Gianfranco Ferré: dall'architettura alla moda

Fondazione Gianfranco Ferré

“Il bagaglio di valori e di certezze che mi vengono dal mio vissuto, dal mio ambiente di origine e dalla mia famiglia in particolare, hanno giocato e continuano a giocare un ruolo determinante nel mio percorso creativo, non meno nella mia vita personale”.

“I cosiddetti solidi valori borghesi, l'educazione, il senso del dovere e della misura, la discrezione, la disciplina sono stati, io credo, il migliore punto di partenza, il migliore trampolino che io potessi augurarmi”.

“Il Politecnico, dunque: la mia università, la facoltà di architettura, dove sono entrato con le idee piuttosto confuse, ma con una grande passione per il disegno”.

“Una passione che ho dovuto coltivare con la pratica, l’esercizio e l’applicazione costante, ammirando chi, tra i miei compagni, mi sembrava eccezionalmente e irraggiungibilmente più bravo”.

(ma poi è diventato MOLTO, MOLTO bravo...)

“… sapevo che non avrei fatto l’architetto. Ma posso affermare con sicurezza che, in tutti questi anni di attività, ogni mia creazione ha almeno un briciolo – e spesso molto di più – di quanto ho imparato al Politecnico di Milano”.

“In termini di logica, metodo, attitudine progettuale, ma anche in termini di volontà di analisi, di gusto per la sperimentazione, di rigore di intenti”.

“Fine anni ‘60, frequentavo ancora l’università… da autodidatta ho realizzato i miei primi bijoux fantasia: qualche cintura, oggetti insoliti per l'epoca, all’avanguardia rispetto a quello che si poteva trovare nelle riviste specializzate. Si trattava di autentico artigianato. Al rigore della forma e al senso preciso del design corrispondeva l'intervento diretto sulla materia…”

“Cuoio tagliato al vivo, metallo e minuterie da ferramenta, plastica: materiali che plasmavo, assemblavo manualmente. Ho fatto vedere questi oggetti ad alcune amiche e compagne di università, ne ho regalato loro qualcuno e alla fine gli addetti ai lavori li hanno notati. Sono piaciuti, hanno stupito e sono stati fotografati”.

“... le mie spille, su Linea italiana – settembre 1970”.

“… le mie cinture, su Grazia – settembre 1971”.

“I miei ‘prodotti’ vengono giudicati interessanti, da compratori e giornalisti. E cominciano ad arrivare le mie prime collaborazioni per la creazione di linee di accessori, con Christiane Bailly e - soprattutto - con Walter Albini, uno dei fondatori del prêt-à-porter italiano, il primo ad avvicinare la moda del vecchio atelier alla realtà industriale.

Tra le mie prime collezioni, forse il mio vero primo passo, la collezione KETCH, interamente prodotta in India, su incarico di una grande azienda genovese, la San Giorgio Impermeabili.

Da qui il mio grande amore per l’India, la sua cultura, i suoi colori e sapori...”

E, tra il 1973 e il 1978, tante nuove collaborazioni:

BLU 4

Les Grenouilles

Courlande

Baila

“Ricordo il debutto di Baila al ristorante Elefante Bianco in Via San Maurilio, a Milano, nel 1974. Senza pedana, gli ospiti erano seduti ai tavoli. C’era la stampa, anche se non tantissima, e c’erano, ovviamente, gli amici. Ricordo applausi fortissimi, tanto entusiasmo, una buona dose di incredulità”.

Infine, il 18 ottobre 1978, la prima sfilata Prêt à Porter “Gianfranco Ferré”, per la Primavera/Estate 1979.

Porta la firma di Adriana Mulassano l’articolo del Corriere della Sera del 20 ottobre 1978.

“Come nasce una collezione? Da un equilibrio formale, una sezione aurea che la mia formazione di architetto ha traslato poi nella moda. Dove si ritrovano creatività costruttiva e passione, un dualismo perfetto che ha permeato tutto il mio lavoro”.

E poi, negli anni a seguire, la collezione Uomo...

“L’uomo di oggi, la donna di oggi. Uguali tra loro nel senso di libertà, nell’indipendenza del carattere, nell’autonomia del gusto“.

... e le linee di accessori, foulards e borse…
“L'accessorio ha sempre catalizzato su di sé quell'interesse proprio dell'essere umano per il dettaglio, il particolare, la sfumatura. Oltre che come complemento dell'abito, l'accessorio riveste un ruolo fondamentale per il suo valore espressivo, come elemento caratterizzante, come connotazione d'identità”.

... scarpe...

... occhiali...

... profumi...

… e un oggetto che segna il tempo, con un design unico.

E ancora, le seconde linee, il jeans…

... e GFF.

Roma, luglio 1986 – gennaio 1989, Alta Moda
“Un altro importante passo anche se non consueto, in un percorso logico: dopo otto anni di prêt-à-porter mi è sembrato naturale e coerente approdare all’Alta Moda. Non sento questo mio duplice impegno creativo come una contrapposizione o uno sdoppiamento. Per me rappresentano due realtà distinte, ma non totalmente estranee”.

Fastosità e femminilità esaltate in un sontuoso cappotto di taffettà e velluto di seta…

… abiti esclusivi, di un’eleganza senza pari, per soddisfare esigenze e necessità tanto particolari quanto reali, per una donna senza dubbio previlegiata.

Ricami e applicazioni, espressioni di straordinaria artigianalità.

Crinoline e balze spumeggianti, organze dall'anima di seta e dal peso piuma e fiori di rafia, per una sognante sensualità.

1989: un altro fondamentale momento nella vita professionale di Ferré, la nomina a Direttore Artistico della Maison Christian Dior.

Alla prima sfilata di Alta Moda, nel luglio 1989, gli viene attribuito il “Dé d’Or”: premio assegnato da una giuria internazionale alla migliore collezione della stagione.

Romantico e regale un abito da sera della prima collezione per Christian Dior.

“La ricetta di stile Dior è riassumibile in quattro parole: lusso e femminilità, rigore e raffinatezza. Con un tocco ineffabile di poesia...”

“… molto mi ha aiutato anche una serie di affinità profonde che ho scoperto di dividere con Monsieur Dior: nel concepire la silhouette femminile, nella fruizione dei materiali, nell'intervento sulle forme dell'abito”.

Una storica struttura d’abito, rivisitata nel segno della leggerezza.

Il binomio “Ferré – Architetto”

“Creare moda è certamente un’operazione di fantasia, una manifestazione di sensibilità e di intuito, ma ne è parte insostituibile un apporto di metodo, un atteggiamento progettuale che si fonda sulla concezione dell’abito come risultato di un intervento programmato e consapevole sulle forme”.

“Un processo di costruzione che parte da una realtà bidimensionale – quella appunto del progetto tracciato sulla carta in forma di disegno – avendo però già in primissima battuta il corpo umano come referente assoluto”.

“Vestire una donna o un uomo significa dunque ragionare in termini di linee, volumi, proporzioni. Esattamente come ‘vestire’ uno spazio.
Ma il corpo umano è un’entità in movimento, da considerare sin dal primissimo abbozzo dell’idea di un abito.

E - soprattutto - non può e non deve mancare l’approccio emozionale, dettato dalla fantasia e dalla sensibilità”.

”Non dimenticare mai che la moda è anche sogno“

“In molti hanno definito i miei abiti architetture tessili. La definizione mi piace. Rende bene l’idea di quello che per me è l’abito: il risultato di un incontro tra forma e materia, guidato dalla mano e dal cuore del creatore”.

La geometria dei cerchi di dimensioni diverse dà la forma all’abito dal movimento plastico.

LA COMPOSIZIONE NELLA MODA.
GLI STRUMENTI

- Il disegno, il progetto come primo momento.
- La materia. I trattamenti e le lavorazioni. La tecnologia e la ricerca.
- Il colore, elemento “intrinseco” al progetto.

“Il disegno è la prima manifestazione concreta di un’idea. Un primo punto d’arrivo nella dimensione della realtà e un punto di partenza per un progetto. Serve a fermare le impressioni e a dar loro un abbozzo di consistenza”.

Un disegno tecnico curato nel dettaglio…

... e la sua trasformazione in un capo di sfilata.

“Dalla materia la moda trae la sua sostanza e persino la sua esistenza fisica e tangibile. La sperimentazione tecnologica offre possibilità inedite di utilizzo dei materiali, ne ottimizza le qualità e le potenzialità, rende possibili accostamenti e trattamenti inediti. E ne inventa di nuovi…”

Il taffetà stropicciato dell’immagine precedente rimanda a queste cortecce d’albero: assonanza sorprendente tra materiali diversi.

“Il colore rappresenta una categoria inscindibile rispetto all’idea dell’abito, alla sua forma e alla sua natura, sin dal primissimo abbozzo e dal primissimo schizzo sulla carta...
Ricerca di sfumature e riflessi inediti, di toni e nuance sorprendenti che formano un lessico che può esprimere energia, poesia, magia, seduzione, purezza”.

Dovendo scegliere solo un tema ricorrente nelle sfilate Ferré, non si può non parlare della camicia bianca: “mai uguale a se stessa eppure inconfondibile nella sua identità, la blusa candida sa essere leggera e fluttuante, impeccabile e severa quando conserva il taglio maschile, sontuosa ed avvolgente come una nuvola, aderente e strizzata come un body…”

La camicia a uomo ricamata.

La camicia da pittore rivisitata.

“La camicia è enfatizzata in alcune sue parti, il collo ed i polsi innanzitutto, oppure ridotta ed intenzionalmente privata di alcune sue parti: la schiena, le spalle, le maniche. Si impreziosisce di pizzi e ricami, è resa sexy dalle trasparenze, oppure incredibilmente ricca ed importante da ruches e volants…”

La camicia dilatata nelle sue parti.

La camicia dalla ricchezza asimmetrica.

“La camicia bianca secondo me. Gianfranco Ferré”

Mostra nella Sala delle Cariatidi a Palazzo Reale, Milano, marzo 2015.

Ragione o sentimento?
“Creare un abito è un processo emozionale che presuppone slancio e inventiva, che mette in gioco suggestioni, sensazioni, impressioni. Tuttavia, l’approccio metodologico è un aspetto indispensabile dell’attività creativa. L’apporto emozionale e sensoriale deve essere razionalizzato, analizzato, codificato e riportato in un’ottica progettuale. Creare un abito richiede dunque di saper sognare razionalmente”.

Leggerezza nei volants finemente plissettati.

Fiori e foglie di un giardino in passerella.

Candore e sensualità nel pizzo e nel ricamo.

Ricchezza e preziosità del tessuto e dei decori.

“Le emozioni devono restare vive e vibranti. Anche se accolto in un museo, vorrei che ogni mio abito continuasse ad essere inteso come un prodotto del nostro tempo che assolve desideri non meno che funzioni concrete, date da assetti culturali e da dinamiche sociali, da ritmi e consuetudini reali”.

“L’uomo è ciò che fa... ed io sono convinto che sia il mio lavoro a raccontarmi al meglio, gli abiti che disegno, lo stile che ho elaborato in tutti questi anni, i valori estetici che mi sforzo di esprimere con coerenza, i traguardi che ho raggiunto, i progetti che animano il mio presente, le sfide che non mi stanco mai di raccogliere...”

Parole, idee e pensieri di Gianfranco Ferré, proposti come citazioni, sono ricavati da sue interviste, note, lezioni e appunti, esprimendo nella forma più diretta e immediata la passione per “l’infinito viaggiare”, reale ma molto più spesso immaginario, che ha sempre animato il suo stile e le sue collezioni.
 
Pubblicazioni:
Ferré Gianfranco, “Lettres à un jeune couturier”, Editions Ballard, Paris, 1995.
Ferré Giusi (a cura di), “Gianfranco Ferré. Itinerario”, Leonardo Arte, Milano, 1999.
Frisa Maria Luisa (a cura di), “Gianfranco Ferré. Lezioni di Moda”, Marsilio, Venezia, 2009.
A.A.V.V., “Fashion Intelligence”, Edizioni del Sud, Bari 2016.

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
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