Gianfranco Ferré: India, impressioni stampate nella memoria

Fondazione Gianfranco Ferré

“Quella che io chiamo la grande lezione dell’Oriente, dell’India in particolare, che mi ha conquistato per sempre e che per sempre è entrata a fare parte del mio immaginario, non è solo una fascinazione per la sua storia antichissima e la sua arte raffinata.
Spesso era la quotidianità e dunque la vita da me osservata nelle strade delle metropoli orientali che ho visitato negli anni della mia permanenza in India a calamitare la mia attenzione, a sedimentare nella mia memoria suggestioni, sensazioni, impressioni che ho poi rielaborato e tradotto nei miei abiti, in un dettaglio, in una sfumatura di colore, in una speciale lavorazione”.

“In India ho vissuto e lavorato per anni, i primi della mia attività: dovendo riassumere in un concetto il senso più vero di questa mia esperienza fondamentale non potrei che ricorrere ad una definizione duplice e apparentemente contraddittoria: semplicità opulenta, elementarità sfarzosa”.

“All’inizio soprattutto, quando di hindi non afferravo una sola parola, di sera mi rifugiavo in albergo e tracciavo su fogli di carta di riso, la più comune in India perché meno costosa, appunti, facce, corpi, oggetti.
Fotografavo con gli occhi, con il cervello e con la matita, perché non ho mai voluto usare l’obiettivo.
E ora ricordo di quei momenti i colori, gli ambienti, la folla.
Sono impressioni stampate nella memoria”.

“Mio complice in India è il silenzio, testimone della mia ‘esperienza’, un momento tra vita e poesia, viaggio e riflessione, solitudine e moltitudine, dalla quale attingere infinite emozioni creative”.

“In India, come in nessun altro Paese, è sufficiente guardarsi intorno per essere investiti da una miriade di colori che vivono un’armonia in continuo movimento. Dalla nascita alla morte, il colore diventa un vero e proprio linguaggio simbolico codificato che tutti sono in grado di decifrare per riconoscersi tra la folla”.

Nel compiere l’esperienza dell’India Ferré ha saputo guardare e capire con occhi, mente ed emozioni il ricco spettacolo della natura e dell’uomo.
Ha colto la declinazione fisica e coinvolgente del colore trasformato in materia nella gamma suggerita dalle spezie.

“Nella caotica vivacità dei mercati, mi colpiscono le spezie nelle loro mille tonalità, disposte secondo una sequenza cromatica strabiliante, perfetta, quasi magica e mi raccontano storie di colori e di antiche tradizioni che esalto nella scelta dei tessuti “.

La curcuma fresca dalle proprietà curative, che simboleggia purezza e fertilità, è amata dai naga, le divinità serpenti e da altri dei a cui i devoti offrono bagni di polvere gialla.

La polvere di curry, intensa e profumata per il suo mix di spezie, vibra nella foggia primitiva della forma.

I toni della cannella usati quasi a volerne espandere il sottile profumo attraverso la forma croccante.

“Il tuo velo color zafferano inebria i miei occhi”.

("Il giardiniere", Rabindranath Tagore, Guanda, 1986)

Le forme libere vibranti del colore moltiplicano l’effetto ricercato della prestanza del taffetà di seta che, al pari di una manciata di spezie, si espande nell’aria e si contrappone ai ricami preziosi che decorano il busto.

“Osservando semplicemente il fluire incessante della folla nelle strade, ho assimilato la passione per tutta la gamma dei colori, tra il rosa, il giallo e l’arancio: toni solari e luminosi che le donne indiane scelgono sovente per i loro sari, perché questi colori sono facili da ottenere con la tintura. E sono rimasti nella mia memoria per la carica di vitalità, di passione e persino di opulenza che trasmettono”.

Il giallo, simbolo religioso nella luce accecante della sua purezza, appare a Ferré come una conquista, una contaminazione della sua paletta colori.

Ferré ha sentito con le emozioni la simbologia del colore arancio, catturato nella sua purezza.

Giallo e arancio: i colori dei sadhu, gli asceti riconoscibili per le loro vesti, emblema della vita contemplativa e della rinuncia ai beni materiali.

Il colore intenso della polvere di curcuma sposa il rani pink, il caldo rosa indiano che Ferré coniuga nell’accezione interna del caban.

Nel gioco dell’incanto del colore, il dominio del rosa, simbolo di Jaipur, prende il sopravvento sui bagliori del giallo che diventa meno speziato nei riflessi dorati.

L’ebbrezza e l’esaltazione delle atmosfere magiche dei colori meritano in India una festa, The Holi Festival: una celebrazione collettiva di canti, danze e spargimento di polveri colorate.

Conosciuta come la festa dei colori, della gioia per la gioia, coinvolge migliaia di persone che, con i volti dipinti, entrano nel vortice delle polveri colorate che si lanciano addosso.

Celebra, nel primo giorno di plenilunio vicino all’equinozio di primavera, la vittoria del bene sul male, la fine dell’inverno, il piacere di ridere e di perdonare.

La declinazione di toni e suggestioni derivati dalla Holi Festival appare ancora più incantata se si immagina calata in una luce rosata, mite, sensuale…

... e diventa un'esplosione di rosa, dalla bouganville all’azalea, dal ciclamino al geranio: il racconto di un incontro d’amore declinato nelle tonalità più intense.

Ma il racconto è pronto già a mutare registro: regala allo stesso rosa la luce e la mano croccante del taffetà che nelle pieghe della forma prende le ombreggiature care ai maestri della pittura.

Alla vitalità prorompente del colore si contrappongono la grazia composta e la purezza dei toni morbidi, emblematicamente riassunti nel Taj Mahal, che è rosato al mattino, bianco latteo alla sera, d’oro quando splende la luna.

“E’ una lacrima di marmo poggiata sulla guancia del tempo”.

(“Shah Jahan”, Rabindranath Tagore)

“Spesso mi capita di affermare che, con ogni probabilità, senza il mio incontro con l’Oriente il mio stile sarebbe stato profondamente diverso. Un incontro che per me ha rappresentato senza alcun dubbio la prima grande esperienza di vita e di stile”.

L’attenzione di Ferré ha custodito nella memoria suggestioni e impressioni che ha elaborato e tradotto in forme, abiti, dettagli, senza mai ignorare il vestire della tradizionale quotidianità.

I dhoti indossati dagli uomini e i sari delle donne sono una vera e propria carta d’identità in grado di rivelare la casta, la religione e lo stato civile di chi li indossa.

Il kurta e il dhoti, fogge dalla semplicità essenziale derivate dalle più antiche tradizioni del vestire maschile, sono la memoria progettuale del vestire contemporaneo.

“Da architetto disegno in piano la costruzione di un pantalone, che riprende la forma inconsutile del dhoti, il cui tessuto, avvolto intorno ai fianchi, viene fatto passare tra le gambe e fermato sul dietro del punto-vita…”

“Nella mia moda, nel mio stile c’è ed è sicuramente forte l’intenzione di connotare l’oggetto-abito sin dal suo nascere sotto forma di schizzo: pochi ‘segni’ tracciati sul foglio bianco in velocità, ma che già esprimono un rapporto immediato, diretto, direi naturale e necessario, con il corpo e la sua fisiologica necessità di muoversi, in sintonia con ciò che lo ricopre, lo protegge, lo abbellisce”.

“Altro importantissimo elemento di fascino è la ricchezza di valenze simboliche che si ritrova in ogni aspetto della realtà orientale, direi in ogni piega dell’anima dell’Oriente, come in ogni piega del sari.
L’ho studiato a lungo: semplicità assoluta ed eleganza totale, mille modi di portarlo con mille valenze diverse, mille possibilità di drappeggiarlo”.

Sari, in sanscrito chaira, pezza di tessuto indossabile, è l’abito di più antica tradizione al mondo.

La maniera d’indossarlo indica anche la casta, la tribù, la regione di provenienza.

“… penso alle fogge, a quelle del sari in special modo: semplicità assoluta ed eleganza totale, modestia del tessuto, mancanza di ogni ingombro, rapporto immediato con le forme del corpo, adattabilità ad ogni movimento, soprattutto a quelli imposti dai lavori pesantissimi svolti dalle donne delle caste più umili...”

“… e al sari di materiali preziosi che regala enfasi ad ogni movimento, anche a quelli alteri delle maharani o delle rajamata appartenenti alle caste più influenti e potenti del Paese”.

“Il sari resta protagonista anche nella nuova India, quella di Bollywood, con i suoi miti popolari, la sua incommensurabile forza di attrazione, le sue facili neo-opulenze, capaci di abbagliare con immediatezza”.

Il capo riassume in sé lo stile del sari che Ferré scompone e ricompone in due rettangoli impreziositi dalla luce serica del taffetà ricamato.

“... in questa cornice mi ha stimolato l’idea di rileggere il sari al presente, combinando candori e bagliori, proponendo nuovi modi d’indossarlo, facendo apparire lucentezze a pelle che, tra techno e tradizione, disegnano il corpo”.

In questo caso il capo sembra mancare di una forma propria per adottare, come il sari, quella del corpo nell’enfatizzazione della materia.

Ferré, nel bianco totalizzante di questo abito-camicia, compone il gesto offerto dalla memoria del sari.

Nell’India dei maharaja lo sherwani, giacca lunga dal taglio svasato in corrispondenza delle ginocchia, spesso in tessuto prezioso o ricamato, si indossa sul pantalone aderente churidar.

Gianfranco Ferré enfatizza la linea dello sherwani e del churidar in una molteplice declinazione del progetto della forma, una figura sottile, una linea slanciata che ha il sapore di un’educata semplicità quotidiana.

Costruire la semplicità è il primo passo verso la genialità.

“… l’abito è il risultato di un intervento programmato e consapevole delle forme, analizzate, scomposte ed assemblate fino a raggiungere l’effetto desiderato”.

L’espressione della forma percorre la variante morfologica della struttura e della funzione d’uso del capo.

Il churidar è un pantalone molto aderente, indossato da uomini e donne nel subcontinente indiano; si restringe molto dal ginocchio, così che i contorni della gamba vengono rivelati.

La lunghezza in eccesso del pantalone stretch cade in pieghe che permettono, come il churidar, di piegare le gambe e sedersi comodamente.

“Incontrare drappeggi, ampiezze importanti, costruzioni elaborate in un panorama di forme del vestire in gran parte semplici è sorprendente, ma tutt’altro che raro, in un gioco intricato ed affascinante di contaminazioni tra culture e consuetudini”.

Ancora bianco, ma legato ad una cultura primitiva, che trova espressione nelle fogge degli abiti dei Rabari, un’etnia dedita alla pastorizia, fiera della solennità dei suoi costumi tradizionali, come nei pepli di chiaro richiamo ellenico che gli indiani non hanno esitato ad adottare nella raffigurazione primitiva delle loro divinità: un lascito non da poco dell’avventura di Alessandro Magno sin quasi alle sponde del Gange.

“Considero di grande importanza nel mio procedere la ricerca dell’effetto, che porta ad immaginare l’abito come enfasi di un dettaglio voluto: si delineano così volumi che si scostano dal corpo per diventare sontuosi, accentuati da un candore abbagliante”.

Le assonanze progettuali attraversano la forma e si pongono in contrasto con la materia per divenire altro, anche se Ferré ama dichiarare sempre la scintilla creativa delle sue idee.

Siddhartha Gautama in questa scultura del II-III secolo a.C. è rappresentato come un bodhisattva, con le sue vesti riccamente drappeggiate.

Le divinità mitologiche dell’induismo, nell’eleganza dei loro drappeggi, rimandano in sfilata a divinità del presente, alle quali Ferré offre nella caduta naturale delle vesti la piena libertà del corpo, offerta dai pepli di antica ascendenza greca.

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
In alcuni casi, la storia potrebbe essere stata realizzata da una terza parte indipendente; pertanto, potrebbe non sempre rappresentare la politica delle istituzioni (elencate di seguito) che hanno fornito i contenuti.
Traduci con Google
Home page
Esplora
Qui vicino
Profilo