Forti presenze cittadine

Palazzo del Podestà

Inizia qui un viaggio affascinante che parte dall’aspetto esterno dei due palazzi per giungere ad una descrizione degli affreschi in gran parte medioevali che ornano la grande aula della Ragione e che narrano vicende della vita dell’antico Comune, affinché i mantovani potessero leggere sulle pareti gli episodi fondamentali della loro storia.

Piazza Erbe
Il complesso di edifici attorno alle attuali piazze Erbe e Broletto vedono la loro nascita in epoca medievale e comunale. Non sappiamo se, a fianco della Rotonda di San Lorenzo costruita nella seconda metà dell'undicesimo secolo, forse al tempo di Beatrice Canossa Lorena, esistessero o meno palazzi di epoca matildica e quali funzioni avessero. Sembra invece certo che nel luogo dell'attuale Palazzo del Podestà venisse edificato alla fine del dodicesimo secolo il cosiddetto palazzo vecchio, “Palatium Vetus”, uno dei centri dell'amministrazione comunale del tempo. Vi è infatti una menzione al riguardo sopra una lapide originariamente posta in Porta Mulina, e che reca la data del 1190, la medesima in cui venne edificato il ponte: “et domus est burgi domus urbis facta per ipsos”. Ma il numero dei palazzi pubblici in questa zona è ancora sottoposto ad indagine, anche perché non vi l'assoluta sicurezza della localizzazione verso piazza Erbe o piazza Broletto dell'edificio del 1190.

Altrettanto complessa è la storia dell'attuale Palazzo della Ragione, interposto tra il Podestà e la Rotonda. È però assolutamente sicuro che nel 1227 venne eretto qui il Palazzo Nuovo: “Factum fuit palatium novum supra broleto”, recita il “Breve chronicon mantuanum”. Il nome del Palazzo della Ragione è legato, come in altre città, alla amministrazione della giustizia comunale. L'edificio subì diverse modifiche nel diciottesimo secolo e, dal 1940 in poi, fu sottoposto ad un restauro assai invasivo su progetto dell'architetto Aldo Andreani (1887, Mantova - 1971, Milano).

Il Palazzo del Podestà venne più volte rimaneggiato profondamente, anche a causa di numerosi incendi. Certamente fu eretto, o di nuovo eretto, nel 1227 dal Podestà Loderengo Martinengo, come testimonia la lapide che appare oggi sulla facciata. Ma già nel 1241 subì la devastazione delle fiamme. Dopo un altro rogo nel 1413, l'edificio venne quasi abbattuto nel 1430. Fu in seguito sottoposto ad un importante rifacimento rinascimentale per volontà del Marchese Ludovico Gonzaga. Oggi le sue facciate, da cui spunta il cosidetto Arengario e a cui è addossata la Torre delle Ore, presentano un'indiscutibile impronta fancelliana (Luca Fancelli, 1430, Settignano - 1502, Mantova).

La Torre, detta delle Ore a causa della sua fondamentale funzione di orologio cittadino, svetta dal corpo del Palazzo. Al suo fianco a sinistra, appare una piccola costruzione cinquecentesca di maniera di Giulio Romano.

Il Palazzo della Ragione
La grande aula rettangolare del Palazzo, riaperto dopo accurati restauri, si presenta nuda nelle pareti maggiori e con un’intravatura del tetto completamente moderna. Gli importanti affreschi sopravvissuti coprono, in diversi strati, la parete d’ingresso (parete sud-ovest) e la parete di fondo (parete nord-est), ovvero quella più vicina al complesso del Palazzo del Podestà. Tuttavia, anche sulla parete a sinistra rispetto all'ingresso resistono tracce affrescate, così come avviene nei diversi angoli dell'aula. Questo significa che la superficie pittorica era estesa dovunque. Schematizzando, esistono almeno cinque strati di pitture diverse, che seguono programmi iconografici separati.
Affreschi all'ingresso
La parte superiore triangolare della parete d’ingresso vede alcune grandi e piccole imbarcazioni navigare sopra flutti in cui appaiono creature marine. La grande imbarcazione di sinistra presenta vele a righe nere, e marinai o viaggiatori dai capelli scuri. Negli anni recenti si è aperto un acceso dibattito sul significato di questa raffigurazione. Alcuni hanno sostenuto che le navi evocano i tempi delle Crociate e forse rappresentano i pellegrinaggi in Terra Santa. Altri hanno addirittura alluso ad una celebrazione della presa di Antiochia avvenuta nel 1098, durante la quale venne ritrovata la lancia di San Longino, morto in città nel primo secolo dopo Cristo. Arturo Calzona ritiene invece che si tratti della rievocazione di un assedio fluviale, in particolare quello che il popolo mantovano intraprese per conquistare nel 1114 la rocca di Ripalta (Rivalta) sul fiume Mincio.

Le due imbarcazioni sulla parte destra del timpano hanno vele a righe rosse. La seconda, molto più piccola, sembra trascinata verso sinistra dalla prima. Gli uomini qui dipinti sono a loro volta tratteggiati usando il medesimo colore. In generale, le tre imbarcazioni della parete d'ingresso sembrano procedere verso un porto o una rocca. È da notare che il muro su cui l'ignoto autore ha steso e dipinto la scialbatura leggera non è in assoluta continuità con la parete sottostante, ma rientra rispetto alla stessa. È problematico situare nel tempo, sia come soggetto che come esecuzione, le pitture del timpano d'ingresso e di quello di fondo. Negli studi, la loro datazione varia dai primi decenni del dodicesimo secolo fino alla data certa di costruzione del palazzo, ovvero il 1250: “In tale anno a Mantova fu costruito il palazzo nuovo nel broletto”. Naturalmente, coloro che le attribuiscono ad epoca più antica devono anche sostenere l'esistenza di un primo palazzo in loco.

L'affresco in questione è del tutto particolare. Qui la complessità degli strati raggiunge il culmine. Ma la scena maggiore è fortunatamente precisabile grazie alle scritte che vi compaiono. Per quanto mutila, la striscia affrescata evidenzia una serie di figure, alcune delle quali portano il relativo nome scritto sotto di loro. Inoltre, esiste una data, per l'esattezza il 1251. Una scritta verticale molto più grande separa due personaggi; quello più a destra tiene nella mano e solleva un libro. La scena nel suo complesso è stata identificata come uno dei primissimi esempi, se non il primo, della cosiddetta pittura infamante. Si tratta della rappresentazione pubblica di un episodio deprecabile nella storia della comunità, in cui cittadini traditori hanno dato corso ad un progetto nefasto.

Alcune scritte corrispondono ai nomi di piccoli signori del contado mantovano. Ad esempio, leggiamo di un Aldrigotus Calarosi, di un certo Otholinus e di due personaggi “de Campedillo”, l'attuale Campitello, ovvero Ubaldinus e Mocolinus. Tutti costoro furono coinvolti nelle più generali guerre che opponevano nella pianura padana i seguaci dell'Imperatore ai guelfi sostenitori del Papa. La città di Mantova era guelfa, e per questo fu impegnata in scontri continui. La cittadina di Marcaria, che poteva avvalersi di una rocca in terra e legno eretta sul fiume Oglio, e che ancora oggi sta sulla strada verso Cremona, fu per molto tempo oggetto di contesa. I personaggi che abbiamo nominato, e che portano al collo delle borse contenenti denaro, simbolo del tradimento, consegnarono Marcaria ai cremonesi nel 1251. I mantovani però ripresero il luogo prontamente, ed evidentemente decisero, dopo aver bandito i malfattori, di rappresentare sulle pareti del palazzo la loro perfidia, a perenne monito del popolo.

In questa immagine complessiva della parete d'ingresso possiamo intuire la complessità dei diversi strati della decorazione: lo strato dei quadrati dipinti, quello della scena dei traditori di Marcaria, il San Giacomo trecentesco e uno strato più tardo, corrispondente a festoni celebrativi e ad un grande portale che in parte cancella le figure della scena principale.

Il bellissimo volto, situato sulla parete d'ingresso, corrisponde ad un San Giacomo. Si tratta di uno degli affreschi meno antichi dell'aula. Viene infatti datato ai primi decenni del quattordicesimo secolo, ed è collegato alla divisione in quartieri della città. In particolare, il quartiere di San Giacomo corrispondeva alla zona sud-ovest di Mantova. Gli statuti bonacolsiani del 1313 prescrivevano che i santi protettori delle quattro parti cittadine fossero dipinti sopra i seggi dei quattro consoli di giustizia.

Gli affreschi di fondo
La pittura che più ha suscitato interesse negli studiosi è certamente la grande decorazione del timpano sul fondo. Si tratta evidentemente dell'attacco di un gruppo di cavalieri contro una rocca, i cui lineamenti sono in gran parte perduti, ma di cui restano evidenti tracce. Infatti, l'anonimo pittore ha scelto di colorare i veri mattoni del muro con una tinta rossastra per trasformarli nella raffigurazione dipinta di un castello assediato. L'opera, che deve essere collegata stilisticamente alle navi della parete d'ingresso, è ancora più affascinante perché i cavalieri portano insegne diverse, il che evidentemente allude a numerose schiere provenienti da famiglie nobili distinte. Spicca ad esempio un vessillo con una croce bianca su sfondo rosso.

Pur nei tratti quasi infantili del dipinto, la raffigurazione nel suo complesso ha una grande forza, anche perché, grazie al leggero scialbo di base, gli armati sembrano spuntare direttamente dal muro. Praticamente ogni soldato porta sull'elmo, oppure sopra un vessillo, o sullo scudo, emblemi diversi.

La datazione di questo piccolo ciclo pittorico cavalleresco è fortemente dibattuta. Vi è chi si è spinto a datarlo fino all'epoca a cui si riferisce la famosa lapide del Ponte dei Mulini, che annuncia l'anno 1190. Altri propendono per un periodo seguente, ma che comunque precede la ristrutturazione del Palazzo avvenuta nel 1250. Altri ancora affermano che in realtà anche queste pitture potrebbero essere collocate tra il 1250 e il 1260, pur essendo evidente che esse vengono coperte da un altro strato pittorico ad opera del pittore Grixopolo, quasi certamente appartenente a quel decennio. Non vi è nemmeno chiarezza tra il rapporto tra il ciclo guerresco e la pittura infamante di Marcaria sul lato opposto, che pure rievoca episodi della storia civica.

Ecco i cavalieri (e i fanti) che provengono da destra e vanno verso sinistra, all'assedio della rocca. Qui le insegne spiccano in modo ancora più evidente. Grande speculazione si è fatta sul giglio bianco su sfondo rosso che appare sopra lo scudo (ed anche sopra l'elmo) del cavaliere più animoso. Di nuovo si è cercato di ricondurre questo stemma, molto diffuso in Francia, alle diverse casate nobiliari che si unirono per intraprendere la missione delle crociate. Ancora più a destra, appare uno scudo a fasce bianche e nere che può ricordare lo stemma dei Corradi di Gonzaga, poi semplicemente Gonzaga. Si tratta probabilmente di una coincidenza, anche se esiste traccia di un Gualtiero Gonzaga che nel 1221 partecipò ad una spedizione in Terra Santa.

Il Giudizio Universale
La parete di fondo mostra, sopra i quadrati a finto marmo, una rappresentazione frammentaria del Giudizio Universale. Particolarmente utile è la presenza di una scritta che reca questa firma: “ Grixopulus pictor parmensis depinxi hoc opus”. Anche se la parola “parmensis” è in parte cancellata, si tratta senza dubbio di un maestro, forse di origine orientale, attivo a Mantova negli anni cinquanta del tredicesimo secolo. Lo dimostra un documento del 1252 che lo collega al vescovo Martino, anch'egli di Parma. Alcuni studiosi hanno attribuito a questo pittore gli affreschi superiori del Battistero parmense, oltre ad opere situate in Piemonte e in Savoia. È lui l'autore degli affreschi a tema religioso del Palazzo della Ragione, in continuità con la decorazione a quadrati sottostante.

Sulla parete appaiono le maestose figure di due patriarchi, ovvero Isacco e Giacobbe. Intorno a loro alcuni piccoli alberi e una strana efflorescenza, identificata talvolta in modo erroneo come una cometa. Sulla destra doveva trovarsi, in luogo oggi lacunoso, anche la figura di Abramo. Sopra di loro sono sopravvissute solo le parti inferiori di alcuni personaggi, ormai quasi del tutto perduti. La presenza delle chiavi identifica San Pietro, che accoglie in paradiso fratello Giovanni Bono, come recita una scritta ben visibile. Era costui un uomo, prima attore di strada, poi eremita ed emblema di virtù cristiane, che nacque a Mantova e qui morì nel 1249. Fu sottoposto ad un processo di canonizzazione, che si interruppe proprio negli anni dell'affresco; venne infine proclamato beato nel 1483.

La bella figura di Giacobbe tiene in grembo, così come fa Isaia, le piccole anime dei giusti che il Giudizio Universale promuove alla santità del paradiso.

Ecco un'altra scena riferibile al Giudizio Universale, ovvero al tema largamente illustrato nella parte bassa della parete. In particolare, vediamo a sinistra alcune anime salve che procedono verso la Vergine Maria e San Giovanni, fermi ai piedi della croce. Sono presenti anche, su lati opposti, due angeli vestiti di una tunica bianca. L'iscrizione ai piedi sotto le figure recita: “Venite benedicti in vitam aeternam”. Ancora più sotto appaiono i caratteristici riquadri che dovevano movimentare tutte le superfici affrescate inferiori.

Una visione più ravvicinata della scena, in cui la Vergine, San Giovanni e gli angeli attorniano la croce, simbolo di salvezza universale. L'angelo di destra era preposto a respingere le anime verso la parte infernale. Infatti, la scritta relativa è interpretabile così: “Ite maledicti in ignem aeternum”.

I corpi nudi dei risorti che vengono salvati e si apprestano a partecipare alla beatitudine eterna.

Sovrapposizioni
La sezione centrale del timpano di fondo, là dove c'era la rocca assaltata dai cavalieri, è quasi completamente ricoperta da un affresco opera dello stesso Grixopulo, come ci chiarisce una scritta sulla destra: “Grixopulus fecit hoc opus”. Esiste infatti una seconda firma dello stesso pittore sulla stessa parete. Questo ha portato alcuni ad ipotizzare che, ad un certo momento della vita dell'edificio, l'aula venisse divisa orizzontalmente in due parti diverse.

A sinistra appare un grande San Cristoforo accompagnato a sinistra e a destra da due figure, quella a sinistra certamente femminile, forse coronata. Il Santo, gigantesco, si presenta con l'iconografia classica, recando in braccio il Bambin Gesù e con i piedi immersi nell'acqua. Si tratta quasi di un piccolo vortice, come infatti testimoniano alcune versioni della sua storia, che parlano dell'attraversamento difficile e pericoloso di un fiume.

Nella parte destra del timpano vediamo una Madonna in trono che porta in braccio il Bambin Gesù, visto frontalmente. È circondata da due angeli in volo, da San Pietro e da altre tre figure, tra cui c'è forse un Sant'Andrea e certamente un frate eremita senza aureola, probabilmente ancora Giovanni Bono. Vi è dunque un secondo raddoppiamento nella sezione alta rispetto alla sezione bassa: oltre alla firma dell'autore, anche la rappresentazione del pio uomo particolarmente legato alla città. Sotto l'immagine della Madonna in trono, ecco una lunga scritta che mostra una preghiera rivolta alla Vergine. Iconograficamente, questo affresco riveste un significato diverso rispetto alla rappresentazione sottostante del Giudizio Universale, pur essendone forse il coronamento. Anche l'evidenza stilistica appare leggermente difforme.

Un poeta mago
Sul fianco sinistro del Palazzo del Podestà, in realtà sul fronte principale che dà su Piazza Broletto, campeggia un'edicola in cotto entro la quale appare Virgilio seduto in cattedra, con un sottile libro squadernato sullo scrittoio portatile che egli tiene sulle ginocchia. Il grande poeta latino (Publio Virgilio Marone, 70 a.C. Andes, 19 a.C. Brindisi) fu nel Medioevo anche il simbolo della città in cui era nato e che egli aveva celebrato in molti luoghi delle sue opere. In quel periodo egli era inoltre considerato grande mago e sapiente, poiché si riteneva che avesse intuito prima del tempo l'avvento di Gesù Cristo, scrivendo il celebre passo della quarta Egloga.
Da Roma al Medioevo
Il monumento in questione, la cui iconografia non è mai stata messa in dubbio, vede in uno zoccolo sotto i piedi del poeta i celebri versi: “Mantua me genuit, Calabri rapuere: tenet nunc Partenope: cecini pascua rura duces”. Sotto, l'epigrafe incisa sopra una lastra si riferisce alla costruzione del Palazzo su ordine del podestà Loderengo Martinengo da Brescia, in data 1227. I restauri hanno rilevato tracce di policromia: in particolare è stato rintracciato un rosso porpora sopra la veste. La cornice in cotto sembra databile all'inizio del quindicesimo secolo, cosi come le colonnine in marmo a destra e a sinistra dell'altorilievo. Secondo alcuni studiosi, l'opera nel suo complesso sarebbe il frutto di un più recente (quattrocentesco) montaggio di una statua virgiliana predisposta per altro luogo. In ogni caso, è assolutamente certa la devozione popolare per questo uomo vestito con la berretta dottorale e dall'aspetto ieratico.
Riconoscimenti: storia

Ideato e promosso da / Founded and Promoted by:
Mattia Palazzi (Sindaco del Comune di Mantova)
con Lorenza Baroncelli (Assessore alla rigenerazione urbana e del territorio, marketing urbano, progetti e relazioni internazionali del Comune di Mantova)

Coordinamento Scientifico / Scientific Coordinator:
Sebastiano Sali

Curatore testi e immagini / Superintendent texts and images:
Giovanni Pasetti

Foto di / Photo by:
Gian Maria Pontiroli

Redazione/ Editors:
Erica Beccalossi
Sara Crimella
Carlotta Depalmas
Veronica Zirelli

Un ringraziamento speciale a / A special thanks to:
Emma Catherine Gainsforth
Elisa Gasparini
Paola Menabò
Ciro Molitierno
Paola Somenzi

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
In alcuni casi, la storia potrebbe essere stata realizzata da una terza parte indipendente; pertanto, potrebbe non sempre rappresentare la politica delle istituzioni (elencate di seguito) che hanno fornito i contenuti.
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