1805

La Ceramica Monregalese

Unioncamere

La Storia

In provincia di Cuneo la ceramica si sviluppa nel monregalese a partire dall'inizio dell'Ottocento: la vivace economia del distretto, retta dalle manifatture di seta e panni di lana per uso militare da commercializzare con i  centri limitrofi e il territorio ligure, trova nella produzione di “terraglia fine” un importante settore di crescita.

Da un piccolo laboratorio in un fienile di Mondovì Rinchiuso aperto dal medico giacobino Francesco Perotti ebbe inizio nel 1805 la produzione della ceramica monregalese, proseguita da Benedetto Musso nativo di Savona, che attirò saperi e tecnologia dalla città natale e organizzò l'approvvigionamento di legna e argilla dalle valli monregalesi. Furono i legami con la realtà savonese a far giungere a Carassone la famiglia Besio che inaugurò nel 1842 una nuova fabbrica nel quartiere di Piandellavalle: da quella data iniziò una inesorabile gemmazione di unità produttive a Mondovì, Chiusa Pesio, Mombasiglio, Vicoforte e Villanova.

Ormai radicatasi nel tessuto sociale ed economico del monregalese, l'industria ceramica si provò pronta ad assecondare la fase mondiale di espansione economica del ventennio 1850-1870: la produzione cominciò a diffondersi sul mercato popolare e borghese spesso valicando i confini nazionali e continentali.

Furono messi a punto un sistema di foggiatura rapido ed efficace e una serie di tipologie decorative che incontravano in gusto corrente, fresche e di veloce realizzazione: si fissarono così per sempre i caratteri della produzione “Vecchia Mondovì”.

Mondovì

Con il nuovo secolo si presentarono sulla scena due nuovi attori: la Richard-Ginori di Milano che acquistò il Follone dei Musso e lo trasformò in un fabbrica estesa, mderna, ambiziosa e i Levi che dagli anni Venti rilevarono la Besio e cominciarono a gestirla con un nuovo spirito imprenditoriale. La lavorazione novecentesca non mutò nella sostanza quella tradizionale; la foggiatura si svolse attraverso la serializzazione delle operazioni tradizionali.

Dopo la prima guerra mondiale la terraglia tenera cominciò a perdere terreno rispetto alla terraglia forte prodotta in altre fabbriche italiane, divenuta concorrenziale nei prezzi.

Oggi è ancora attivo il laboratorio della Besio 1842: su iniziativa dello scomparso Marco Levi, ultimo proprietario della Besio, è stato inaugurato nel 2010 un ambizioso Museo della ceramica nello storico palazzo Fauzone di Mondovì Piazza (www.museoceramicamondovi.it/).

Le fasi di lavorazione

Nell’Ottocento l’argilla veniva raccolta nelle cave nei mesi estivi e trasportata nei locali umidi della fabbrica, dove restava a maturare per l’inverno e la primavera successivi. In primavera le terre venivano mescolate tra loro con la zappa in un’apposita fossa (“tampa”) di forma rotonda, stemperate con l’acqua e setacciate più volte con strumenti di seta o di ferro. 

L’argilla veniva dunque lasciata nuovamente riposare ed asciugare, ed infine trasferita in fosse di forma ovale, dove gli operai la impastavano con i piedi nudi, aggiungendo, ove necessario, acqua o sabbia. 

Raggiunto il giusto grado di compattezza gli operai facevano con le mani delle palle di argilla che scagliavano contro un muro; questo aveva dei mattoni sporgenti che sostenevano l’argilla, che così si rassodava ed asciugava. Raccolta veniva battuta ripetutamente con un asta di ferro a sezione quadrata, poi divisa in pani e consegnata ai foggiatori. Nel Novecento il materiale (argille di diversa provenienza) veniva macinato a pietra e passato nelle caroline, ossia molini a motore a cilindro orizzontali. L’impasto veniva asciugato nelle presse orizzontali a dischi di tessuto, poi messo a maturare sotto tele di sacco bagnate. Quando assumeva la solidità e la morbidezza volute, veniva messo nella macchina impastatrice da dove usciva trafilata in “pani”.

I pani venivano tagliati con un filo di ferro (nel Novecento con una apposita macchina a vite) in lastre rotonde. L’apprendista prendeva un disco di argilla e lo lasciava cadere con forza su di un modello in gesso, che a sua volta era assicurato alla campana di ghisa di un tornio. Il foggiatore a quel punto, attivato il tornio, abbassava un braccio metallico (la “bascula”), che portava ad una estremità un utensile (la “stecca”) con il profilo del raggio del piatto che si voleva ottenere, e foggiava il pezzo. I tipi più complessi venivano invece foggiati mediante colaggio: in una forma in gesso veniva colata argilla liquida (la “barbottina”) che, una volta asciugata, assumeva la forma voluta.

I pezzi foggiati e lasciati essiccare venivano impilati in caselle cilindriche di materiale refrattario, per evitare il contatto diretto con le fiamme del forno. Impilate e sigillate tra loro con strisce di argilla, le caselle venivano poste nel forno.

Le fornaci più antiche erano composte da una camera di combustione e di due camere di cottura sovrapposte: in quella più alta e più calda venivano posti i pezzi crudi; in quella inferiore, meno calda, i pezzi in biscotto prodotti in una cottura precedente e poi decorati e verniciati.

Le camere erano chiuse ermeticamente con mattoni e malta, con alcuni piccoli fori (dette “spie”) per il controllo della cottura. Il fuoco durava più di 24 ore, alimentato da fascine di castagno.Nel corso dell’Ottocento, con l’ingrandirsi delle fabbriche e dei volumi della produzione le due cotture diventarono indipendenti, in due forni separati e più semplici: uno per i crudi, un altro per il biscotto verniciato.

Negli ultimi decenni del secolo il carbone cominciò a sostituire la legna, e le maggiori fabbriche del distretto si dotarono di grandi forni “Hoffman” a galleria.

Nella prima metà dell’Ottocento a Mondovì i sistemi di decorazione erano relativamente semplici: si usava il pennello, supportato da spugne naturali intagliate o grezze.

Nella seconda parte del secolo il pennello perse progressivamente spazio a vantaggio di spugne, timbri di diverso tipo e mascherine. Nel Novecento fu introdotta la decorazione a mascherina in lamina metallica e pistola ad aria compressa (“a sbruffo”). 

Un sistema ricercato e complesso era il transfer print, grazie a cui veniva trasferito sul biscotto un disegno inciso su lastra di rame. I pezzi decorati venivano poi immersi uno alla volta in grandi tinozze con la vernice silicea in sospensione acquosa, lasciati asciugare e condotti alla seconda e definitiva cottura.

Mondovì e il Territorio

Si incontra la collina di Piazza, fiorita dei suoi palazzi medievali di cotto rosso, in fondo alla piana cuneese. La collina è tutt’altro che un fondale di teatro o un muro che segni la fine di qualcosa. Una porta, piuttosto: una porta d’ingresso sontuosa e solenne di volute barocche verso un mondo ricco e nascosto. Il territorio ha una storia densa e complessa, che si rifiuta di stare nei cliché e pretende un suo racconto dedicato.

Nel Medioevo una costellazione di borghi si unisce alla gente libera che abita la collina di Piazza, e forma un tenace distretto alleato – ma mai sottomesso - dei Savoia. Si governa da sé: ma è scontroso, irascibile, avido. E’ terra di santi, artisti, briganti e contrabbandieri. 

Per le sue valli tortuose passano merci, uomini, saperi; che spesso si fermano e lasciano fertili tracce, nell’industria, nella cultura e nell’arte. La sua identità appassionata si scontra a fine Seicento con il Piemonte della legge e dello Stato moderno; piegato con due dolorose Guerre del Sale, si apre al nuovo secolo del barocco, che ne cambia il volto e modera il suo orgoglio, che diventa laboriosità, gusto per il ben fare.

L’industria della ceramica, che nasce al termine di questa età di passaggio, ne è il simbolo: nata da argille monregalesi e mani liguri, distribuisce i suoi luminosi cocci sui due versanti, del Piemonte e dell’Italia, e dal porto di Savona salpa per altre sponde lontane. I sapienti colpi di pennello portano il vanto monregalese al mondo, fatto di luce e frescura, Sud e Nord, leggerezza e solidità. (http://www.comune.mondovi.cn.it/)

Riconoscimenti: storia

Curatore — Camera doi commercio di Cuneo
Fonte — Museo della Ceramica di Mondovì
Fonte — Museo della Ceramica di Chiusa di Pesio

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
In alcuni casi, la storia potrebbe essere stata realizzata da una terza parte indipendente; pertanto, potrebbe non sempre rappresentare la politica delle istituzioni (elencate di seguito) che hanno fornito i contenuti.
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