Story of the Archive

Viafarini

Questo capitolo vuole raccontare la storia dell’Archivio e dei suoi servizi per gli artisti, organizzati da Viafarini a partire dal 1991 e riorganizzati dal 2008 nel DOCVA Documentation Center for Visual Arts alla Fabbrica del Vapore. Qui si raccolgono materiali di repertorio che risalgono alle prime comunicazioni delle attività d’Archivio, della collaborazione con il Comune di Milano Settore Giovani e con Careof e le testimonianze di chi nel corso degli anni ne è stato responsabile. Si presentano quei curatori che hanno continuativamente incontrato gli artisti, visionato e archiviato i loro materiali, dato loro una consulenza gratuita. Questi sono stati anche i critici che hanno realizzato, attingendo dall’Archivio, mostre collettive con l’intento di dare visibilità e rilievo alle ricerche più mature. Hanno selezionato i materiali più articolati da inserire online nel portale www.italianarea.it e fisicamente all’interno degli innumerevoli scaffali in cui si squadernano i materiali dell’Archivio.

Archivio Viafarini, Viafarini, 1991-01-01/1991-01-01, Dalla collezione di: Viafarini

L’Archivio di Viafarini è nato nel 1991 con lo scopo di documentare la ricerca artistica e in particolare per la raccolta di materiale informativo sul lavoro degli artisti attivi in Italia, ma anche per consigliare e divulgare la ricerca dei giovani artisti. L’Archivio è strumento per curare l’attività espositiva dello spazio ed è anche aperto alla consultazione di artisti, curatori, gallerie e quanti interessati. Nel 1995 Careof e Viafarini hanno avviato una collaborazione con il Comune di Milano Progetto Giovani per offrire servizi di documentazione – l’Archivio, la Biblioteca, la Banca Dati Opportunità ArtBox – e organizzare workshop e conferenze.

Archivio Viafarini, Viafarini, 1991-01-01/1991-01-01, Dalla collezione di: Viafarini

Grazie alla collaborazione con l’artista Umberto Cavenago, i materiali sono stati catalogati e digitalizzati in banche dati off-line. Nel 1997 è stato prodotto un CD-ROM che pubblicava 4.000 opere di 248 artisti attivi in Italia ed è stato distribuito a critici, galleristi e musei.

Archivio Viafarini, Viafarini, 1991-01-01/1991-01-01, Dalla collezione di: Viafarini

Testimonianze di apprezzamento per l'Archivio digitalizzato.

Archivio Viafarini, Viafarini, 0/1991-01-01, Dalla collezione di: Viafarini

in alto a sinistra: Bozza per la homepage del sito di Careof e Viafarini, progettato nel 2000 assieme agli artisti coinvolti nel workshop Officina.bit.
in alto a destra: Umberto Eco che consegna il Premio Cenacolo Editoria e Innovazione di Assololombarda, Il Sole-24 Ore, Mediaset e Mondadori. Il premio è stato conferito a Italian Area, inteso come un progetto per un museo senza centro (2000).
in basso: Il database online Italian Area è creato da Simply.it nel 2000 e poi sviluppato da Undo.net. Esso documenta la scena artistica italiana con particolare attenzione all’opera degli artisti emersi dalla fine degli anni ’80 ad oggi. Gli artisti sono scelti tra quelli promossi dalle più importanti istituzioni, nonché tra coloro che hanno contribuito a determinare l'attuale scena artistica in Italia. La selezione prevede aggiornamenti costanti.

Archivio Viafarini, Viafarini, 1991-01-01/1991-01-01, Dalla collezione di: Viafarini

Nel 2008, dopo 17 (!) anni di attività nella sede storica in via Farini 35, Viafarini ha trasferito la sede principale alla Fabbrica del Vapore, luogo della Municipalità di Milano destinato ai giovani creativi e alla produzione culturale.
Nell’Aprile del 2008 Careof e Viafarini hanno inaugurato il DOCVA documentation center for visual arts alla Fabbrica del Vapore.

Archivio Viafarini, Viafarini, 1991-01-01/1991-01-01, Dalla collezione di: Viafarini

Giulia Brivio, critico d'arte ed editrice, è stata responsabile dell'Archivio dal 2005 al 2011.

A Milano agli inizi degli anni novanta gli artisti avvertono l’esigenza di mostrare e discutere i propri lavori in luoghi differenti dalle gallerie, luoghi pronti ad ascoltare e a promuovere la loro ricerca, in dialogo con i critici e professionisti di settore. Careof e Viafarini, organizzazioni nonprofit da subito attente alle problematiche dell’emergente scena artistica italiana, si attivano per soddisfare questo bisogno iniziando ad archiviare i portfolio, i video, cataloghi degli artisti e invitando curatori a svolgere ricerche e progetti espositivi partendo da questi materiali.
Nel 1991 lo spazio di Viafarini apre con un progetto di fondazione di un Archivio, ispirato ad alcuni spazi newyorkesi come l’Artists Space di New York. Careof operava già dal 1987 a pochi chilometri da Milano e conservava i materiali di documentazione degli artisti con cui collaborava.
È il 1994 quando Careof & Viafarini, accomunate dagli stessi intenti, decidono di creare un unico archivio, che andrà a costituire, nel 2008, il DOCVA Documentation Center for Visual Arts.
Negli anni il lavoro si è intensificato e organizzato in Archivio Portfolio Artisti, Archivio Video, Biblioteca specializzata, banca dati opportunità ArtBox: banche dati offline aggiornate costantemente e sviluppate in versione web. La possibilità di consultare i materiali catalogati in database online, www.italianarea.it, www.portfolioonline.it, www.bibliobit.it, www.bancadatiartbox.it, ha reso l’Archivio un efficace strumento di promozione degli artisti italiani, anche oltre i confini nazionali.
In particolare Italian Area pubblica i profili monografici di una selezione di artisti della generazione che si è affermata dagli anni ottanta in poi, segnalati da un comitato scientifico composto da Chiara Bertola, Milovan Farronato, Gabi Scardi e Angela Vettese. Le informazioni biografiche e bibliografiche sono aggiornate periodicamente e accompagnate dalle immagini delle opere.
Portoflioonline è il catalogo online dei portfolio conservati in Archivio, aperto a tutti gli artisti attivi in Italia, in aumento esponenziale. È uno strumento prezioso come punto di partenza per progetti cuatoriali o selezioni di candidature per premi, concorsi, workshop, il cui utilizzo è facilitato dalla veloce accessibilità via internet, con possibilità di ricerche incrociate tra le tecniche, i dati anagrafici, le tematiche del lavoro degli artisti.
La parte vitale dell’Archivio è nell’incontro con gli artisti, che inizia con la ricezione del portfolio, i “consigli d’uso” per redigere un proprio dossier o compilare un’application. Culmina nel momento di Visione Portfolio, un incontro formativo, durante il quale gli artisti vengono invitati alla presentazione del proprio lavoro ai curatori dell’Archivio. Nel tempo si sono susseguiti Alessandra Galletta, Alessandra Galasso, Mario Gorni, Gabi Scardi, Milovan Farronato, Chiara Agnello… I curatori sono in grado di suggerire possibili sviluppi della ricerca, sottolineare i punti di forza, discutere le debolezze... Insieme al curatore l’artista ha modo di mettere alla prova la consapevolezza del proprio lavoro.

Archivio Viafarini, Viafarini, 1995-01-01/1995-01-01, Dalla collezione di: Viafarini

Mario Gorni, fondatore dell'organizzazione non profit Careof nel 1987, è stato curatore dell'Archivio dal 1997 al 2000.

Ognuno per tutti.
Era come andare dal dottore. Entrando in galleria, una fila di sedie erano ordinate lungo il muro come in una sala d'aspetto. Monica le aveva allineate con cura e dalla lunghezza della fila sapevo quante persone avrei dovuto incontrare. Gli appuntamenti presi durante la settimana erano stati distribuiti nell’arco del pomeriggio, potevo quindi avere a disposizione un’ora circa per capire chi era e cosa facesse la persona che aveva chiesto di me.
Quasi sempre gli artisti erano puntuali, ma succedeva che qualche volta non fosse così, e allora non potevo chiacchierare più di tanto perché altri, seduti sulle sedie, aspettando il loro turno mi mettevano ansia. Doveva essere il 1996 o il 1997 in via Farini 35, a Milano. Due anni prima, con la Brusarosco avevamo scritto un accordo per concorrere congiuntamente a un bando di gara indetto dal Comune di Milano, per il quale si dovevano implementare una serie di servizi professionalizzanti per giovani artisti, offrire loro spazio, visibilità e opportunità professionali. Era praticamente quello che facevamo già da molto tempo, era la nostra mission, e vincemmo. Potevamo quindi accedere insieme a nuove risorse per sistematizzare il nostro lavoro, per renderlo più strutturato e scientifico, per perfezionare i nostri database e assumere qualcuno che ci desse una mano a lavorare con continuità, uscendo un poco da un approccio bricoleur nel quale fino ad allora eravamo costretti ad operare. Monica aveva molte medaglie, era alta, magra, parlava benissimo l’inglese e il tedesco, faceva roteare il computer sulle punte delle dita e aspettava il momento giusto per dire la sua. Era una risorsa invidiabile, insieme ad Alessandra che di tanto in tanto compariva in galleria. Erano gli anni in cui era già successo tutto, tutti gli “ismi” dell’arte e della cultura si erano manifestati qui e là.
La decostruzione, l’ibridazione, la complessità, l’indeterminazione, erano assiomi e modalità ricorrenti citate per contestualizzare gli approcci creativi, e che trovavano poi risvolti pratici del tutto inaspettati e sorprendenti.
Sotto i nostri occhi erano già sfilati tutti gli anni ‘70 e gli anni ‘80.
La carica di antagonismo verso una cultura ipocrita e perbenista cresciuta nel boom del dopoguerra e il ribellismo militante che da Parigi a Londra riuscì a scardinare la cultura dominante e a rinnovare il costume, inventandosi nuove regole di convivenza, erano finiti negli anni di piombo, sconfitti da una repressione non ancora terminata. C’era bisogno di ricostruire una nuova identità, di ritrovare nuove possibilità di produrre senso. Negli anni ‘90, che stavano per finire, tutti stavano cercando cosa si potesse fare di nuovo, cosa si potesse aggiungere a quello che era già stato detto e che avesse un qualche valore emergente o ritrovato. Si trattava di fondare nuovi modelli culturali. Le grandi scuole di pensiero segnavano gli epigoni, si confondevano con l’insorge- re di fenomeni temporanei dal successo fulminante che correvano a decorare le copertine della stampa specializzata. Fiumi di parole cercavano gli elementi fondanti che ne potessero giustificare la comparsa e la ragione. Sembravano tanti treni in partenza su cui saltare senza sapere bene dove stessero andando. Piccoli pensierini che come la moda duravano una stagione o due. Le ferro- vie sono come l’arte contemporanea, ci sono quelle che fanno Palermo-Milano- Parigi-Londra e quelle che fanno Luino- Gallarate. Sono importanti entrambe, ma offrono un servizio diverso.
I giovani si erano preparati a questa prova. Molti avevano saltato l’ostacolo con un oplà personale e professionale che non finiva di stupirmi.
Tutti cercavano energicamente il proprio posto al sole, ma calati nel paesaggio della fine del millennio, con davanti un panorama di forte impoverimento esistenziale e un appiattimento culturale generalizzato. Ognuno stava lavorando alla ricostruzione personale dell’universo, la propria ragione, la messa a punto della propria visione originale.
Ognuno era solo di fronte alla difficoltà di essere e di esserci, e ognuno cercava la propria strada contro il non senso. Chi, come me, era meno giovane aveva già scelto, ma chi era in bilico e in crescita aveva un bisogno forte di confronto, di un parere, di un’opinione, e veniva da noi per questo. Ecco quello che mi sembrava dovessi fare, regalare un’opinione a chi doveva scegliere, e raccogliere e valutare i suoi materiali e la profondità delle sue riflessioni. Era un lavoro cui ero abituato, ero un insegnante ed era normale confrontarmi con le differenze, valutare le risposte e le progressioni di cambiamento. Ma le discipline e i contenuti erano solo un dato superficiale che ti consentiva di andare oltre, di scontornare chi avevi di fronte, di misurarne lo spessore e di arricchirtene. Era questo che molto spesso ripagava il tuo impegno pomeridiano per costruire i portfolio che poi Monica avrebbe ordinato e allineato nell’archivio. Monica ascoltava in silenzio, era un testimone silenzioso e non ho mai capito cosa trattenesse di quelle conversazioni. Anche gli altri curatori, non so bene come si ponessero nel confronto con gli artisti, non c’era un metodo discusso e condiviso, ognuno usava il proprio misterioso criterio per approfondire e valutare, e non ci fu mai un momento di scambio. Prima di me, in Viafarini c’era l’Alessandra Galletta, poi l’Alessandra Galasso, e dopo un paio di anni di lavoro passai il testimone a Gabi Scardi, ma non ci confrontammo mai e forse andava bene così, la pluralità de- gli sguardi era una ricchezza irrinunciabile. Con l’approdo alla Fabbrica del Vapore l’archivio artisti è ora curato da nuovi giovani curatori. Ognuno mette in pratica le proprie ragioni e i propri criteri, e intanto l’archivio cresce, le generazioni si avvicendano, molti ce la fanno e altri cadono trovando altre strade per darsi risposte.
Era come andare dal dottore, ma non ero io il dottore, forse c’era solo la malattia comune di voler conoscere la verità, di mettere a prova la propria identità, di voler capire, nonostante tutto, con la scusa e la giustificazione di dover arricchire l’archivio di un patrimonio inestimabile di ricerche. Un patrimonio che appartiene ad ognuno e alla storia di tutti.

Archivio Viafarini, Viafarini, 1991-01-01/1991-01-01, Dalla collezione di: Viafarini

Gabi Scardi, curatrice dell'Archivio dal 2000 al 2006.

L’interesse e la vitalità di un archivio del contemporaneo risiedono nella sua capacità di rimandare a ciò che avviene fuori, di esprimere, in modo sintetico e sistematico, il dinamismo e l’indirimibile stratificazione dell’ambito di riferimento a cui l’archivio si riferisce.
Gestire un archivio come quello di Careof-Viafarini, un archivio che funziona grazie all’apporto individuale di artisti per lo più giovani, che si presentano spontaneamente, spesso ripetutamente a distanza di brevi lassi di tempo, significa avere una presa diretta, un monitoraggio stringente sull’arte nel momento del suo farsi. Significa trovarsi con tempestività a essere depositari di una quantità di informazioni che consento- no di seguire gli artisti nei loro percorsi, anche in quelli meno ordinari, e di muoversi con disinvoltura laddove l’arte si presenta nel suo farsi. Si tratta di un grande privilegio.
Tra i percorsi straordinari che l’archivio mi ha dato modo di seguire ci sono stati quelli di artisti che lavorano fuori dagli spazi deputati; in questo senso l’archivio si può rivelare particolarmente prezioso. Perché se ciò che avviene nelle istituzioni e nelle gallerie è oggetto di una comunicazione piuttosto efficace e sistematica, questo non vale per i progetti sul territorio, spesso dovuti all’iniziativa di singoli artisti, volutamente mimetici rispetto al contesto, legati a situazioni fluide e dinamiche, raramente replicabili; non per questo marginali, anzi: gli artisti che lavorano sul territorio cercano comunque riscontro, interlocutori e centralità anche all’interno del mondo dell’arte.
Molti progetti nati per lo spazio pubblico sono confluiti nell’Archivio Careof-Viafarini, e d’altra parte da progetti che hanno preso avvio in spazi non deputati sono nate diverse mostre che hanno avuto luogo in Viafarini.
Cito tra tutte Balena Project, di Claudia Losi, che in Viafarini ha avuto il momento d’esordio. A essere esposta è stata, in quel caso, una balena in tessuto realizzata nelle dimensioni reali: 23 metri di lunghezza. La balena era destinata a fare il giro del mondo fungendo, a ogni tappa della sua avventurosa storia, da pretesto per radunare persone, per tessere relazioni, per raccogliere storie. In occasione di quella sua prima uscita la balena – o meglio, la sua pelle – accolse la performance Animazione: una serie di danzatori la animavano dall’interno mimando lo scheletro e i movimenti del grande animale.
Altro progetto transitato da Viafarini per un momento di visibilità è stato Maybe Sarajevo, di Gea Casolaro: una sequenza di sessanta fotografie, scorci metropolitani che avrebbero potuto rappresentare sessanta diverse città del mondo. Erano state invece scattate a Sarajevo, dove Gea Casolaro si trovava nell’ottobre del 1998, proprio sul finire del conflitto che aveva devastato la città e che ave- va insanguinato la Bosnia-Erzegovina a partire dal 1992. L’opera costituiva un modo per sottrarre alla standardizzazione e all’univocità dei media l’immagine di una città che l’artista aveva personalmente conosciuto.
Un progetto ancora che abbiamo visto entrare in archivio in una fase germina- le, per poi svilupparsi in direzioni diverse, è stato quello realizzato da Stefano Boccalini e legato alla cartografia: cartografia intesa come proiezione capace di dare forma sensibile a riflessioni tra le più attuali: Boccalini ha realizzato, in diverse versioni e in diversi momenti, cinque vasche colorate le cui sagome rappresentano i cinque continenti. In una delle prime versioni all’interno delle vasche, su uno strato di terra fertile ha piantato, non senza ironia, cinque diversi tipi di funghi che crescono uniti in famigliole. Già qui il lavoro tematizzava il desiderio di un diverso, più umano e sostenibile assetto del mondo. L’opera subirà successivi sviluppi e metamorfosi fino a che, con Random Map, versione permanente realizzata a Yerevan, Armenia, le vasche si trasformeranno in veri e propri parchi giochi per bambini.
Sono numerosi gli artisti che nel tempo, lavorando dentro ma anche al di fuori degli spazi per l’arte, hanno trovato nell’archivio un punto di riferimento: da Cesare Pietroiusti a Luca Vitone, al Gruppo A12, a Francesca Grilli e molti altri. In Italia, dove la scena artistica appare slabbrata perché sono poche le istituzioni che fungano da catalizzatori di energie e di comunicazione per gli artisti, l’archivio sopperisce a questo ruolo, fungendo da importante cinghia di trasmissione anche per quanto riguarda pratiche artistiche meno convenzionali e più soggette alla dispersione.

Archivio Viafarini, Viafarini, 1991-01-01/1991-01-01, Dalla collezione di: Viafarini

Alessandra Galasso, curatrice dell'Archivio 1996 / 1997.

All'inizio degli anni novanta si andava in Viafarini – nella sede originaria di via Farini 35 a Milano – per respirare l'aria delle Kunstverein tedesche, delle istituzioni nonprofit e degli artist-run-space [spazi autogestiti da artisti] statunitensi. In Italia Viafarini costituiva una novità assoluta, e quanto di più lontano si potesse immaginare da una galleria commerciale o da un museo; un luogo espositivo dove gli artisti si sentivano a proprio agio, forse perché così simile a un atelier, spoglio, con i muri e i pavimenti che mostravano le tracce visibili di ogni sorta di intervento.
Tra l'ottobre del 1997 e la primavera del 1998 sono stata responsabile dell’archivio di Viafarini e, tra il 1997 e il 1999, ho curato complessivamente cinque mostre: Brave New World, Con la pazienza si acquista scienza, Bello impossibile, Bad Babes (presso Careof) e Cose inverosimili. La proposta curatoriale di cui vado più orgogliosa è indubbiamente Brave New World (ottobre 1997), uno dei primi progetti artistici mai realizzati in rete; una mostra concepita per essere visitata esclusivamente nel web, realizzata grazie all'assistenza tecnica e ai suggerimenti di Anna Stuart Tovini, Vincenzo Chiarandà ed Emanuele Vecchia di undo.net, precursori e principali promotori dell'arte contemporanea sul web in Italia.
Ricordo che invitai gli artisti a sviluppare degli interventi ad hoc per la rete. Tuttavia, a causa della mancanza di dimestichezza con il mezzo, una parte degli artisti optò per una semplice galleria di immagini, altri invece presentarono progetti più pertinenti all'uso del mezzo. Premiata Ditta, ad esempio, propose la mappa del sito di undo.net come un sistema nervoso con le sue molteplici ramificazioni ipertestuali; Umberto Cavenago riadattò un precedente progetto dal titolo La smaterializzazione dell'arte, rendendo possibile, con un semplice click del mouse, la scomparsa di alcuni tra i monumenti più brutti presenti in varie città italiane ed estere; Stefania Galegati accostò a un'immagine fissa un counter che, ancora oggi, calcola il tempo trascorso dalla messa in rete dell’immagine stessa, con l'ironico ed esplicativo commento “... è quella del tipo che torna al cinema tutte le sere per vedere se finirà in modo diverso”; Luca Pancrazzi creò invece Space Available, una schermata nera su cui appaiono, per una frazione di secondo, parole che l'artista ha trascritto in luoghi e momenti diversi, presentati in modo completamente decontestualizzato.
A riguardarlo oggi, Brave New World può far sorridere a me personalmente suscita una certa tenerezza essendo composto, da un punto di vista tecnico, da elementi alquanto semplici: testi accompagnati da immagini, un file audio, piccole animazioni, una sezione dedicata ai commenti... Occorre tuttavia ricordare che nel 1997, poche erano le persone, soprattutto in Italia, che disponevano di un personal computer e ancora meno di un collegamento a internet.
Sebbene negli anni si sia ampiamente abusato del termine e del concetto di nonluogo, riguardando oggi Brave New World – grazie a undo.net il progetto non è mai stato rimosso ed è tuttora possibile visitarlo mi sembra che le idee cardine del progetto siano ancora attuali: l'impostazione multidisciplinare e il coinvolgimento di altre persone a cui è assegnata la curatela di sezioni specifiche; la collaborazione tra artisti e tecnici com- petenti in grado di sfruttare al meglio le potenzialità di un determinato strumento tecnologico; il coinvolgimento dei visitatori attraverso la possibilità di esprimere liberamente dei commenti.
Considero quindi Brave New World un prototipo del mio modo di operare: un progetto artistico collettivo, risultato di una visione che si confronta con i mezzi che si hanno a disposizione, in altre parole, l’espressione di una pratica curatoriale sostenibile.
* Il titolo Brave Heart World si basa su un gioco di parole tra “brave heart” [cuore coraggioso] e Brave New World, il celebre romanzo di Aldous Huxley pubblicato nel 1932 e tradotto in italiano con il titolo Il mondo nuovo.

Archivio Viafarini, Viafarini, 1991-01-01/1991-01-01, Dalla collezione di: Viafarini

Alessandra Galletta, curatrice dell’Archivio 1995 / 1996.

“Le cose nascono dalla necessità e dal caso”
(Alighiero Boetti)
Sulla carta l’idea era a dire poco geniale: aprire uno spazio aperto ai giovani artisti dove sperimentare, archiviare, comunicare il proprio lavoro, fuori dalle leggi del mercato spesso collegate a logiche lontane dalla qualità, dal talento e dalla sperimentazione.
Ma mentre immaginavamo un ambiente finalmente aperto senza distinzioni a critici, collezionisti, intellettuali, artisti affermati ed esordienti che offrisse la possibilità di incontrarsi e discutere, la ben più strutturata Milano for profit organizzava la controffensiva: le riviste d’arte imponevano ai loro redattori e collaboratori free lance di non recensire le nostre iniziative, i galleristi chiedevano ai loro artisti di non collaborare con un’organizzazione secondo loro più simile a un centro sociale che a uno spazio espositivo e i collezionisti, pur simpatizzando per noi, non si sognavano nemmeno di investire il proprio denaro per promuovere dei giovani artisti
E così le prime inaugurazioni ricordavano gli incontri tra carbonari: redattori e critici si facevano vedere all’ultimo minuto per non essere sgridati dai loro capi; i collezionisti avvicinavano gli artisti cercando di dedurre dalle loro scarne biografie se qualcuno li avrebbe mai davvero sostenuti e le sole pubblicazioni che comunicavano le nostre iniziative erano i pieghevoli distribuiti dal Comune di Milano presso i loro numerosi uffici, scambiando la nostra ancora imprecisa idea di centro di documentazione della giovane arte italiana per una sorta di centro di “arte e terapia”. Di conseguenza, oltre a ricevere la visita di giovani e promettenti artisti con il loro portfolio sotto il braccio come avevamo immaginato, ci siamo trovati anche alle prese con i molti “picchiatelli” della città, attratti dalla nostra idea di uno spazio aperto a tutti e a ogni forma di creatività, comprese le composizioni di coriandoli e vinavil su tela, i gioielli di mollica di pane o piccole testine di fildiferro arrugginito montate su turacciolo.
Sebbene le nostre intenzioni fossero dichiarate, trasparenti, aperte e democratiche, e fossimo allo stesso tempo alla ricerca di collaborazioni e collegamenti con l’ineludibile realtà del circuito commerciale dell’arte milanese, eravamo considerati un’entità sospetta, ambigua e doppiogiochista, una minaccia per gli interessi economici legati all’arte contemporanea imperanti a Milano negli anni ‘90. In effetti, nonostante la logica degli spazi nonprofit fosse già una realtà ben consolidata in altre città europee – dove veniva considerata da decenni una risorsa anche per il mercato tradizionale delle gallerie d’arte – in Italia ci ridevano letteralmente dietro.
Ci trattavano come ‘quelli che giocano con le cose serie’, anche se ricordo che una delle gallerie più note e prestigiose finì addirittura per imitare la nostra scheda di accettazione all’archivio e i nostri incontri di presentazione del portfolio; strumenti e pratiche che nessuna galleria privata, fino a quel momento, aveva mai preso in considerazione. Eppure nonostante tante incertezze ed errori, aggiustamenti in corso d’opera e ingenuità, in Viafarini c’era qualcosa di forte, di autentico, di necessario, capace di andare oltre le mode, le contingenze, il mercato, e diventava via via più chiaro anche a noi stessi il senso e la ragione di quello che stavamo realizzando. Abbiamo fatto di necessità virtù mentre i nostri limiti diventavano la nostra forza. La prima mostra con artisti noti fu curata da Elio Grazioli, che invitò alcuni artisti, a quell’epoca sulla cresta dell’onda, ad esporre (o meglio, a non esporre) le loro opere in imballaggi anonimi; gli autori comparivano sull’invito ma tutte le opere si presentavano già imballate come pronte a partire, o appena arrivate, che importa. Era possibile acquistarle, ma a scatola chiusa e solo una volta entrati in possesso si poteva sapere chi era l’autore dell’opera appena collezionata. Prendere o lasciare, a rappresentare con un paradosso – una mostra di opere invisibili – come Viafarini fosse capace di esistere anche senza mostrarsi.
Siamo stati spesso accusati di non agire in modo professionale. Ritengo tuttavia che questo sia stato la nostra fortuna poiché, proprio grazie al fatto che non ci siamo mai presi troppo sul serio, siamo riusciti a mettere in discussione e a riformulare strumenti e modalità date per scontato e ad aggiungere a questi nuovi servizi e iniziative.
Oggi, a vent’anni da quell’improbabile start-up, Viafarini è cresciuta fino a diventare una solida realtà, un modello di riferimento, l’anello che mancava tra l’arte contemporanea e il grande pubblico senza altra mediazione che la necessità e il caso.

Archivio Viafarini, Viafarini, 1991-01-01/1991-01-01, Dalla collezione di: Viafarini

Milovan Farronato, curatore dell’Archivio dal 2005 al 2012

Hadley with Care!
Una giornata a settimana, sei candidati al giorno (più o meno), nessuna possibilità di scelta riguardo il profilo di chi si presenta, se non la previa visione del suo materiale e un sintetico riscontro inviato a priori per renderlo consapevole del mio primo, immediato feedback. Queste le sintetiche regole del gioco, o la metodologia nelle sue linee essenziali, predisposte alla Visione Porfolio che ho seguito presso l’Archivio di Careof e Viafarini per oltre cinque anni.
La democrazia dell’Archivio, che include, materiali di qualunque artista manifesti desideri e documenti finalità professionali, non mi ha mai permesso di selezionare gli artisti con cui avrei dovuto interagire. Certo, contestualmente, non mi ha neppure precluso di inoltrare inviti nominali a chi, previa visione del materiale inviato, abbia giudicato meritevole di un incontro vis à vis per approfondire, chiarire, comprendere nel dettaglio le motivazioni e il processo del lavoro presentato.
E sul materiale presentato potrebbe aprirsi una digressione a parte. Scientemente si è deciso di non formulare richieste in merito alla quantità e qualità della documentazione da offrire, cartacea e digitale. Non si è inteso orchestrare un protocollo standard in base al quale l’artista che desiderava l’archiviazione del suo portfolio, dovesse presentare prima un curriculum vitae, uno statement, la sequenza cronologica dei lavori realizzati e dei progetti in corso d’opera e, a conclusione, una eventuale rassegna stampa selezionata. Piuttosto si è optato a favore della libertà d’espressione e di auto-presentazione, seguendo le modalità più consone alle specifiche peculiarità individuali, consapevoli tuttavia che, da quel momento in poi, il materiale depositato sarebbe stato offerto al pubblico desco di una audience diversificata per ordine e grado di interesse, fini professionali, capacità critiche di lettura. Galleristi e critici, studenti e aziende in cerca di collaborazioni sarebbero stati alcuni tra i più ricorrenti fruitori del loro porfolio, liberamente consegnato e articolato.
Conseguenza ovvia è il mare magnum di fascicoli rilegati o disposti in dispense. Fogli liberi in una generica busta di plastica. Scatolami vari con all’intero un variegato panorama di souvenir inclusivi di originali di autori, nel tempo affermatisi, o totalmente rimossi alla conoscenza dei più; progetti mai realizzati, desiderata, ipotesi... E molto altro ancora, comprese inaspettate tracce organiche o pseudo tali! Il tutto comunque omologato dallo staff di Viafarini attraverso l’immersione del materiale in quella tipologia così standard, da ufficio anagrafico, di cartelletta in cartoncino leggero, virata nelle tonalità più pallide del verde, blu o giallo, nuance così tenui da renderli testimonianze già storiche bruciati dal sole e dal tempo.
Degli artisti che mi mostravano, pacatamente o in uno stato ansioso, la documentazione del loro lavoro con l’intento di rendermi partecipe delle loro prospettive, dei loro punti di vista, delle loro visioni... ho apprezzato soprattutto i silenzi e la consapevolezza. Mentre quei ricorrenti giri di parole e frasi fatte mi hanno sempre instillato un generico senso di fastidio o potenziale aggressività, sempre comunque repressa. Il giovane artista è un organismo to Handle with Care! Questo mi è stato chiaro fin dall’inizio. E non ho mai inteso che il mio ruolo di consulente ed eventuale motivatore portasse con sé alcuna capacità divinatoria.
Due sono i commenti più ricorrenti che mi è capitato di offrire, e di natura totalmente antitetica. Sarà forse per una forma di bipolarismo personale, o perché in entrambi i casi ho voluto suggerire sperimentazione congiuntamente all’acquisizione di una maggiore consapevolezza poetica. Comunque sia, a chi mi ha mostrato un itinerario troppo concluso per la giovane età e le poche esperienze, ho raccomandato di tentare altre traiettorie, altre possibilità di espressione, altre forme... Convinto che solo dopo un travaglio del genere potesse tornare alla strada pregressa con più raziocinante fermezza o, diversamente, approdare altrove con un equipollente grado
di maturità conquistata. A chi invece mi ha mostrato un dinamismo per così dire frugale, variegato ed eteroclita, ho suggerito di focalizzare, di selezionare i progetti migliori, le intuizioni più acute, e di farle germogliare, di potenziarle, di viverle fino in fondo. Sostanzialmente alla dispersione, ho cercato di opporre concentrazione.
Dalla Visione Porfolio sono nate mostre, collaborazioni dentro e fuori Viafarini. Difficile ora offrire una cronistoria esaustiva; raccontare come e quanto la visione di questi materiali, il loro aggiornamento, e il rapporto spesso continuativo con gli artisti si sia concretizzato in occasioni di confronto e scambio pubblico. Di certo, questa piattaforma di dialogo è stata incubatrice di una serie di mostre: le collettive Thin Line, Re-Enected Painting e Il Raccolto d’autunno è stato abbondante (quest’ultima in collaborazione con Chiara Angello che, con me, ha condiviso le croci e le delizie della Visione Portfolio).
Nella prima mostra ho preferito isolare e raggruppare una generazione variegata di artisti. Una mostra in quattro tappe con tre protagonisti ciascuna. Nella altre due occasioni ho voluto formare un gruppo di lavoro, una quindicina d’artisti, selezionati ovviamente dall’archivio – una sorta di reality! – e stabilire con loro un rendez-vous settimanale per definire le sinergie e le suggestioni, il concept e le finalità della mostra. Sono stati resi partecipi e artefici della selezione delle opere e della loro articolazione nello spazio. Un confronto che ha avuto momenti di aspra polemica e sconto in Re-Enected, e che invece si è serenamente armonizzato ne Il Raccolto. Un possibile motivo di questo dissimile andamento è forse la maggiore generosità dell’ultimissima generazione di artisti italiani che hanno superato astiosità e polemiche generiche spesso inutili, o comunque invalidanti un sano confronto.
E alle collettive si sono susseguite anche le personali, come quelle di Nico Vascellari, Sergio Breviario e Giulio Frigo. Ma, se dovessi trattenere un’unica immagine come memoria di questa frenetica attività, sceglierei Enza Galantini, una delle molte artiste che ho incontrato e con la quale è nato una sorta di inconsapevole protocollo semestrale di aggiornamenti. Enza richiede l’appuntamento, deve aspettare un po’ perché precedenza viene accordata a chi è alla prima richiesta d’incontro. Indi mi mostra i nuovi progetti, aspetta il mio feedback e se ne va, talvolta dubbiosa, altre volte più serena. A proposito è da un po’ che non ho sue notizie...

Negus (set photo), Invernomuto (Simone Bertuzzi, Simone Trabucchi, since 2003), 2011-01-01/2016-01-01, Dalla collezione di: Viafarini

Simone Frangi, curatore dell'Archivio dal 2012 al 2017.

Fondato su una pedagogia alternativa di stampo critico e trasversale, il programma education di Viafarini ha come obiettivo quello di focalizzarsi sulle pratiche culturali come piattaforme capaci di sondare e di generare problematiche contemporanee. Il programma privilegia una spazio educativo orizzontale e collettivo e concepisce la conoscenza come una forma concreta legata al “fare” e allo “scambio” mantenendo come punto di vista privilegiato la ricerca artistica e l’apprendimento attraverso la pratica.

Le tematiche oggetto di indagine:
_ teoria dell’immagine, immagini in movimento, cultura cinematografica;
_ approcci archivistici e costruzione della memoria;
_ pratiche partecipative, spazio pubblico;
_ politica e società, storia contemporanea, flussi economici e dinamiche capitaliste
_ migrazione, nomadismo, questioni geopolitiche, post -colonialismo
_ cultura post-digitale;
_ immaginari scientifici, processi di trasformazione della materia;
_ performatività, pratiche performative, ricerca sonica;
_ attivismo, pratiche sociali, pratiche di resistenza;
_ cultura popolare, cultura rurale, controculture;
_ ritualità, antropologia della religione;
_ politica queer, gender studies, femminismo, politiche dell’identità.

Cuckoo, Nico Vascellari, 2006-01-01/2006-01-01, Dalla collezione di: Viafarini

Angela Vettese, Presidente onorario di Viafarini.

Viafarini è stata la Kunsthalle sperimentale che Milano non ha mai avuto e che ancora non ha.

Un luogo dove gli artisti possono andare a parlare con un critico senza che questo sia un passaggio umiliante.

Un luogo dove un artista attento trova informazioni su opportunità di borse di studio all’estero.

Un luogo dove uno studente può andare a studiare su libri e cataloghi che non ci sono in alcun’altra biblioteca pubblica italiana, comperati di anno in anno e archiviati rapidamente.

Un luogo dove si è capito cosa vuol dire, per un giovane, imparare a mostrare il suo lavoro, in qualche caso – come per Margherita Manzelli – con memorabili personali, in altri – come per la serie Transatlatico, banco di prova del gruppo di Via Fiuggi – in collettive che hanno segnato un inizio nonché la presenza di personaggi come Alberto Garutti e Giacinto Di Pietrantonio.

Un luogo dove non si è temuto di avere a che fare con la formazione e dove, quindi, hanno trovato posto negli anni mostre di studenti dell’Accademia, mostre di fine corso della Fondazione Antonio Ratti, mostre di fine anno degli atelier Bevilacqua La Masa di Venezia.

Un luogo dove i giovani artisti italiani, quasi sempre troppo poco noti perché un curatore (soprattutto straniero) ne frequenti gli studi, sono stati catalogati su carta e, almeno per alcuni di essi, anche on line attraverso il sito di Italianarea. Chiunque dica che sugli artisti italiani è difficile avere informazioni è in malafede o non conosce questo strumento.

Un luogo dove si è imparato a convivere con forme di finanziamento che non sono la vendita delle opere ma i bandi, cercando di utilizzare al meglio il denaro messo a disposizione dagli enti pubblici e dalle fondazioni bancarie. Lavorare in questo modo stanca, ma è l’unico che consente di non venire a compromessi eccessivi quando si tratta di giovani senza mercato.

Un luogo dove sono passati i migliori curatori italiani, anche solo per scrivere un testo, e che continua a essere una palestra di esercitazione per molti. Non tutti sanno che molto sostegno è venuto da Maurizio Cattelan, che Vanessa Beecroft vi ha lavorato come assistente, che molti curatori e artisti delle ultime generazioni vi hanno fatto la propria prima comparsa. Un economista dell’arte come Pierluigi Sacco, uno stilista come Martin Margiela, un architetto come Stefano Boeri ci sono passati prima di diventare dei punti di riferimento e hanno dato anima a una maniera volutamente interdisciplinare di guardare all’arte contemporanea.

Un luogo dove i protagonisti sono spesso cambiati, mettendo alla scrivania persone sempre abbastanza giovani da non essere monumenti e garantendo così, al di là della permanenza della direzione, un ricambio di idee frequente.

Un luogo dove si è avuto il coraggio di capire che, nel mondo globalizzato, il modo di viaggiare delle persone è cambiato: non ci si trasferisce necessariamente all’estero per lunghi periodi. Si ha bisogno però di lavorare per periodi brevi – da un mese a un anno — in un luogo diverso, e di qui la necessità di fare nascere una residenza per artisti per cui è stato messo a disposizione lo spazio espositivo storico.

Un luogo dove si è compreso che fare la casa dei giovani italiani (e basta) non ha senso, perché questa chiusura, del tipo dei circoli femministi che escludevano i maschi, avrebbe generato diffidenza e alla lunga disinteresse. Ecco allora che mostre come quella sui giovani artisti inglesi, curata da Emi Fontana prima ancora che gli YBI fossero un fenomeno; le due personali di Mona Hatoum e di Tobias Rehberger da me curate; la personale di Rosemarie Troeckel; le personali di Katharina Grosse e di Valentin Carron curate da Milovan Farronato; i workshop con Vito Acconci e con Jimmie Durham; insomma tutte queste diverse attività rivolte al mondo dell’arte internazionale e spesso anche tempestive nella scelta dei nomi, avrebbero dato al luogo un brand diverso e speciale, tale da fare in modo che Viafarini in curriculum potesse veramente significare qualcosa.

Un luogo che ha subito l’ostracismo e l’invidia di riviste e gallerie, proprio perché nessuno di questi attori ha permesso a se stesso l’elasticità per muoversi su tanti diversi piani.

Un luogo dove nessuno di coloro che hanno contribuito alla programmazione artistica è mai stato veramente retribuito. L’entusiasmo con cui si è lavorato dimostra quanto lo spazio abbia saputo comunicare i propri valori ideali. Il segreto? Imparare costa. A Viafarini abbiamo potuto sbagliare gratis. Abbiamo avuto un posto per farlo, sia fisico sia morale, fatto di relazioni e di informazioni e di opere e di persone.

Felicemente stabile e dinamico, Viafarini è stato ed è soprattutto un luogo.

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
In alcuni casi, la storia potrebbe essere stata realizzata da una terza parte indipendente; pertanto, potrebbe non sempre rappresentare la politica delle istituzioni (elencate di seguito) che hanno fornito i contenuti.
Home page
Esplora
Qui vicino
Profilo