do ut do è un contenitore di iniziative di raccolta fondi a favore della Fondazione Hospice Seràgnoli, creato in occasione del decennale dell’apertura dell’Hospice di Bentivoglio (Bologna) e dedicato all’arte, alla musica, alla moda, al design, all’arte culinaria, con grandi eventi che vedono coinvolte istituzioni, imprese, collezionisti.

Yoko Ono - Wish Tree
Yoko Ono accompagna e sostiene do ut do con uno dei suoi “Alberi dei desideri” (Wish Tree), tassello di un grande progetto iniziato dall’artista nel 1981 e ripreso poi nel corso degli anni in contesti sempre diversi. I Wish Tree di Yoko Ono costituiscono parte integrante di molte delle sue mostre, arricchiscono musei e centri culturali in tutto il mondo e sono opere d’arte in divenire: originano da un nucleo centrale - l’albero scelto dall’artista in base alla sede espositiva - e si arricchiscono giorno dopo giorno con i desideri dei visitatori scritti su biglietti di carta e successivamente legati ai rami.

Dall’opera scaturisce una sorta di preghiera collettiva in cui, a desideri profondamente personali, si mescolano pensieri di augurio per la pace e un futuro migliore per l’umanità.
Ad oggi sono oltre un milione i desideri raccolti da Yoko Ono attraverso i suoi Wish Tree.
Il Wish Tree appositamente pensato da Yoko Ono per do ut do sarà esposto in varie sedi nell’ambito degli appuntamenti previsti dal progetto: il primo desiderio ad essere legato sarà quello scritto dalla stessa artista.
Proprio come l’opera di Yoko Ono, anche do ut do si alimenta della generosità e della partecipazione di tutti coloro che vorranno lasciare un contributo per migliorare i servizi dell’Hospice Seràgnoli di Bentivoglio (Bologna).

do ut do 2012

L’opera donata all’Hospice si chiama Blanco, ed è il bianco abbacinante della calce, spessa, data più volte, di anno in anno per “rinfrescare” e disinfettare i muri delle case delle isole spagnole. È un bianco di strati che si sovrappongono e che il vento e il caldo screpolano lasciando affiorare le parti sottostanti, le tracce del passato; dietro ci sono altri colori, altre storie, altri paesaggi. Il sole disegna ombre e luci che si fermano lì nel bianco, che è il bianco dei muri di Ibiza su cui l’artista imprime tutta la sua energia e la sua passione poetica. È una materia vibrante e intensa, piena di forza e naturalmente di luce, in cui è bellissimo scivolare dentro, calandosi piano piano.

"Come consueto per l’artista, l’opera donata all’Hospice prende a prestito, per il titolo, i versi di Mario Luzi, per rendere quello che gli sguardi e i visi delle opere di Baldini sottendono, suggeriscono, sussurrano a chi osserva. Davanti a noi un pugile ci guarda, fermo, con gli occhi fissi; si allena per il match che lo attende di lì a poco.
Nello sguardo una malinconia profonda, data dalla presa di coscienza che lui un vincente non è. Spesso i volti di Baldini ci parlano di malinconia: stanno, infatti, lì a riflettere, ponderare (nel senso etimologico del termine dare peso alle cose) permettendo volentieri alla malinconia di fargli compagnia. Baldini non vede l’aspetto glamour dello sportivo, non insegue quell’idea collettiva e convenzionale di vite a metà tra il maledetto e il superlativo, inondate di luce. Sono perdenti, sconfitti, dalla vita e dall’avversario diretto, con poca speranza ma grande consapevolezza. Ma poi arriva la notte, il momento per dormire, quando il lavaggio del sonno li riporterà al giorno successivo,
ripuliti e pronti per il prossimo match. Perché La notte lava la mente."

"Un momento serale, piove, il ritorno a casa dopo un giorno di lavoro... oppure l’inizio di un’avventura torbida e misteriosa? Opera altamente rappresentativa della poetica dell’artista, Coming home sembra il primo fotogramma di un film anni ’50. La musica dei titoli di testa si perde nello scrosciare della pioggia, che rimane l’unico rumore della scena.
Nel suo caratteristico black and white, l’immagine di vita di un passato recente si stempera nell’immaginazione di atmosfere lontanissime ma al contempo vicinissime al nostro schedario personale. Quell’America è sempre stata dietro l’angolo, tutti possono tranquillamente scrivere la sceneggiatura della scena successiva."

"Una particolarissima “nicchia” nell’opera di Beckley sono gli acquarelli, di cui l’opera donata dalla Galleria G7, è uno splendido esempio. Sono quasi un “dietro le quinte” del lavoro dell’artista, uno sguardo rubato alla sua immaginazione e mitologia più private. Alcuni, come questo, sembrano strani arcobaleni davanti ai quali esprimere desideri per far avverare sogni. Una sottile corrente d’energia parte dall’opera per arrivare fino a noi, abbastanza forte da elettrizzare, ma non abbastanza da bruciarci.
In un attimo sospeso nel tempo, prima che l’immagine già evanescente sparisca del tutto, l’artista ci permette di prendere tutto il tempo che vogliamo per aprirci ai nostri stessi segreti."

VBSS (Vanessa Beecroft South Sudan) è un progetto iniziato nel 2005 nel corso di un viaggio compiuto dall’artista in Sudan. I soggetti qui riprendono un repertorio quasi popolare; a volte l’artista stessa è ritratta come una Madonna bianca, con al seno due piccoli gemelli neri, richiamo alla sua esperienza diretta negli orfanotrofi del Sudan. Altre immagini, come questa donata all’Hospice, presentano una tipologia iconografica di matrice cristiana con San Giuseppe, il Bambino e la Madonna, caratterizzati però dalla perfezione tecnica tipica dell’artista: grande equilibrio formale e attenzione quasi maniacale per la disposizione delle figure. L’immagine della Madonna bianca affiancata a un San Giuseppe e il Bambino neri scardina il concetto di supremazia etnica diventando simbolo dell’unione universale tra i popoli.

L’opera donata dall’artista insieme alla Galleria De’ Foscherari appartiene alla produzione più recente dell’artista. Immediatamente salta agli occhi, quanto importante sia ancora la materia per l’artista, una materia sempre abbinata agli altri fondamentali elementi del suo lavoro: luce, spazio, colore e segno. Elementi che si muovono all’unisono e che sono ancora oggi testimonianza della grande vitalità artistica, del suo essere ancora fortemente presente nell’arte italiana, attraverso il suo contributo sempre stimolante. Il titolo stesso L’immagine accolta parla già da sola dell’atteggiamento del maestro davanti all’opera arte: l’immagine non viene cercata e indagata ma semplicemente, totalmente accettata. Con immutata freschezza Bendini ci offre un altro esempio della sua grande e mai sopita libertà artistica.

L’opera donata all’Hospice introduce innanzitutto una caratteristica peculiare delle opere di Bergonzoni: i titoli, che, come nei lavori teatrali, sono intimamente legati alla rappresentazione, che sia scenica o visiva. Ecco quindi Gli Scissi, titolo-opera che, già subito, ci chiede di avvicinarci per rivelare quello che da lontano non vediamo: agglomerati compatti di scorie, morchia e polvere industriale, veri reperti che si calano nel ruolo di opera d’arte, e che ti raccontano come, prima di essere stati assemblati, siano stati scoperti, toccati, manipolati e infine proiettati in una dimensione “altra” dove farsi delle domande senza necessariamente darsi delle risposte; comincia il viaggio Bergonzoni stesso: “Cosa succede agli avanzi del pensato o alle forme che restano? Continuano ad avanzare, rimangono, o gli succedono?”.

"L’opera donata dall’artista all’Hospice ha una particolare importanza: appartiene infatti al ciclo Lotophagie, ciclo inesausto che conta oggi più di 160 opere, ispirato all’episodio dei Lotofagi dell’Odissea, il popolo che mangia i fiori di Loto per dimenticare. Tutta la serie parte da un supporto particolare: grandi fondali di opere liriche in carta e tela che l’artista raccoglie da anni; un materiale già carico di memoria, di suoni, voci, gesti su cui Caccioni usa colori a olio
(spesso puro olio di papavero), stesi sulle vecchie carte in modo da allargarsi, estendersi “naturalmente”, creando un dialogo con i colori già presenti che vengono asportati. Ne risultano immagini ipnotiche, di ricordi sfumati nelle nebbie della mente: fiori, scimmie, figure informi o segni, proprio come quelle nella testa dei mangiatori di loto di Omero."

Nell’opera donata all’Hospice, Carboni ci offre un suo bellissimo Nero ombrato: la forma perfetta del cerchio – caratteristica base dell’opera dell’artista – s’interseca con fiori e forme appena accennati; il padrone è come sempre il colore, un nero squillante e vivacissimo, che abbraccia armoniosamente tutta la figurazione, incantando lo sguardo come davanti al fuoco. Il cerchio, infatti, ci fa da perfetta guida per seguire l’equilibrio della composizione, quasi una costellazione celeste a portata di mano, anzi di sguardo. Da segnalare la particolare sperimentazione allestita per MACROwall: Eighties are Back! al Macro di Roma (2010), dove un Nero ombrato (2004-2008) venne messo a confronto con Prima Prova, una scultura del 1989, creando un’inedita riflessione a due sulla storia creativa dell’artista.

Per illustrare l’opera donata al progetto do ut do prendiamo le parole di Silvia Evangelisti – in uno scritto dedicato al lavoro dell’artista – a proposito del colore, inteso come “Vitale accostarsi di campi cromatici ( ...) grande e seducente protagonista delle opere dell’artista, fonte e centro di energia vitale che forza la superficie e dilaga nello spazio fisico facendosi forma e volume, superficie e profondità, luce intensa e viva. “È un colore che ci riempie gli occhi e la mente, che ci saltella davanti come un bambino entusiasta. Anzi, aggiungiamo, ispirandoci al titolo, in quest’opera l’astrattismo dell’artista diventa proprio ludico, giocando tra Mondrian e Kandinsky, tra musica e geometria in un grande, grandissimo spazio da riempire di grida e colori come i playground dei giardini di quartiere.

L’opera donata da Cecchini e dalla Galleria Continua non è una foto, o meglio, il risultato è una foto, certamente, ma è il processo interno alla foto, cioè quello che c’è dentro – perché non possiamo chiamarlo propriamente oggetto né scultura – la vera opera d’arte: un modello realizzato in multimateriale che diventa una specie di “elemento biologico”. L’opera fa parte della serie Radiances ed è l’artista stesso a raccontarcela: (Radiances sono) “fotografie macro di varie tipologie di rocce minerali caratterizzate da complessità geometrica, matematica, cromatica, che si trasformano in sorta di luogo abitabile nella distanza fisica e poetica: (...) L’idea della “radianza” emessa dal minerale, che diventa nell’insieme come una roccia eremitica, trae spunto dalla lunga storia delle forze naturali a cui siamo sottoposti e dalla fascinazione continua che provo per l’infinita complessità della natura”.

L’opera donata all’Hospice fa parte della serie Night Ski: impianti di sci fotografati di notte, sotto la luce di potenti riflettori che evidenziano fin nel minimo dettaglio i soggetti rendendoli così da familiari a inquietanti e surreali. Di giorno, sono luoghi pieni di turisti vocianti, di sci che cozzano tra loro, di odore di latte solare, dei bip degli skipass; di notte hanno un’altra vita, diventano minacciosi, quasi metafisici, mettono addosso uno stato di sottile ansia. Non ci accorgiamo mai di come sono veramente questi posti, li usiamo e basta: adesso, invece, siamo costretti a guardarli. Non siamo più tanto sicuri di questi oggetti, di questi luoghi, di questi spazi; come bambini ci viene da nascondere la testa sotto la coperta, aspettando che torni la luce e tutto riprenda l’aspetto “normale”, ben consapevoli, però, di avere visto “l’altra faccia delle cose”.

"Molto importante nell’opera di Chia sono i lavori su carta. L’opera donata all’Hospice fa parte di una serie che è stata esposta a Faenza nel corso della mostra Sandro Chia. Ceramica vs Disegno 1:0, altamente rappresentativa della poetica dell’artista. L’uomo – Arlecchino massiccio – “sfonda” il foglio deflagrando in mille colori. Le storie di Sandro Chia hanno le più varie origini – dal mito alla realtà, dai classici dell’arte alle avanguardie, dalla fotografia al cinema – ma proprio per questo sanno raccontare. una condizione contemporanea fluida, in continua trasformazione o metamorfosi, senza acquietanti soluzioni.
Per approfondire i lavori su carta di Sandro Chia: Sandro Chia. Opere su carta, Galleria In Arco, Torino, 1989."

C’è tutto il mondo di Pirro nell’opera donata all’Hospice. Sulla sua caratteristica masonite il segno corre, e sappiamo benissimo che non si ferma lì, continua sul tavolo di lavoro e poi sulle pareti fin fuori dalla finestra a ridisegnare una realtà fantastica e “precaria”, come dice il titolo stesso. Ma per non farlo sfuggire, questo segno, basta poco: ascoltare la musicalità – quasi un’aria da un’opera di Mozart – assaporare l’ariosità, gioire dei colori, afferrare i segni di quella che, non sembra, ma è la realtà. Perché, come Osvaldo, lo straordinario abitante di Stranalandia, Cuniberti rileva a suo modo il tempo, le condizioni atmosferiche, le unità di misura, la flora e la fauna: la sua realtà. Con l’opera dell’Hospice ci ha concesso di entrare in questa realtà e salire sull’isola di Pirro, per fare un po’ di surf sui suoi cieli e orizzonti precari.

"Lo specchio è tema tipico nell’arte di Favelli. Anch’esso rigorosamente di recupero, è ricomposto con tantissimi tasselli neri che creano una superficie compatta ma irregolare.
È un archivio, in verità, come recita il titolo stesso, uno schedario dove ogni tassello può essere ricordo o memoria; perché, effettivamente, i ricordi sono come icone di desktop, uno a fianco all’altro, stretti stretti, e per richiamarli basta un click. L’artista, nel ricomporre il suo ricordo, si specchia (e ci fa specchiare) in questo specchio-tastiera: ed è a questo punto il ricordo stesso che ci chiede “Come sto?” mentre noi lo guardiamo, riordinato per bene, nello specchio stesso. A noi il compito di dirglielo."

Tema costante nell’arte di Fiore, i ritratti di personaggi famosi – attori, artisti, musicisti – o la riproduzione di quadri famosi – tutti di grandi dimensioni – costituiscono un vero e proprio archivio non solo di immagini, ma anche, e soprattutto, di materiali. Come l’opera donata all’Hospice, dove il ritratto del celeberrimo artista americano “Basquiat” ci guarda con un’intensità quasi sconvolgente, nella sua tridimensionalità materica, creando un cortocircuito tra la composizione molto “classica“ del personaggio – posizione centrale, l’interesse focalizzato sul volto, il rapporto figura/sfondo – e il materiale, unico e sorprendente. Il mito dell’arte – Basquiat – si rigenera nella natura e attraverso di essa acquisisce una nuova dimensione vitale dove l’artista trova la propria ispirazione “per creare ritratti di visionaria realtà”, come ci dice Fiore stesso.

L’opera donata all’Hospice da Gastini riassume molti elementi della poetica dell’artista: i graffi e il cromatismo ridotto al madreperla, al nero e al blu, le ardesie (talvolta sostituite dalle terracotte) che permettono a luci e ombre di interagire; i segni – macchie e linee – sono diradati e sembrano galleggiare sullo spazio della carta. La pittura potenzia l’energia della materia, lo sguardo è catturato e si muove senza posa tra uno spazio e l’altro, partecipe della dilatazione suggerita dalla composizione. L’opera restituisce un senso di leggerezza, nonostante la matericità degli elementi di cui è costituita.

"Nell’opera donata da Grelo e dalla Galleria Bongiovanni emerge immediatamente un aspetto caratteristico del lavoro dell’artista: gli animali come soggetti delle sue opere, a volte soli, a volte in gruppo, a volte affiancati a figure umane. Ce ne sono dappertutto nei quadri di Grelo. Sono impermeabili e imperturbabili: guardano quello che succede, guardano punti lontani o guardano noi di là dalla tela, affaccendati nella nostra vita quotidiana. Possono essere, tigri, scimmie, puma, cani, lupi o leoni come in questo caso. Esseri ieratici e altamente simbolici, a volte gli animali sono l’artista stesso, che si traveste sotto questo manto per scrutarci meglio o per spaesare la figurazione, chiedendoci di guardare “oltre” proprio come fa il leone. Infine il titolo: ecco che compare anche un’altra caratteristica dell’artista: l’ironia.
Il Leone al cinematografo guarda con aria concentrata chissà quale film sullo schermo. Ma è un’ironia, che, come sempre in Grelo, sta a noi scoprire e individuare."

Il titolo dell’opera donata all’Hospice rimanda all’omonima mostra presentata da Marcorossi artecontemporanea, in cui l’artista propone un tema a lui assai caro: l’alterazione e l’usura del tempo, le tracce del passato, in una sorta di archeologia che non può avere – né in verità ha – bisogno di restauri. Ritorna per l’ennesima volta il muro, il grande narratore della storia dell’uomo, quello con la “u” minuscola. La scagliola si spacca e si piega sotto cotanta responsabilità, ma resiste nel trasmettere il suo messaggio, tenendosi stretto a quel pezzo di metallo che lo mantiene unito, per portare nel presente i tanti racconti del passato. La quasi monocromia del bianco aiuta chi guarda a leggere al meglio queste profonde fenditure, che non sono ferite ma pertugi aperti su segreti e ricordi.

Opera unica eseguita dal Maestro nel celebre Studio Soravia in Albisola, il lavoro scelto per l’Hospice presenta molte caratteristiche tipiche del suo autore: innanzitutto è una terracotta, materiale molto amato, che soprattutto ci parla di Icaro per il suo aspetto ”incompiuto”, come se fosse “abbozzato”, nel suo essere opera non totalmente levigata, ma invece opera compiutissima nei concetti e nelle tematiche. E infine il nome. Manrovescio, le famose 5 dita sulla guancia che molti di noi hanno sperimentato nell’infanzia, è un piccolo pertugio che ci permette di scoprire l’ironia che spesso sottende al lavoro di Icaro, un’ironia anche lei accennata, delicata anche se “penetrante”, che spesso percepiamo proprio nelle denominazioni che accompagnano i suoi lavori.

L’opera donata fa parte del progetto de Gli Albi dell’Avventura, una nuova fase di ritorno alla fotografia, ed è stata esposta nel 2010 alla Galleria De' Foscherari di Bologna e nel 2011 alla Fondazione Marconi, dove era accompagnata da tre libri-opera, scritti e illustrati a mano dall’artista in copia unica, in cui Jori racconta, appunto, un’incredibile ed emozionante avventura nell’arte, da lui ideata: portare Concetto Spaziale di Lucio Fontana, quello vero, a “guarire” sotto la neve. Il gallerista Giorgio Marconi ha affidato all’artista l’opera di Fontana e l’artista ha potuto realizzare e raccontare il suo progetto. Ecco cosa dice: “Il taglio di Fontana mi era apparso per quello che era sempre stato: una ferita, la ferita dell’arte moderna! E la neve cos’altro avrebbe potuto essere, se non la sua perfetta cura?”.

In questa opera donata all’Hospice c’è tutta la filosofia e la poetica di Yumi Karasumaru. Innanzitutto il soggetto, una bambina: bambini e adolescenti sono spesso rappresentati nelle opere di Yumi perché è attraverso di loro che possiamo vedere quanto sia profonda la sensibilità dell’artista verso il suo paese. Poi altro elemento importantissimo nell’opera è quello di poter guardare, immaginare e sentire tante storie. Come dice l’artista stessa: “ultimamente sono molto curiosa di ascoltare le storie. Storie che oscillano tra passato e presente, storie vere e false, storie nere e storie blu”. Guardando il quadro si possono vedere una miriade di particolari che sono in verità una miriade di storie, tesori del passato e del presente, sempre per dirla come Yumi. È un dipinto che va osservato bene, prendendosi tutto il tempo, per scoprire visi, espressioni, incontri, elementi, simboli, ma soprattutto storie da ascoltare e da immaginare con la mente e con il cuore.

L’opera di Liberatori è ispirata dalla natura e in particolare da quella vera forza della natura che è l’acqua. Onda, l’opera donata, ne è una testimonial perfetta, rappresentando al meglio l’impeto, la chiarezza, la potenza dell’acqua. È acqua di mare, piena di energia, compagna del vento, sorella della luce e, ovviamente, figlia della natura. È un vero inno all’acqua come fonte insostituibile di vita e di ispirazione per tutte le nostre azioni. Raramente si trova nel panorama artistico contemporaneo un artista che abbia fatto dell’acqua una così forte fonte di ispirazione e di speranza.

L’eleganza di quest’opera che l’artista ha deciso di donare è in assoluto la prima caratteristica che salta agli occhi. Infatti, la forma sinuosa, l’armonia e l’aura magica rendono alla perfezione i concetti che sottendono l’arte di Maraniello. Arcaica ma saldamente contemporanea, questa scultura, non ha un punto di vista preferenziale: da una parte può sembrare un enigmatico uccello, dall’altra uno strumento musicale, anzi, sembra rappresentare proprio una nota musicale, una semiminima, unica nota dal suono costante: do, do, do, do ut do.

"Tagliato, spezzato, crepato pur nella sua meravigliosa purezza classica. Ecco il Decurione che Mitoraj ha donato all’Hospice. Tutte le caratteristiche dell’arte del Maestro sono impresse in questa scultura: il mito, la classicità, la civiltà occidentale, pensate in modalità del tutto peculiari. Come dice C. P. Latella (caffeeuropa.it) “sembra un intervento chirurgico, o meglio, un’autopsia, per isolare gli elementi di maggior rilievo”. Niente di più vero. Davanti all’opera di Mitoraj non bisogna mai pensare a contaminazioni o copie; l’opera non è copiata o rifatta, l’opera nasce proprio qui, nel contemporaneo, e qui, nel contemporaneo, viene sezionata e ri-presentata.
Nell’occhio “vuoto” di Decurione ritroviamo la nostra anima, i nostri modelli, le nostre filosofie. E la nostra stessa memoria è richiamata a mettere insieme i pezzi mancanti di queste sculture: per incanto, ci accorgiamo che in fondo ci viene naturale. Perché fanno parte di noi."

“L’antropologia ha distrutto la certezza della mia educazione, mi ha insegnato a giocare con la differenza. Dall’antropologia ho ricevuto inesorabile abitudine al dubbio: dubbio nei confronti di ciò che è più ovvio, dubbio nei confronti di ciò che è più piacevole, dubbio nei confronti di ciò che è più opportunisticamente utile, dubbio nei confronti di ciò che è oscuro e difficile, dubbio nei confronti di ciò che è doloroso, distruttivo o inutile. Mi riferisco al dubbio nei confronti di ogni cosa, persino dell’antropologia. L’antropologia mi ha regalato il dubbio come definizione della vita umana, mi ha fatto il dono del dubbio permanente. Ma la scultura mi ha obbligato a usarlo. Ho cominciato a fare oggetti che dovevano deliberatamente essere confusi, ambigui, resistenti alle limitazioni del linguaggio e della spiegazione. Ho trasformato il mio dubbio in scultura. Ho reso fisico il dubbio stesso.”

L’opera donata all’Hospice viene introdotta dal titolo che l’artista stesso considera parte integrante del lavoro, tanto da apporlo a mano nel retro. SciàMano fa parte di quella serie di lavori dove la tecnica di esecuzione, accuratissima, è il segnale della grande arte di Ontani: un ologramma lenticolare accoglie lo sguardo dello spettatore che così assiste in diretta all’atto stesso della trasformazione. L’opera cambia davanti a noi in un metamorfismo visivo reale e non solo immaginato. Insieme all’artista, protagonista dell’opera è la Mano di Fatima, la mano con dentro l’occhio, simbolo apotropaico di tante culture, amuleto contro la negatività che potenzia le capacità di vedere e di agire. Un meraviglioso augurio che il monarca-sciamano-artista porta al progetto do ut do e all’umanità in generale.

Indiscutibile protagonista del panorama contemporaneo italiano anche nella scultura, Paladino dona all’Hospice un’opera che si porta dietro tutto quel mondo visivo che rende l’artista immediatamente riconoscibile: l’enigma è tutto interno alla piccola figura che quasi “perde” la sua immagine diventando un pattern unico testa-cappello. una scultura estremamente pittorica quella di Paladino che così diventa incorporea, non ha quasi peso, e la posa stessa della testa aiuta questa sensazione di leggerezza. La “maschera” vecchia di secoli porta con sé, intatti, i misteri dell’esistenza senza nessuna fatica.

L’appartement fa parte di una serie di immagini realizzate nella casa dello scrittore francese Andre Pieyre de Mandiargues. Dopo la morte dello scrittore e di sua moglie l’appartamento è stato lasciato intatto. Le immagini rappresentano le impronte originali sul muro dei dipinti che furono appesi alle pareti della casa e sono state realizzate, in medio e grande formato, durante i quattro anni in cui Patriarca ha vissuto nell’appartamento. Dall’esperienza è nato anche il libro L’appartement di F. Patriarca, Les Editions Filigranes, Parigi, 2004.

Con un titolo estremamente suggestivo, Annunciazione, Petracchi presenta la sua opera donata all’Hospice. In essa troviamo rappresentate tutte le caratteristiche dell’artista: la composizione raffinatissima, la matericità, la forte connotazione simbolica, la riduzione della composizione a pochi elementi che chiedono allo spettatore di cercare dentro il proprio codice simbolico l’interpretazione di quello che ha davanti. Cerchiamo allora di farlo: le campiture bianche a raggiera sono il soffio del vento sacro che introduce l’arrivo dell’Angelo davanti alla Madonna, che immediatamente viene risucchiata anche lei nel flusso, ormai presa dal grande compito che l’aspetta. Una preghiera di provenienza antichissima compare nella sua mente, mentre i gigli – simbolo cristiano per eccellenza di purezza, innocenza e verginità – prendono la parte principale dell’opera, ponendosi al centro e iniziando quel cammino di speranza per l’uomo destinato a non concludersi più.

È Paladino stesso a spiegarci Terzo Paradiso: “è la fusione tra il primo ed il secondo paradiso. Il primo è il paradiso in cui la vita sulla terra è totalmente regolata dalla natura. Il secondo è il paradiso artificiale, sviluppato dall’intelligenza umana attraverso un processo che ha raggiunto oggi proporzioni globalizzanti. Questo paradiso è fatto di bisogni artificiali, di prodotti artificiali, di comodità artificiali, di piaceri artificiali e di ogni altra forma di artificio. (...) Il pericolo di una tragica collisione tra queste due sfere è ormai annunciato in ogni modo. Il progetto del Terzo Paradiso consiste nel condurre l’artificio, cioè la scienza, la tecnologia, l’arte, la cultura e la politica a restituire vita alla Terra. Terzo Paradiso significa il passaggio ad un nuovo livello di civiltà planetaria, indispensabile per assicurare al genere umano la propria sopravvivenza. Il Terzo Paradiso è il nuovo mito che porta ognuno ad assumere una personale responsabilità in questo frangente epocale. Con il Nuovo Segno d’Infinito si disegnano tre cerchi: quello centrale rappresenta il grembo generativo del Terzo Paradiso”.

"L’opera donata all’Hospice rappresenta uno studio per una grande opera; più precisamente una monumentale videoinstallazione, dell’estate 2012, per la Valle dei Templi di Agrigento, luogo nel quale da tempo si svolgono eventi che vedono opere monumentali di arte contemporanea dialogare con le meravigliose architetture della Magna Grecia. Plessi ci presenta qui un monolite in pietra nel cui interno immaginiamo un’immagine virtuale. Come scrive l’artista stesso sul progetto Non Plessi ma gli archetipi di Plessi alla ricerca di quell’Anima della materia spesso presente nella ricerca dell’artista, un’anima che lo porta a interagire profondamente con monumenti, architetture,
grandi artisti del passato in un ideale passaggio del testimone fra storia e contemporaneità."

L’opera donata da Pozzati all’Hospice fa parte del ciclo De-Posizioni del 2006 in cui colloca nel quadro un “corpo” in un luogo non consueto, in luogo “altro” che depone in “posizioni” diverse come se fosse una rimozione della voluta teatralità. Attraverso queste opere Pozzati sospende il momento dell’ironia e della dissacrazione per chiamare il tempo della riflessione, per cercare di andare oltre un’epoca “dove tutti siamo stati deposti dal massacro delle tendenze, dall’idea dell’arte come arte, dall’arte della critica, dall’omologazione rampante, forse dalla storia” come dice l’artista stesso. Attraverso il suo stile inconfondibile Pozzati ci offre questo raffinatissimo collage multimateriale, dove il deposto... è il pittore.

L’opera donata dalla Galleria De’ Foscherari fa parte dell’ultimo periodo della ricerca di Sartelli. Questi ultimi lavori sembrano segnare un nuovo approdo dell’artista: la natura è esplosa irradiando i suoi frammenti sulla materia cartacea, quasi un universo appiattito su un foglio le cui meteore sembrano forarlo per andare oltre, verso l’ignoto. In quest’opera l’artista graffia, scalfisce, trafora più e più e più volte, rendendo la carta non solo tridimensionale ma immensamente più profonda di quello che di solito si pensa possa essere. Tante finestre su un infinito che tutti vorremmo avere il dono di poter vedere.

Nell’opera donata all’Hospice, una candela si consuma lentamente davanti ad una piccolissima finestra che sembra quella di una cella monacale, all’interno di un monastero dove regna il silenzio e dove si comunica per segni e simboli. Un dialogo muto con chi guarda, in cui il memento mori della candela che prima o poi si spegnerà è in aperto contrasto con la fotografia che ritrae la candela stessa, poiché se la fotografia da una parte è segno di eternità – infatti si usa il verbo “immortalare” – dall’altro la candela è simbolo della caducità per eccellenza. Ma la domanda rimane aperta: chi ha il sopravvento?

"L’opera donata all’Hospice da Sissi faceva inizialmente parte di una grande installazione presentata a Palazzo Crepadonna a Belluno in occasione della mostra per L’artista dell’anno (2005). L’opera, da quella prima esposizione, è cresciuta e si evoluta negli anni: all’inizio era una sorta di muro, ora Macchie sono invece tanti pannelli di “fogli” di Scottex sovrapposti, dipinti con chine e cuciti insieme su un pannello di stoffa. Dall’abilità manuale di Sissi esce un ennesimo capolavoro, dove i pezzi di carta sembrano corolle di fiori, e l’intera composizione sembra una meravigliosa TV che trasmette solo colori. un esempio significativo della progettualità – che non ha inizio né fine –
di un’artista che si esprime in infiniti modi raggiungendo un’arte totale e fruibile con tutti i sensi."

Due ciminiere campeggiano come campanili di una chiesa sovrastando un muro con finestre cieche che occulta parzialmente la vista della fabbrica. Nel rarefatto paesaggio che Tonelli ha donato all’Hospice la quiete è massima, il silenzio assoluto. L’artista ci regala un assaggio particolarmente significativo della sua arte, dove poter riconoscere e apprezzare tutti gli infiniti dettagli delle sue opere: dalla precisione del disegno alla composizione “classica”, dall’assenza di esseri umani all’essenzialità dell’insieme.

Una superba natura morta, soggetto spesso dipinto dall’artista, rappresenta un contenitore pieno di fichi d’India. Ma rappresenta anche qualcos’altro: come dice il titolo, Guardando a Sud, dentro questo dipinto – e non diciamo dentro a caso – si ritrova l’essenza stessa del Meridione italiano, di quel Sud pieno di vita, abbondante, gustoso, del Sole allo zenit. un’armonia perfetta dove la luce sembra venire dall’interno degli oggetti a definire quella plasticità come una continua scoperta ottica, come ebbe modo di dire Federico Zeri.

Riconoscimenti: storia

I “do” degli artisti o dei galleristi che hanno donato le opere a do ut do e i “do” degli sponsor che ne hanno permesso la realizzazione.

MARIO ARLATI
Galleria Contini (Venezia/Cortina d’Ampezzo)
VINCENZO BALDINI
Galleria Bongiovanni (Bologna)
ANDREA BARUFFI
Galleria Forni (Bologna)
BILL BECKLEY
Galleria Studio G7 (Bologna)
VANESSA BEECROFT
Galleria Lia Rumma (Milano/Napoli)
VASCO BENDINI
Galleria De' Foscherari (Bologna)
ALESSANDRO BERGONZONI
LUCA CACCIONI
LUIGI CARBONI
TOMMASO CASCELLA
LORIS CECCHINI
Galleria Continua (San Gimignano/Beijing/LeMoulin)
STEFANO CERIO
SANDRO CHIA
PIRRO CUNIBERTI
FLAVIO FAVELLI
ENZO FIORE
Galleria Contini (Venezia/Cortina d’Ampezzo)
MARCO GASTINI
GRELO
Galleria Bongiovanni (Bologna)
FRANCO GUERZONI
YUMI KARASUMARU
PAOLO ICARO
MARCELLO JORI
LORIS LIBERATORI
Galleria Forni (Bologna)
GIUSEPPE MARANIELLO
IGOR MITORAJ
RICHARD NONAS
Galleria P420 (Bologna)
LUIGI ONTANI
MIMMO PALADINO
FRANCESCO PATRIARCA
LUIGI PETRACCHI
Galleria Bongiovanni (Bologna)
MICHELANGELO PISTOLETTO
FABRIZIO PLESSI
CONCETTO POZZATI
GERMANO SARTELLI
Galleria De’ Foscherari (Bologna)
ELISA SIGHICELLI
SISSI
GIORGIO TONELLI
Galleria Forni (Bologna)
LUCIANO VENTRONE
Galleria Forni (Bologna)

Un ringraziamento particolare a DIE GALERIE di Francoforte per il contributo Yoko Ono
con il suo Wish Tree.

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
In alcuni casi, la storia potrebbe essere stata realizzata da una terza parte indipendente; pertanto, potrebbe non sempre rappresentare la politica delle istituzioni (elencate di seguito) che hanno fornito i contenuti.
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