeri, dalle tinte
chiare; le gonne sono gonfiate ai
fianchi dai panier; gli attillati corpetti
presentano ampie scollature e dalle maniche
escono cascate di merletto. Nei primi
decenni del secolo si afferma un nuovo modello
d'abito, che risponde a un'esigenza di maggiore libertà nei movimenti: l'andrienne, chiamato a Venezia "andrié", caratterizzato da una falda a pieghe che scende dalle spalle allargandosi in un ampio strascico.

Gli abiti da uomo esposti in questa sala sembrano in gran parte abbandonare i severi modelli del XVI e XVII secolo di ispirazione militaresca, in favore di forme più sciolte e raffinate, che riprendono molti degli elementi presenti nella moda femminile, come l'abbondante uso di pizzi e ricami. La toga era invece la veste ufficiale del patriziato: in panno nero a maniche larghe foderate di rosso per i Savi, gli Avogadori e i capi della Quarantia, completamente rossa per i Senatori e i Consiglieri ducali.

La sala è dedicata a questo classico
capo di abbigliamento maschile, di cui ne sono esposti
oltre cinquanta esemplari provenienti dal fondo Cini delle
collezioni del Centro Studi di Storia del Tessuto
e del Costume annesso al museo.
Il gilet si diffonde alla fine del XVII secolo
ed è generalmente in tessuto prezioso,
lungo fino al ginocchio e completamente abbottonato
sul davanti. Veniva indossato sotto la
giacca; generalmente era in seta sul davanti
e in lino o cotone nella parte posteriore. In quel
periodo aveva ancora le maniche e serviva
principalmente come protezione dal freddo. Nel
Settecento, epoca a cui risalgono
i modelli esposti in questa sala,
questo capo si accorcia oltrepassando di poco il punto vita e termina sul davanti con due punte.

A fine secolo perde
le maniche, acquistando talvolta
il colletto.

La nuova sezione del profumo, composta da cinque sale, nasce per arricchire il percorso espositivo al primo piano nobile del Museo di San Stae.
Questa sala evoca il laboratorio quasi alchemico del profumiere, muschiere, depositario fin dal Cinquecento di tecniche e ricette per la fabbricazione di saponi, olii, paste, polveri e liquidi per profumare cose, persone, abiti, guanti, ambienti. Notevole il cinquecentesco erbario di Pietro Andrea Mattioli, che illustra, tra l’altro, la tecnica della distillazione. Costoso e ricercato, il profumo necessita di materie prime spesso rare ed esotiche, di origine vegetale come il benzoino e la cannella, o animale come lo zibetto e l’ambracane. Un pannello a parete con una mappa annusabile propone qui le ammalianti e impervie vie percorse dagli antichi veneziani per procurarsele. Strumenti otto/ novecenteschi, originali o ricostruzioni, – come quella dei telai per estrarre dai fiori gli olii essenziali (enfleurage), o come il cassone pieno di sapone bianco di Venezia a impasto freddo colato con procedura antica – consentono di cogliere l’atmosfera un po’ magica e un po’ industriale di questa grande tradizione. Ci si riferisce anche al mortaio industriale in bronzo di manifattura tedesca del 1921 (Collezione Storp, Monaco), o al distillatore in rame e ferro di manifattura francese, dell’inizio del XX secolo (Collezione Craesens, Milano).

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
In alcuni casi, la storia potrebbe essere stata realizzata da una terza parte indipendente; pertanto, potrebbe non sempre rappresentare la politica delle istituzioni (elencate di seguito) che hanno fornito i contenuti.
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