COLLEZIONARE PER UN DOMANI

MUSEION

La mostra presenta opere entrate a far parte del patrimonio di Museion negli ultimi anni, come acquisizioni, donazioni o in qualità di comodato. Anche se le opere sono suddivise secondo i nuclei tematici di ricerca del museo, come ad esempio i nuovi linguaggi della scultura, dal percorso espositivo emerge quanto le categorie artistiche tradizionali siano diventate fluide.

LANGUAGE IN ART
La sezione definita Language in Art comprende opere appartenenti a tendenze molto diverse fra di loro in cui la lingua scritta gioca un ruolo determinante. Language in Art introduce inoltre l’aspetto di forme ibride fra arte e scrittura, fra immagine e testo, fra linea disegnata e scrittura, che costituisce una manifestazione rappresentativa dell’arte moderna e contemporanea. La sezione comprende posizioni concettuali quali quelle di VALIE EXPORT, Maurizio Nannucci e Haroon Mirza. Il nucleo comprende anche forme narrative e forme di arte politica o opere che lavorano con i principi della pubblicità. Un ruolo importante è svolto dalle opere di poesia visiva e concreta nonché da opere del movimento Fluxus, entrate a far parte della collezione di Museion attraverso il prestito a lungo termine della collezione "Archivio di Nuova Scrittura".

Nel caso di More than meets the eye si tratta di una grande installazione, costituita da una versione blu e una rossa del medesimo testo. In quest’opera di forte intensità luminosa viene a crearsi una zona violetta in cui si mescolano il rosso e il blu dei due spazi cromatici che la racchiudono. Come spesso nei i testi di Nannucci, la frase di quest’opera è costituita da un messaggio (tautologico) sull’opera stessa, ovvero sull’evento visivo generato dal neon.

Nanni Balestrini, poeta, artista, scrittore, è tra le figure che più hanno contribuito allo sviluppo della letteratura e dell’arte italiana negli ultimi 50 anni. Attento osservatore della situazione sociale, Balestrini, oltre a romanzi e libri d'artista, ha realizzato una vasta gamma di opere di poesia visiva. Tra queste le opere con ritagli di giornale - immagini e testo: nuovi e inaspettati significati scaturiscono dagli accostamenti, che, se pur frammentati, rispecchiano un clima politico e culturale di un’epoca. Questa serie di opere mostra anche il principio centrale dell’opera di Balestrini: il collage, ovvero il lavoro con frammenti trovati.

ARBEIT MACHT KAPITAL (“Il lavoro produce capitale” o anche “Lavoro Potere Capitale”) utilizza il carattere “K font” composto da tubi luminosi fluorescenti, il cui nome è un omaggio a Franz Kafka e al suo personaggio K, protagonista del romanzo incompiuto Il Castello (1926). Questa versione dell’opera è una maquette dell’originale la cui grandezza dipende da quella dei tubi al neon che compongono le lettere. Le tre parole dell’insegna luminosa offrono più piani di interpretazione, a seconda che vengano lette singolarmente, in combinazione o come frase. Così ARBEIT MACHT KAPITAL evoca da un lato la scritta sui cancelli dei campi di concentramento, dall’altro riprende dei termini onnipresenti nel linguaggio delle nostre democrazie.

In Automation is Dead la scritta led, chiaro riferimento all'artista Jenny Holzer, è stata modificata per generare un suono che accompagna un’altra fonte ritmica creata dalla interferenza di una lampadina a risparmio energetico e una radio a transistor. Sul display si legge che 'l'automazione è morta', vale a dire che è venuto meno un sistema di controllo che serve nella gestione delle macchine che sostituiscono l'intervento umano.

OPERE DI LUCE
Il nucleo delle opere di luce rappresenta un aspetto importante nella collezione di Museion da quando, nel 1996, si è tenuta l’importante mostra dedicata al Gruppo N e al gruppo Zero (ENNE&ZERO motus etc.). Le opere luminose entrate a far parte della collezione successivamente hanno di volta in volta evidenziato il carattere installativo, per così dire “ibrido” che era presente sin dall’inizio in molte opere di Uecker, Piene, Mack e Biasi, per citare solo alcuni rappresentanti dei due gruppi artistici.

Il “balletto di luce” (Lichtballet (Lichtkugel) di Otto Piene non è ascrivibile a una scultura in senso tradizionale, ma è un’installazione che possiede un movimento e una durata intrinseca – una caratteristica che la accomuna alla natura del video.

Spiral Betty dell’artista Rosemarie Trockel acquistata nel 2013 è un’opera di luce, ma grazie al suo titolo è anche un gioco di parole che fa ironicamente riferimento alla gigante opera di Land Art di Robert Smithson Spiral Jetty (1970) e con la sua forma rinvia implicitamente al corpo femminile.

L’opera di James Turrell è all’insegna di un’incessante ricerca sulla luce. In Turrell la luce non è qualcosa che illumina altri oggetti, bensì una sostanza che manifesta se stessa. Untitled (12NOG+C) fa parte di un gruppo di opere più recente, in cui l’artista investiga l’effetto della luce utilizzando gli ologrammi. La tridimensionalità è generata attraverso la proiezione della luce su un corpo che pare incorniciato.

Goodnight Eileen from ‘Here to Go’ by Terry Wilson / Brion Gysin (1982), il lampadario che pulsa in alfabeto morse di Cerith Wyn Evans, uno splendido oggetto luminoso che tematizza la codificazione del linguaggio e le nostre abitudini percettive.

Philippe Parreno lavora con media molto differenti: cinema, scultura, performance, disegno, testo e anche l’esposizione stessa. Marquee fa parte di un gruppo di opere che assomigliano a una tettoia corredata di luci, ai modi di quelle che talvolta si trovano sopra i portoncini d’ingresso. Questa forma di scultura si integra nelle architetture reali e segna il passaggio a un altro spazio percettivo fondamentalmente diverso. Vi aleggia una certa ironia sul glamour propria di determinate
concezioni dell’arte.

M’illumino d’immenso: le parole di una delle più famose composizioni di Giuseppe Ungaretti del 1917 sono state tradotte in ritmo e luce. Un laser verde scandisce in sette movimenti l’andamento fonetico, vale a dire la produzione e la percezione dei suoni linguistici dati dalla lettura dei versi di Ungaretti. La linea verticale ascendente in quattro movimenti si contrae verticalmente per poi espandersi in orizzontale in tre moti echeggianti. La chiarezza del segno di luce verde dato dal laser, rappresenta fisicamente la telegraficità ungarettiana.

VIDEO
A partire dagli anni settanta la nuova tecnica del video costituisce un’opportunità di importanza crescente per registrare azioni o eventi dal carattere temporale. In collezione, accanto alle posizioni “storiche” di artisti quali Vito Acconci, Bruce Nauman, Gordon Matta Clark e Dan Graham, troviamo artisti come Bill Viola in cui la videoarte, pur mantenendo il carattere di ricerca e sperimentazione, ha acquisito maggiore consapevolezza di sè. Tra le posizioni più contemporanee annoveriamo artisti che utilizzano il video per affrontare il tema della narrazione, come nel caso di Mario Garcia Torres e Deimantas Narkevicius, il tema del “confine” come nel caso di Sonia Leimer e Stefano Cagol o ancora per tematizzare aspetti socio politici come per Allora & Calzadilla e Francesco Jodice. Francesco Vezzoli invece si dedica a una sorta di decostruzione del linguaggio cinematografico allargando la sua attenzione anche al linguaggio televisivo.

Il video prende spunto dall’immaginario cinematografico western per affrontare il tema del territorio dal punto di vista geografico, culturale e fisico. Western inizia con un lento movimento della telecamera su un paesaggio che ricorda quello dei film western, fino all’incontro con un’orchestra tutta al femminile che suona la famosa colonna sonora composta da Elmer Bernstein per il film I Magnifici Sette (1960) di John Sturges. In realtà il paesaggio è quello georgiano, terra di confine tra Europa e Asia e zona di conflitto. L’artista svela così il paradosso: geograficamente situata a oriente rispetto al mito del selvaggio west, la Georgia è utilizzata come set per ambientare questo genere di film popolati da uomini, cavalli e conquiste di nuovi territori.

Tea 1391, commissionato per dOCUMENTA (13), è un film documentario realizzato nel l’ambito del progetto dell’artista sull’One Hotel di Kabul (Afganistan), dal 1971 al 1977 luogo di residenza e produzione artistica dell’artista italiano Alighiero Boetti. Trent’anni dopo che Boetti lasciò l’One Hotel e dopo gli avvenimenti storici che si sono susseguiti in Afghanistan, nel 2010 Garcia Torres entra in quella stessa guest house. Il video parla di questa esperienza, della trasformazione del luogo e di come l’artista, molti anni dopo, si sia trovato lì al contempo come ospite e gestore.

Il titolo del video si rifà all’opera di Aimé Fernand David Césaire, Un homme qui crie n’est pas un ours qui danse (1939). Nel video si alternano paesaggi del Delta del Mississippi agli interni di una casa di New Orleans danneggiata dall’uragano Katrina nel 2005. Il silenzio delle acque dormienti del fiume e degli spazi sinistri della casa è interrotto dal ritmo assordante provocato da delle bacchette per batteria sulle veneziane di una finestra: il rumore e i bagliori di luce così generati caricano l’intero video di un sentimento di urgenza. Omaggio a New Orleans, il video è al contempo una riflessione sulla catastrofe naturale, economica e umana.

An Embroidered Trilogy è un progetto di Francesco Vezzoli composto da tre video girati tra il 1997 ed il 1999, nei quali Vezzoli appare come ricamatore seduto tra grandi dive. Come spiega Francesco Vezzoli: “Se devo proprio trovare una definizione di me stesso, voglio essere un regista ricamatore, anche perché nella storia del cinema si è già fatto tutto, e il ricamo serve a tirare i fili di quello che è già stato fatto, per tenere insieme immagini e personaggi diversi e dargli una nuova forma."

L'ambiguità, il doppio, la dark side del nostro quotidiano costellano i lavori di Cagol che antengono sempre una peculiare semplicità e immediatezza. Nel video è il contrasto tra le atmosfere di ghiaccio e di neve con altri elementi quali l’aria, il fuoco, la luce e l’acqua a essere protagonista. L’artista si è spinto oltre il Circolo Polare Artico, a Kirkenes in Norvegia, punto di incontro tra i confini norvegese, finlandese e russo, dando vita a una serie di azioni sulla nozione di confine.

FOTOGRAFIA
La sezione fotografia, muovendosi trasversalmente tra le tematiche e i movimenti artistici presenti in collezione, documenta i molteplici approcci della fotografia artistica contemporanea, che spaziano dalle documentazioni fotografiche delle azioni di artisti austriaci quali Günter Brus, Otto Muehl e Rudolf Schwarzkogler risalenti agli anni Sessanta e Settanta a lavori di artisti maggiormente votati allo spirito concettuale quali Vincenzo Agnetti, Heinz Gappmayr, Dan Graham, Gordon Matta-Clark. In alcuni artisti, come nel caso di Roni Horn, il mezzo fotografico è un pretesto per documentare la natura volubile dell’identità umana ma anche l’inevitabile mutamento dei luoghi e paesaggi. Artisti quali Nan Goldin e Wolfgang Tillmans ci offrono dettagli intimi delle loro vite private mentre con Joan Jonas e Vera Comploj viene affrontano il tema del corpo e questioni di gender. Le opere di Zanele Muholi e di Santu Mofokeng inoltre testimoniano l’apertura della collezione in direzione di artisti extraeuropei.

Muovendosi fra disegno, scultura e fotografia, Roni Horn indaga da sempre il tema dell’identità e della differenza, dell’inafferrabile natura di cose ed eventi. Tali tematiche riguardano l’uomo e il suo inevitabile “essere in divenire”, ma anche il mutamento dei luoghi, come avviene nelle serie fotografiche realizzate in Islanda, una sorta di terra di elezione per l’artista. Roni Horn considera l’Islanda un verbo e non un oggetto, proprio per i cambiamenti incessanti a cui sono soggetti i suoi luoghi, mai conclusi e sempre in divenire.

Vera Comploj accompagna il suo lavoro di fotografa di moda a uno studio personale sulle tematiche legate all’identità, alla genetica e alla trasformazione del corpo. Con il suo lavoro l’artista si avvicina così alla tradizione fotografica che tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 indagava la rap presentazione del corpo e le questioni di gender. La serie di fotografie da cui provengono quelle in mostra si intitola In Between. Si tratta di un progetto fotografico iniziato nel 2009 poco dopo l’arrivo di Comploj a New York. Gli scatti ci fanno entrare nel mondo delle drag queen statunitensi fotografate proprio nei momenti in cui si attua il passaggio da uomo a donna, da giorno a notte, da vita ordinaria a palcoscenico.

L'opera From the Forbidden Zone è stata realizzata nell’ambito della mostra sulla collezione di Museion “New Entries!”. In questa occasione dei giovani artisti sono stati invitati a entrare in dialogo con il patrimonio artistico del museo. Michael Fliri ha scelto le opere degli anni settanta dell’artista sudamericana Eleanor Antin incentrate sulla tematica del trasformismo e ha ideato una performance in cui ha trasformato se stesso in un essere molto simile a una scimmia. Dalla performance è nata la fotografia in questione.

Le immagini di Nan Goldin raccontano in modo molto diretto i momenti più intimi di amici, famigliari, amanti seguendoli sia nei luoghi pubblici che in quelli privati. Tra loro prostitute, travestiti, drogati, emarginati dalla società, tutti legati alla fotografa da un rapporto personale. Sullo sfondo die suoi scatti un’ America a confronto con Aids, sesso, lusso e miseria, lussuria e innocenza.

INSTALLAZIONI
La pratica artistica che meglio esprime la volontà di uno spettatore attivo, è quella dell’installazione. L’arte installativa è incompatibile con l’idea dell’autonomia estetica propugnata dal modernismo ovvero: le opere molto spesso presentano una chiara tendenza a superare i confini dell’arte e a mescolarsi con la vita, con la società, con la politica. In fondo si può dire che le opere installative sono il contrario di un’opera-oggetto: non c’è più l’idea di “rappresentare” una storia o una cosa, ma di “presentarla” direttamente e di innescare una reazione critica. L’idea di uno spettatore attivo, che si muove nelle opere e/o attorno ad esse, che vive la durata delle opere, implica anche uno spettatore più attivamente impegnato socialmente e politicamente.

From Here to There è una installazione video in cui il "cameraman" è un Jack Russell Terrier, di nome Stanley. Jana Sterbak monta assieme le immagini riprese dalla telecamera posta sulla testa del cane mentre riprende le sue corse spontanee sulla neve e attraverso la boscaglia lungo gli argini del fiume St. Lawrence a Montreal e le calli di Venezia. Attraverso una proiezione ripartita in sei video, lo sguardo umano incrocia quello dell’animale. Jana Sterbak pone l’accento sulle questioni relative alla percezione umana, al rapporto uomo/animale, natura/tecnologia.

Dischi di Dei è un’installazione composta da 93 dischi appesi al soffitto con un filo di nylon e da una fascia sulla parete costituita dalle copertine dei dischi stessi, fissate al muro con puntine da disegno. I dischi, selezionati attentamente, spaziano tra i generi musicali più diversi. Con un trapano Arienti fora i singoli LP seguendo le linee riprodotte sulla copertina, creando così sui dischi uno sdoppiamento o una variazione delle immagini in copertina.

L’installazione è un chiaro riferimento agli anni della Seconda Guerra Mondiale. La voce che si sente all’interno della stanza è quella dell’artista che dice “Venite, miei piccoli Napoletani [...] dondolate, dondolate”. L’opera si riferisce al periodo in cui le forze alleate sono giunte nella città partenopea. La musica è quella tipica da ballo che si ascoltava durante il periodo dell’occupazione. L’altalena su cui il pubblico è invitato a sedere, accenna all’oscillazione da una parte all’altra dello spazio, per metà blu e per metà rosso in riferimento alla bandiera americana. Si tratta di uno “spazio della memoria”, un ricordo fisico dell’arrivo degli americani a Napoli nel ’43. Come i soldati portarono la loro musica e cultura, così l’artista Vito Acconci nel 1977, invitato dalla galleria Modern Art Agency di Napoli, fece arrivare l’arte americana.

Stonewall III è stato uno dei primi lavori nei quali è stato incluso il vetro rotto. Bonvicini la creò poco dopo i disordini durante il vertice del G8 a Genova, che è stato chiuso al pubblico: "Pensavo ai cancelli di Cady Noland e all'architettura pubblica con la sua accessibilità e la sua monumentalità, come un simbolo nazionale del potere. Volevo mostrare che, anche se si ha un cancello davanti, ciò non significa che non si può fare o cambiare nulla."

I "NUOVI LINGUAGGI" DELLA SCULTURA
Ancora alla fine degli anni settanta nel suo celebre saggio La scultura nel campo allargato Rosalind Krauss ha fatto notare come “Per l’arte postmoderna la pratica non si definisce in funzione di un dato medium – qui la scultura – ma di operazioni logiche effettuate su un insieme di termini culturali e per i quali qualsiasi medium può essere utilizzato: fotografie, libri, linee sui muri, specchi, o la scultura stessa. Così questo campo fornisce insieme una struttura allargata (ma finita) di cui l’artista può occupare ed esplorare le diverse articolazioni, e un’organizzazione del lavoro che non è più dettata dalle proprietà di un medium dato”. Il termine “nuovi linguaggi della scultura” viene, infatti, impiegato a Museion con la consapevolezza di intraprendere la sfida contemporanea di rendere accessibile al pubblico l’eterogeneità e la malleabilità delle categorie d’arte oggi.

Nella serie di opere scultoree dal titolo L’ergastolo di Santo Stefano (2011–14) Rossella Biscotti si occupa di uno dei più noti penitenziari italiani lavorando con calchi di piombo. Nelle sue opere la storia viene riattivata attraverso il racconto di memorie personali o collettive, diventando l’occasione per interrogarsi non solo sul passato ma anche su come si affronta il presente.

Il titolo del progetto We the People deriva dalle prime tre parole della Costituzione degli Stati Uniti d’America del 1787 e consiste nell’impresa faraonica dell’artista di riprodurre nel corso di diversi anni una replica in scala 1:1 della Statua della Libertà. In questo caso il readymade impiegato dall’artista consiste in centinaia di frammenti di rame realizzati con la medesima tecnica dell’originale.

L’opera Jukebox II é costituita da una console, 3 caricatori con 192 cd, un amplificatore e quattro altoparlanti. Partendo dal meridiano zero di Greenwich l’artista ha suddiviso il globo terrestre in 8 segmenti, ciascuno di 45°. Le otto linee longitudinali toccavano varie città o paesi situati vicino al mare in Brasile, New Orleans, Alaska, Fiji, Giappone, Bangladesh e Yemen. A partire da mezzogiorno dell’ultimo giorno del 1999 l’artista ha fatto registrare per 24 ore i suoni di queste località. Sulla console i visitatori possono selezionare tra i 192 cd, di cui ciascuno contiene 60 registrazioni audio, i suoni esterni di otto diverse località del mondo. Il suono del luogo scelto può essere combinato con un determinato orario; in tal modo, ascoltando, si creano brani spazio-temporali eterogenei di tempi diversi che interrompono l’omogeneità e l’avanzare lineare della propria percezione temporale. Jukebox II può essere definito un caleidoscopio temporale di suoni.

Klara Lidén crea interventi architettonici e installazioni cannibalizzando strutture e materiali preesistenti quali cartone, manifesti pubblicitari, lamiera metallica, muro a secco, ritagli di moquette. Con spirito attivista e ribelle l’artista ripensa i luoghi che attraversiamo e abitiamo con un approccio oltremodo fisico: in questo caso, per esempio, delle sculture formate da frammenti di manto stradale creavano un inedito paesaggio straniante innescando una relazione di scambio tra dimensione interna ed esterna e obbligando il visitatore e ri-pensare e a riappropriarsi in maniera inconsueta dello spazio pubblico.

OPERE ORIGINATE DA UN'AZIONE
Un altro nucleo riunisce opere che risultano da un’azione performativa come le serie fotografiche di Rossella Biscotti (Everything is somehow related to everything else, yet the whole is terrifyingly unstable, 2008) e Vlad Nanca (Commemora, 2009) o l’installazione video di Teresa Margolles (¿Cuanto puede soportar una ciudad? / Quanto può sopportare una città? / Wieviel kann eine Stadt aushalten?, 2010–11): opere che, con modalità diverse, attraverso un’azione rileggono, commemorano, interrogano un momento del recente passato o semplicemente aprono una riflessione sul fluire del tempo.

Vlad Nanca vede i propri lavori sullo sfondo dei mutamenti sociali vissuti dalla Romania con la rivoluzione anticomunista nel 1989. Costituita da quattro fotografie e da una sciarpa, la serie fotografica Commemora indica nessi mancanti e diseguaglianze all’interno della struttura sociale ricorrendo alla metafora del fare a maglia, dunque dell’intreccio di fili. Nanca esorta a occuparsi di storie e reminiscenze sconnesse, di incerti passati e aspettative per il futuro, per intrecciarli in un filo unico e comune.

Le opere di Teresa Margolles esaminano le cause e le conseguenze della morte in stretta relazione con il contesto sociale da cui proviene l’artista, l’area che si trova attorno alla città di Juárez in Messico, dilaniata dai crimini legati al narcotraffico, dalla povertà e dalle crisi politiche. L’artista ha realizzato una performance nelle città di Bolzano e Kassel, che hanno ospitato la mostra, e a Juárez. Le persone indossavano una maglietta nera che riportava scritte in bianco le frasi “Quanto può sopportare una città?” e “Quanto dolore può sopportare una città?” tradotte nelle tre lingue. La domanda provocatoria posta sul dorso della maglietta è un messaggio che Teresa Margolles voleva portare attraverso la città sulla pelle dei suoi collaboratori, come l’artista chiama i partecipanti alle sue azioni, dato che diventano parte integrante del messaggio dell’artista. Le tre città presentano situazioni molto diverse di dolore e violenza, ma sono accomunate da queste esperienze.

Il titolo Aui Oi significa “su e giù” nel dialetto altoatesino tedesco. Concepito per la funivia del Renon di Bolzano e presentato in occasione del concorso Festival Transart, il lavoro ha vinto il primo premio. I visitatori sperimentano un viaggio uditivo nelle cabine della funivia. Il suono è stato prodotto live in loco e trasmesso in web-stream all’interno delle cabine della funivia, dove lo si poteva udire. Per Museion è stato creato un adattamento del brano audio allestito all’interno degli ascensori che portano i visitatori su e giù ai diversi piani espositivi modificando la fruizione di uno spazio funzionale.

In The King of Solana beach, Antin esperimenta un'altra sé stessa attraverso la costruzione idealizzata di una propria personalità al maschile. Con una barba posticcia, una cappa di velluto, una camicia di pizzo, stivali di pelle, jeans e un cappello a tesa larga Eleanor Antin cammina per le strade di un piccolo villaggio a nord di San Diego conversando con alcuni abitanti – pensionati, studenti e sportivi - che prima del fatidico incontro con lei erano ignari di trovarsi in un piccolo regno, governato da tale minuta figura. Le “gesta” di Antin sono documentate in una serie di otto fotografie in bianco e nero ed un testo.

LIBRI D'ARTISTA
La definizione del nuovo libro d’artista, con cui opera Museion, segue essenzialmente quella proposta da Michael Glasmeier: i recenti libri d’artista o artist books sono concepiti come opere a sé stanti, dunque si tratta di un lavoro artistico che acquista la forma di un libro. È qualcosa di diverso da un catalogo che documenta un’esposizione o un gruppo di opere e che normalmente contiene testi di critica. Come il multiplo, l’artist book rappresenta una prospettiva democratica: esso intende coniugare la qualità o l’intensità artistica con l’accessibilità e l’ampia diffusione. La qualità artistica è possibile perché il fulcro di queste opere non poggia su una realizzazione artigianale unica, bensì su un concetto che, fin dal principio, si fonda sulla riproduzione.

Il libro d’artista è composto da 20 fogli, 10 di Andre e 10 di Ana Mendieta. Su ciascun foglio Andre disegna 12 quadrati seguendo lo stesso ordine: la trasposizione costante del motivo delle “Pietre” sui diversi fogli non rivela che differenze minime nell’esecuzione manuale. I 10 fogli di Ana Mendieta (“Foglie”), alternati a quelli di Andre, mostrano invece 3-6 foglie in una composizione simmetrica. Ciò che nasce in questo libro d’artista è un dialogo fra estetica disegnativa (Andre) ed estetica fotografica (Mendieta), fra materiale inorganico e organico, fra ordine geometrico e non geometrico. In questo libro d’artista, realizzato insieme ad Ana Mendieta, l’estetica minimalista di Andre entra in dialogo con l’impostazione della sua compagna di allora, sostanzialmente un approccio artistico fortemente esistenziale.

Negli anni 1973-74 Nannucci esegue un’indagine fotografica sulle diverse tonalità di verde presenti nella natura. La raccolta ovvero il relativo libro d’artista del 1977, in cui su sette tavole sono riprodotte sessanta fotografie di sessanta piante diverse, costituisce uno dei libri d’artista più memorabili e dunque più esposti in quegli anni. A ogni fotografia è associata una denominazione del particolare color verde: dal “verde galactites tomentosa” al “verde ophiopogon jaburan”, dal “verde sedum compressum” al “verde matthiola incana” e al “verde vitis vinifera”.

Libro d'artista pubblicato nel 1995 (secondo volume della trilogia Hotel-Hotel, Hotel-Hotel-Hotel e No Drawing No Cry), con la riproduzioni in stampa offset dei famosi disegni di Martin Kippenberger eseguiti in originale su carta da lettere di vari hotel. Kippenberger eseguì centinaia di disegni su carta da lettere di alberghi, un corpus che si presenta come una sorta di diario di viaggio.

LITTLE MUSEION "CUBO GARUTTI"
All'inizio del 2000, l’Ufficio Cultura italiana della Provincia Autonoma di Bolzano ha incaricato l'artista Alberto Garutti con la creazione di un'opera d'arte per il quartiere Don Bosco di Bolzano. Dopo il suo completamento nel 2004 la direzione artistica del lavoro è stata trasferito a Museion. L'artista ha progettato una struttura architettonica in una piazza pubblica, che è circondata da alloggi sociali. Formalmente la struttura di Garutti riflette le caratteristiche degli edifici circostanti reinterpretandoli. Lo scopo del progetto è quello di creare uno spazio espositivo per le opere della collezione di Museion, per raggiungere e coinvolgere il pubblico del quartiere. Il piccolo museo di Garutti è effettivamente un'ala distaccata di Museion, creata per intensificare il dialogo con la popolazione locale.

Per il progetto Hotel Cubo il Piccolo Museion è stato trasformato in un vero e proprio hotel in miniatura. Fino a giugno 2014 si poteva infatti soggiornare per una notte in questo albergo molto speciale. Il “pacchetto” prevedeva al risveglio una visita con un’audioguida al quartiere Don Bosco di Bolzano. L’invito di Egger è chiaro: guardare un quartiere di Bolzano per molti quasi sconosciuto, eppure ricco di storia e di vita, con occhi nuovi.

Il progetto “Vetrinette” di Paolo Riolzi nasce dal tentativo di realizzare, attraverso la “vetrinetta”, quel mobile in cui sono raccolti bomboniere, fotografie e souvenir, i ricordi e gli affetti di una vita, una fotografia-mondo della nostra identità collettiva. Dopo aver toccato diverse città, il progetto faceva tappa a Bolzano, dove ha trovato un momento espositivo a con le fotografie di sei vetrinette bolzanine in scala 1:1. L’esposizione è risultato di un progetto in più fasi, condotto da Riolzi sulla città e che ha visto coinvolto, in particolare, il Cubo di Garutti nel quartiere Don Bosco di Bolzano.

Il progetto “Camera Cubica” nasce con l’intento di far riscoprire la tecnica del “foro stenopeico”, oggi quasi dimenticata. Degiorgis ha utilizzato l’architettura del Cubo Garutti e l’ha trasformata in un grande dispositivo fotografico, la camera oscura appunto, posto nello spazio pubblico. L’artista ha poi invitato gli abitanti del quartiere a scattare delle immagini dal Cubo-macchina e partecipare quindi ad una piccola magia. Le immagini emerse rappresentano il quartiere circostante, le sue architetture, lo spazio urbano e i suoi abitanti.

FACCIATA MEDIALE
Trasparenza e movimento: l’effetto plastico che caratterizza l’edificio di Museion è dato dal contrasto tra l’involucro metallico e la forma rientrante e trasparente delle facciate. Quando la luce del giorno viene lentamente meno, un sofisticato sistema coordina la chiusura delle lamelle delle facciate e l’accensione di 36 video proiettori che si trovano all’interno dell’edificio sui diversi piani espositivi, e la superficie di vetro si trasforma in facciata multimediale. La facciata è una sorta di “membrana trasparente” sulla quale proiettare video, foto o animazioni che gli artisti decidono di far dialogare con lo scheletro architettonico di Museion e il paesaggio urbano. Il funzionamento delle due facciate mediali può avvenire contemporaneamente o in maniera alternata, garantendo in entrambi i lati l’opportunità di ampliare le proiezioni con il suono: le panchine poste davanti ad ambo le entrate del museo funzionano infatti da casse acustiche. La programmazione per la facciata mediale di Museion rappresenta una sfida per gli artisti a mettersi a confronto con uno spazio espositivo diverso per le sue dimensioni, la sua tecnologia e il suo essere nello spazio pubblico.

Il video Physical Examination è stato presentato sulla Facciata Mediale di Museion nel 2014. Il video è basato sul contrasto tra la forma angolare e rigida della struttura in legno con la sinuosità e il continuo mutamento della forma dei serpenti. Anche il suono è parte di questa narrazione e proviene dalla materia dato che è prodotto dalla rielaborazione di tracce sonore e dal rumore provocato dallo strisciamento dei corpi.

Il titolo del video, che significa “ciò che è invisibile sembra qualcosa che tu non hai mai visto”, può sembrare enigmatico, ma è in realtà una tautologia. Nel video il volto dell’artista, che si trova in piedi su una pedana in movimento, ruota progressivamente verso la luce. Si attende il momento in cui il volto verrà svelato, ma la stessa luce che dovrebbe rivelarne l’identità acceca lo spettatore impedendogli di vedere quel volto. Lo spettatore si trova così involontariamente ad assistere a una sottile ironia sulla figura dell’artista.
Il video è nato come proiezione sulla Facciata Mediale di Museion.

Riconoscimenti: storia

MUSEION - Collezione Archivio di Nuova Scrittura
MUSEION - Collezione Enea Righi
MUSEION - Collezione Lodovico Rocca
MUSEION - Collezione Fondazione Cassa di Risparmio
MUSEION - Collezione Provincia Autonoma di Bolzano - Alto Adige

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
In alcuni casi, la storia potrebbe essere stata realizzata da una terza parte indipendente; pertanto, potrebbe non sempre rappresentare la politica delle istituzioni (elencate di seguito) che hanno fornito i contenuti.
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