Opere d'arte del Padiglione Italia

Arte a Palazzo
Alcune straordinarie opere d’arte, selezionate in base alla loro forte attinenza con i temi dell’Expo 2015 (Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita) e al loro significato iconico all’interno del progetto della “Mostra sulle Identità Italiane” hanno impreziosito Palazzo Italia.
Dialogo impossibile
Appena entrato nella corte, il visitatore incontrava l’ardito accostamento di due giovani donne: Carpo e Jennifer. Due figure femminili divise da duemila anni di storia. I canoni del modello classico di bellezza e di perfezione ideale, di fronte alla sua dissacrazione contemporanea. Carpo è un'opera del I secolo d.C a grandezza naturale, in prezioso marmo lunense di Carrara. La scultura, prestata a Padiglione Italia dalla Galleria degli Uffizi raffigura una delle Horai, divinità legate alla fecondità della terra che secondo la mitologia greca vigilavano sulle stagioni dell’anno proteggendo e favorendo primizie e abbondanti raccolti. Vicino alla figura fiera e solenne di Carpo, i visitatori di Expo potevano ammirare il corpo nudo di Jennifer, scolpito appositamente per Padiglione Italia dall'artista contemporanea Vanessa Beecroft. In Jennifer vediamo un corpo di donna umiliato, costretto in blocchi di marmo, violato, crocifisso. Un accostamento pieno di fascino, che non ha mancato di suscitare inediti spunti di riflessione sulla figura della donna di ieri e di oggi.
Hora - Carpo
Hora-Carpo, Marmo lunense (di Carrara), I secolo d.C. con integrazioni della metà del XVI sec, altezza 1,51 m. Firenze – Galleria degli Uffizi – inv. 1914, n. 136, anonimo. Da oltre quattro secoli la statua di Hora abbellisce il corridoio di levante della Galleria degli Uffizi, spiccando, fra l’esercito di marmi che decorano il complesso vasariano, per la finezza del suo modellato, capace di restituire con sorprendente realismo l’impalpabilità della veste indossata dalla giovane donna. Furono proprio questi ”panni sottili”, del resto, a colpire maggiormente Giorgio Vasari quando, nel 1568, la vide sistemata in una delle sale di Palazzo Pitti, riconoscendovi l’effige di Pomona, la dea romana dei frutti. L’uva, le pere, i melograni e le noci che quasi traboccano dai lembi del mantello trattenuto dalla donna sul grembo, non lasciavano dubbi, infatti, sul carattere di questo affascinante personaggio femminile, che doveva necessariamente essere legato alla fecondità della terra e alla forza generativa della Natura.
Jennifer statuario
Jennifer Statuario - Vanessa Beecroft 2015 4x6x5m. Una scultura e quattro blocchi di cava di marmo rivestiti di cera blu. La scultura è ricavata dal calco dal vero della sorella dell’artista, sul cui gesso Beecroft ha lavorato in Sicilia nel 2007. La scultura è in scala 2:1 realizzata in marmo bianco (Sivec e Calacatta dorato). Il corpo di Jennifer è installato a testa in giù, su una colonna, legato con corde generiche da trasporto e costretto tra quattro grandi massi di marmo. I blocchi sono disposti come nei depositi, uno sopra l’altro raggiungendo l’altezza totale di quattro metri. I blocchi sono posti cosi come vengono collocati nei depositi dopo che escono dalla cava, avvolti da cera blu e non modificati nella forma. Lo stile in cui la figura è stata realizzata è classico figurativo. I seni, le mani e i piedi originali della figura sono stati sostituiti da elementi in onice bianco venato semi-trasparente, più vicini al modello originale e all’idea dell’artista, un’operazione simile a quella del collage realizzata poco prima di questa esposizione. La posizione della scultura (a testa in giù), la compressione tra quattro blocchi di marmo, le inserzioni di onice bianco, destabilizzano l’idea di classicità e si avvicinano al concetto di “membre fantome” che l’artista indaga nelle fotografie delle performance e nei disegni dal 1993 ad oggi. La frammentazione del corpo come sinonimo di perdita dell’individuo, nel caso Beecroft: femmina.
Trapezophoros
Sostegno di mensa (trapezophoros) con due grifi che sbranano una cerva - anonimo - 325 - 300 aC ca, marmo, alt. cm 95 , lungh. cm 148. Databile al IV secolo a.C., ed esposta nell’atrio dell’Auditorium, l’opera è stata molto apprezzata anche per il suo valore emblematico. Il Sostegno di mensa è stato recuperato dai Carabinieri del Comando Tutela Patrimonio Culturale dopo essere stato trafugato negli anni settanta del Novecento nel corso di scavi clandestini ad Ascoli Satriano (Foggia). L'opera è visitabile presso il Museo Civico-Diocesano di Ascoli Satriano.
Dialogo al buio tra i banchi della Vucciria
Il grande spazio della mostra dedicato al "Dialogo al buio” era un invito a pensare il mondo da una prospettiva differente: quella di una persona ipovedente. I visitatori, accompagnati dalle straordinarie guide messe a disposizione dall’Istituto dei Ciechi di Milano, perdevano ogni orientamento attivando però le proprie capacità sensoriali che permettevano loro di percepire “altrimenti” gli stimoli tipici di un grande mercato di Palermo. Al termine del percorso il visitatore riguadagnava la visione e scopriva il maestoso capolavoro di Renato Guttuso La Vucciria, prestato dall’Università di Palermo a Padiglione Italia.
La Vucciria
La Vucciria - R. Guttuso 1974 - cm 300 x 300, Olio su tela, cm 300 × 300. La Vucciria, uno dei più antichi e famosi mercati di Palermo, aveva sempre esercitato un forte fascino su Renato Guttuso che lo attraversava per recarsi al liceo e frequentemente vi si fermava per gustare i poveri, straordinari cibi della “cucina di strada”, più nota come Street Food, che in Sicilia vanta una tradizione e una varietà straordinarie. L’universo sonoro del mercato, infatti, rappresentato dalle grida dei venditori, ma anche dal mormorio degli acquirenti, unito alle emozioni visive, accese dal cromatismo delle merci esposte ed alle sollecitazioni olfattive, provenienti dalle carni, dai pesci ma anche dai cibi della cucina di strada, in perenne cottura, avevano fortemente colpito l’immaginazione di Renato Guttuso: “La Vucciria me la ricordo da ragazzo quando da Bagheria venivo a studiare a Palermo. Scendevo dalla parte dei gradini di via Roma entravo in Piazza Caracciolo e sbucavo nella piazza San Domenico. Mi bastava questa ventata popolaresca, i suoni, le luci, le voci per cambiare registro alla mia mente. Senza saperlo, forse senza volerlo, nella retina si impressionavano quei canestri di canna dove c’erano trionfi di frutta, i grandi banchetti di pesci distesi a semicerchio sui marmi dei pescivendoli.” L'opera è stata prestata dall’Università di Palermo a Padiglione Italia ed è oggi ospitata nella città siciliana presso Palazzo Chiaramonte-Steri.

Pasticella chî saiddi!
Rrobba bbella!
(Pasta con le sarde! Roba bella!)

Nel primo richiamo non si nomina il prodotto, ma si menziona un’apprezzata pietanza caratterizzata proprio dalla presenza del finocchietto (la “pasta con le sarde”).

Ci vonnu l’agghi pû vicinu!
(Ci vogliono gli agli per il vicino!)

L’abbanniata dell’aglio evoca invece le ben note virtù profilattiche del vegetale, qui volte ironicamente a scongiurare eventuali azioni moleste operate dai vicini di casa.

Venditore di finocchietto selvatico e aglio alla Vucciria
Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
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