CERAMICHE ITALIANE DAL MEDIOEVO AI GIORNI NOSTRI

Museo Internazionale delle Ceramiche

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Ceramiche faentine dal Medioevo al Barocco
Sin dal Medioevo Faenza si distinse come centro ceramico di primaria importanza, tanto da legare il proprio nome alla tipologia che nei secoli maggiormente la contraddistinse, la maiolica per l’appunto, conosciuta dalla seconda metà del ‘500 in tutta Europa con il termine faÏence. In epoca medievale gli artefici faentini svilupparono una brillante fase “arcaica” con la produzione di maioliche (perlopiù boccali, ma anche albarelli, versatoi, ciotole, coppe, ecc.) dipinte nella caratteristica bicromia bruno manganese e verde “ramina” (più raramente blu) con un ricco repertorio decorativo di motivi zoomorfi, fitomorfi, epigrafici e araldici, questi ultimi spesso riferiti a famiglie e personaggi illustri della città (fig. 1). Accanto al vasellame in maiolica si affermò anche la produzione di ceramiche ingobbiate graffite e dipinte in una costante bicromia verde “ramina” e bruno-giallo “ferraccia”, che si protrasse per diversi secoli con tematiche per certi versi prossime alle più documentate maioliche. Superata la stagione “arcaica”, le maioliche perfezionarono l’aspetto tecnologico con l’adozione di uno smalto più brillante e coprente, sul quale venne a svilupparsi un repertorio decorativo più articolato, con l’adozione di una gamma cromatica sempre più ricca. Accanto al colore blu, spesso dominante, vennero impiegati il bruno, il verde e il giallo nella tonalità fredda (giallo “cedrino”) e in quella calda (giallo “pavona”). Nel corso del primo Rinascimento si affermarono specifici gruppi o “famiglie” decorative: alla corrente goticheggiante della famiglia “gotico-floreale” si affiancarono influssi decorativi di derivazione bizantina, araba ed estremo-orientale propri delle famiglie della “zaffera a rilievo”, “italo-moresca”, “a occhio di penna di pavone”, “a palmetta persiana”, “alla porcellana”. Tra la fine del ‘400 e gli inizi del ‘500 si impose una cultura decorativa squisitamente rinascimentale, soprattutto con il progressivo attestarsi della figura umana, dapprima in raffigurazioni idealizzate, come per il vasellame amatorio con “belle” donne recante l’effige della persona amata, per poi giungere alla formulazione di vere e proprie “istorie”. A partire dai primi decenni del Cinquecento con l’affermarsi del genere “istoriato” i maestri maiolicari faentini elaborarono sul vasellame di pregio rappresentazioni mitologiche, bibliche e di storia romana, tratte da stampe sciolte o illustrazioni di libri. Il genere figurato venne a comprendere anche una circoscritta ma pregevole produzione di opere plastiche di piccolo formato, perlopiù con funzione di calamaio, di soggetto sia sacro sia profano. Altro aspetto caratterizzante la produzione rinascimentale delle botteghe maiolicare faentine fu l’impiego di uno smalto grigio-azzurro (maiolica “berettina”), che fungeva da sfondo per elaborate composizione con festoni, frutta, girali fogliate, “grottesche” (fig. 2), “trofei” d’armi e strumenti musicali, quest’ultimi anche in veste policroma su fondo bianco. Attorno alla metà del secolo la veste decorativa delle maioliche divenne sempre più ricca ed elaborata, fino a rivestire per intero la superficie del vasellame, conseguendo esiti di notevole decorativismo nella tipologia “a quartieri”. Altrettanta vivacità decorativa e cromatica contraddistinse le ben più comuni e diffuse maioliche in stile “geometrico-fiorito”. Ma la vera fortuna degli artefici faentini fu l’elaborazione di uno stile antitetico all’eccesso decorativo e cromatico delle maioliche precedenti, che per la predominanza dello smalto bianco, coprente e applicato a spessore, assunse la denominazione di “bianchi di Faenza”. All’adozione di forme sempre più elaborate e fastose, dalle superfici spesso mosse e traforate, corrispose una netta contrazione della decorazione, talora inesistente, tracciata con pennellate rapide ed essenziali, da cui il termine “compendiario” per indicare tale stile pittorico (fig. 3). La fortuna dei “bianchi di Faenza” si protrasse dalla seconda metà del ‘500 per tutto il secolo successivo, alimentata dall’apprezzamento per gli esemplari delle botteghe di Virgiliotto Calamelli, dei Bettisi e di Enea Utili, solo per citare le più famose. (VM)

Si tratta della leggenda medievale di Aristotele e Fillide. Il soggetto è un chiaro richiamo al tema cortese del domino della donna sull’uomo, mentre la decorazione sorprende per l’elaborata rappresentazione narrativa e interpretativa, tale da anticipare di alcuni secoli il genere “istoriato”.

I ricercati vasellami “bianchi di Faenza" godono in questo periodo di grande fortuna e sono richiesti da nobili committenze desiderose di celebrarsi attraverso le eleganti maioliche, rinominate in tutta Europa con il termine "faïence".

Il motivo decorativo della foglia “accartocciata” è ripreso dagli ornamenti dell’architettura gotica e viene definito in gergo anche “gattone” per l’aspetto simile ad un gatto rampante.

Il piatto, con stretto cavetto e ampia tesa, è decorato al centro con l’impresa della "palma fiorita" di Galeotto Manfredi, Signore di Faenza, unita all'emblema di San Giovanni Evangelista con il calice affiancato dalle iniziali “I . O” (“Iohannes”).

Con l’avvio del Rinascimento la maiolica faentina abbandona definitivamente i motivi decorativi gotici e orientaleggianti per dar risalto alla figura umana e in particolare alle “belle” donne. Le avvenenti dame effigiate su maiolica erano novelle spose, ritratte su commissione dell’amato per celebrare l'unione matrimoniale.

A Faenza la ceramica graffita, dipinta e invetriata su ingobbio, si accosta dalla fine del ‘300 alla produzione di maiolica, seppur documentata in maniera minore.

La piccola plastica modellata a tutto tondo raffigura il “Giudizio di Paride”. I cinque personaggi del gruppo plastico sono disposti attorno ad una fonte con fontana a colonna (porta inchiostro) e vasca esagonale (portautensili).

Con l’avvio del Cinquecento la diffusione della porcellana cinese e i sempre più costanti contatti con il mondo orientale ispirano ai maiolicari faentini sia un nuovo genere decorativo detto “alla porcellana” sia nuove forme sempre più sottili che cercano di competere e uguagliare la delicatezza del prodotto esotico.

Attorno al medaglione centrale si dispone un elegante tralcio corrente di sinuose girali fogliate. La decorazione, in monocromia blu su smalto azzurro “berettino”, evoca il gusto decorativo “a fogliami”, molto in voga in quel tempo soprattutto nella città di Venezia.

La coppa presenta un cavetto piatto interamente decorato con l’“Adorazione dei pastori”. La scena, ispirata ad una nota incisione di Marcantonio Raimondi, si svolge in un paesaggio campestre che digrada in uno sfondo lagunare con peculiari picchi montuosi.

La scena “istoriata” è stata attribuita a Nicolò da Fano pittore maiolicaro di ambito marchigiano che operò intorno alla metà del Cinquecento presso la bottega di Virgiliotto Calamelli. Il cartiglio con l’indicazione farmaceutica “Zuc° Rosatu”, ossia zucchero rosato, attesta l’appartenenza dell’albarello ad un’antica spezieria.

L’opera è un eccellente esempio di come, accanto alla tradizione classica dell’"istoriato” policromo, si compia a Faenza un cambiamento nel linguaggio pittorico su maiolica, la cosiddetta “rivoluzione dei bianchi di Faenza”.

Il personaggio è stato identificato presumibilmente con il leggendario eroe romano Marco Curzio. La decorazione "compendiaria" è sciolta e veloce, quasi abbozzata con linee essenziali e leggere.

La creazione di tali preziose saliere per il corredo di suntuose tavole di facoltosi committenti era stimolata dall’arte dei metalli preziosi e in particolare dagli oggetti in argento.

I ricercati vasellami “bianchi di Faenza" godono in questo periodo di grande fortuna e sono richiesti da nobili committenze desiderose di celebrarsi attraverso le eleganti maioliche, rinominate in tutta Europa con il termine "faïence".

Officine italiane del Rinascimento
La sezione illustra i principali contesti regionali italiani che si distinsero nella produzione in maiolica di epoca rinascimentale. Ogni centro è rappresentato attraverso eccellenze e specificità che fecero del Cinquecento il secolo d’oro della maiolica italiana. La maiolica rinascimentale di ambito laziale è introdotta da testimonianze di epoca medievale, dalla caratteristica bicromia in bruno manganese e verde ramina, comune ai centri dell’Italia centro-settentrionale. Il boccale detto “panata”, dotato di un pronunciato versatore “a becco”, è foggia caratteristica del vasellame alto-laziale, pienamente attestata anche nel corso del primo Rinascimento. Nel Cinquecento la ceramica laziale riflette la grande varietà di stilemi decorativi rinascimentali, come attesta il tipico vasellame “amatorio” con “belle”, che in ambito acquesino dalla metà del XVI secolo godette di una certa fortuna fino ai primi decenni del secolo successivo. Il genere figurato è brillantemente documentato dalla produzione di Castelli d’Abruzzo, dove nel corso del Cinquecento emerse la bottega dei Pompei, con la realizzazione di sontuosi servizi e corredi di maioliche, come testimoniano gli esemplari della tipologia apotecaria “Orsini-Colonna”, contraddistinta da una notevole vivacità cromatica e una grande fantasia formale e decorativa, declinata in figurazioni dal connotato caricaturale. Nel tardo Cinquecento poi si attestarono fogge più mosse e articolate, di matrice barocca, rivestite da uno smalto di intensa colorazione blu (“maioliche turchine”) e ulteriormente impreziosite dalla decorazione in oro e bianco. In ambito umbro invece si distinse, già in epoca medievale, il centro di Deruta, che legò però la sua fama soprattutto alla produzione nel primo Cinquecento di splendidi piatti “da pompa”, decorati sia in policromia sia in monocromia blu, in questo caso impreziosita dai cangianti riflessi del lustro metallico, prevalentemente di tonalità dorata, ma anche rosso rubino. Nella tecnica a lustro, derivata dal mondo islamico attraverso la mediazione delle maioliche della Spagna moresca, primeggiò in epoca rinascimentale anche un altro centro umbro, quello di Gubbio, dove per alcuni decenni operò la bottega di Maestro Giorgio Andreoli, che finì a lustro splendide maioliche con scene sacre, mitologiche e di storia romana (“istoriati”). Nel genere “istoriato” si distinsero soprattutto taluni centri marchigiani del Ducato di Urbino (Urbino, Pesaro, Gubbio e Casteldurante, l’odierna Urbania). Le vignette xilografate dei libri a stampa (tra i quali, le varie edizioni della Bibbia e delle Metamorfosi di Ovidio), oltre alla divulgazione grafica dei soggetti raffaelleschi operata da Marcantonio Raimondi e dalla sua bottega, rappresentarono una cospicua fonte di modelli per gli abili istoriatori di maioliche. In ambito urbinate maestri indiscussi del genere “istoriato” furono Nicola da Urbino, Francesco Xanto Avelli e a partire dalla metà del Cinquecento i Fontana; la fortuna di questo genere si protrasse fino alla fine del secolo e oltre, ad opera dei Patanazzi, in fogge ripetitive e stereotipate. La Toscana è rappresentata dall’area fiorentina (Montelupo e Cafaggiolo) e da Siena. La ricca selezione di maioliche montelupine consente di documentare le molteplici “famiglie” decorative che scandirono l’arte della maiolica rinascimentale: a partire dagli esemplari quattrocenteschi in “zaffera a rilievo” e di influenza ispano-moresca, per passare nel corso del Cinquecento al genere “istoriato”, ai motivi con “grottesche-raffaellesche” e “alla porcellana” di ispirazione orientale. L’ammirazione per le porcellane cinesi “bianche e blu” di epoca Ming spinse i vasai italiani a imitarne non solo gli ornati ma anche il candido e traslucido corpo ceramico. Fu così che nella Firenze medicea, nell’ultimo quarto del XVI secolo, fu messa a punto la prima porcellana (o pseudo-porcellana a pasta tenera) realizzata in Europa. Conclude la sezione la vivace cromia delle maioliche di Venezia. Ricche composizioni “a grottesche”, “a trofei” e con frutta affollano il vasellame smaltato nella caratteristica tonalità azzurrata (smalto “berettino”), mentre più policroma è la produzione del secondo Cinquecento con elaborati “istoriati” e imponenti corredi farmaceutici con busti e figure, cinti da un’esuberante decorazione a fogliami, fiori e frutta. (VM)

L’opera è ascrivibile al cosiddetto vasellame “amatorio”, tipica tipologia rinascimentale ritraente su maiolica l’effige della persona amata. Tale decorazione, peculiare di Faenza e di altri centri, specie dell’Italia centrale, venne declinata per tutto il Cinquecento con specifici stilemi locali.

Il suntuoso rinfrescatoio a forma di navicella baccellata si caratterizza per il tipico smalto blu lapislazzuli (maiolica “turchina”), elaborato dalle officine di Castelli nel tardo Cinquecento e impreziosito da una minuta decorazione con motivi fitomorfi dorati e filettature bianche. Sui lati della maiolica campeggia lo stemma del Cardinale Alessandro Farnese (1520-1589).

La precisa funzione decorativa di queste opere, che arredavano le dimore dell’epoca, era esaltata dalla preziosa decorazione a lustro metallico. Il grande piatto ritrae al centro San Girolamo penitente.

La bottega di Maestro Giorgio Andreoli caratterizzò l’arte ceramica di Gubbio nella prima metà del Cinquecento, specializzandosi nella produzione a lustro dorato e rosso rubino su maiolica, a imitazione dei prodotti importati dalla Spagna.

Il soggetto della coppa rappresenta un eccellente saggio della ritrattista su maiolica al maschile, meno consueta e documentata rispetto ai busti femminili delle cosiddette “belle”. Nella coppa è raffigurato, a piena superficie, “Camillo".

Nicola di Gabriele Sbraghe detto Nicola da Urbino fu tra i migliori artefici del “raffaelismo” su maiolica. Il piatto appartiene al prestigioso servizio (“credenza”) realizzato da più artisti.

L’importanza della coppa consiste nella presenza della data “1529” e della sigla della bottega di Maestro Giorgio “da Ugubio” che finì a lustro la maiolica.

I temi di carattere religioso costituiscono, insieme a quelli classici e mitologici, una delle componenti narrative più importanti cui s’ispira la decorazione del vasellame di alta qualità del Cinquecento.

L’esigenza di far fronte a una committenza sempre più colta e raffinata condusse i maiolicari a un costante aggiornamento dei repertori decorativi, che per la fortunata decorazione detta “a raffaellesche” si ispirarono ai cicli pittorici rinascimentali delle Logge Vaticane.

Questo motivo ornamentale, caratterizzato da minuti motivi vegetali di gusto moresco, fu uno dei decori più fortunati all'interno del repertorio della ceramica toscana della fine del Quattrocento.

Per l'evidente somiglianza fisionomica si potrebbe supporre che il ritratto di Papa Leone X sia stato eseguito intorno al 1515, quando il papa fece un breve soggiorno nella Villa Medicea di Cafaggiolo, adiacente alla bottega di maioliche, dove venne realizzato questo capolavoro dal carattere spiccatamente celebrativo.

Il fascino emanato dalle misteriose porcellane orientali e il desiderio di possedere opere esclusive portarono il granduca Francesco Maria de' Medici a fondare una propria manifattura di ceramica a Firenze.

Officine italiane dal Seicento all’Ottocento
La produzione italiana del XVII-XIX secolo è esposta con una funzionale suddivisione dei manufatti per regione: per ogni secolo i vari ambiti regionali, dal sud al nord d’Italia, sono rappresentati con quelli che furono i centri, le manifatture, gli artefici, le tipologie stilistiche e decorative maggiormente rappresentativi di ogni contesto. Il Seicento Nel corso del XVII secolo, soprattutto nell’Italia centro-meridionale, perdurò la fortuna di tematiche decorative sviluppate nel corso del Rinascimento: i vasai siciliani fornirono le spezierie di vasellami riccamente decorati a “quartieri”, “trofei”, “festoni”; la decorazione “a raffaellesche” conseguì felici esiti secenteschi presso le botteghe di Deruta e Montelupo; il genere “istoriato” si mantenne ancora vitale in ambito marchigiano con le opere di Ippolito Rombaldoni, attivo a Urbania (un tempo Casteldurante); la tradizione dei “fogliami” su smalto “berettino” continuò a contraddistinguere i corredi farmaceutici di ambito laziale (Roma) e veneto (Venezia). Condivisa da tutti i contesti regionali fu l’adesione allo stile dei “bianchi”. In tale filone si segnalano le officine della Puglia, di Castelli, di Deruta, delle Marche e naturalmente di Faenza. Alle coppe e ai bacili elegantemente baccellati e traforati, si affiancarono anche manufatti devozionali (targhe e sculture a soggetto sacro, elaborate acquasantiere), decorati nella parca cromia “compendiaria”. Capolavoro indiscusso del “compendiario” del XVII secolo fu il soffitto di San Donato a Castelli, realizzato tra il 1615 e il 1617. Evoluzione secentesca dei “bianchi” fu lo stile “calligrafico” dal minuto ed elegante repertorio fito-zoomorfo (animali, uccelli, insetti, ramoscelli fogliati e frutta), declinato poi nel corso del secolo in un gusto popolare. Efficaci esiti “calligrafici” naturalistici furono conseguiti dalle botteghe derutesi, faentine e soprattutto liguri. Queste ultime mutuarono la monocromia blu su fondo bianco dalle pregiate porcellane cinesi “bianche e blu” di epoca Ming e anche il repertorio decorativo risentì di influenze sino-persiane e turche (Iznik). Parallelamente si espresse un filone popolare dalla notevole carica cromatica e dalla rapida fattura pittorica, esemplificato dalla produzione devozionale e del vasellame d’uso. Esiti particolarmente felici furono conseguiti dalla botteghe di Montelupo con una vivace tipologia figurata, dal vasto campionario di personaggi della commedia dell’arte, soldati, paesani (“arlecchini”). Il Settecento Il Settecento fu il secolo delle innovazioni tecnologiche con l’introduzione in campo ceramico di nuovi materiali, la porcellana e la terraglia, che riscossero immediato successo a scapito della maiolica. Le porcellane orientali furono per secoli ammirate e collezionate dai notabili di tutta Europa, ma la loro composizione rimase un segreto fino agli inizi del XVIII secolo, quando la prima manifattura europea di porcellana dura venne impiantata a Meissen, in Sassonia. Ben presto il “segreto” della porcellana si diffuse in tutta Europa e anche in Italia, dove vennero fondate diverse manifatture: Vinovo a Torino, Cozzi e Vezzi a Venezia, Ginori a Doccia (fig. 1), Capodimonte, poi dal 1771 Real Fabbrica Ferdinandea, a Napoli. La porcellana italiana, sulla scia di quella europea, sviluppò un variegato repertorio decorativo di tematiche orientaleggianti (“cineserie”) e ornati di gusto europeo (fiori, vedute, scene galanti), declinati in eleganti servizi da the, caffè e cioccolata. Aggraziate figurine e piccoli gruppi plastici con popolani, contadinelle, dame, cavalieri e maschere della commedia dell’arte furono realizzati in porcellana con o senza rivestimento (“biscuit”). A partire dalla seconda metà del Settecento la produzione in maiolica patì anche il travolgente successo commerciale conseguito dalla terraglia “ad uso d’Inghilterra”, in riferimento alla sua origine nello Staffordshire a partire dagli anni Venti-Quaranta del XVIII secolo. Tra la fine del XVIII secolo e l’inizio del secolo successivo la terraglia si affermò in numerosi centri italiani, come Savona, Milano, Torino, Venezia, Treviso, Bassano, Este, Faenza, Pesaro, Napoli. La sua raffinata tonalità avorio si prestò alla realizzazione di manufatti finemente traforati o modellati in rilievo, oltre ad accogliere decorazioni con figure, paesaggi, vedute marine e campestri, sia dipinte sia in decalcomania, in blu o bruno, specialmente su cospicui servizi da tavola. La maiolica, soprattutto di ambito centro-meridionale, proseguì il tradizionale filone popolare (ceramiche d’uso comune) e devozionale (targhe votive, acquasantiere domestiche). Anche il genere “istoriato” continuò a riscuotere notevole fortuna in ambito castellano-napoletano ad opera di famiglie di valenti pittori (Grue, Gentile, Cappelletti, Massa, Sallandra, Criscuolo), nei centri toscani di San Quirico d’Orcia e Siena con Bartolomeo Terchi e Ferdinando Maria Campani e in ambito savonese con Gio Agostino Ratti che continuò la grande stagione dell’“istoriato barocco”. La maiolica cercò di rimanere al passo (fig. 2) mutuando dalla porcellana sia le tematiche decorative sia la gamma cromatica con l’introduzione di colori “a piccolo fuoco” (o “a terzo fuoco”), soprattutto del rosso porpora, ottenuti mediante una cottura aggiuntiva alle due tradizionalmente richieste dalla maiolica, condotta intorno ai 700°C. Eccelsero in tale tecnica molti centri dell’Italia centro-settentrionale (Casali-Callegari a Pesaro, Fink e Rolandi a Bologna, Ferniani a Faenza, Clerici e Rubati a Milano, Ferretti a Lodi), ma il confronto con la porcellana risultò alla lunga perdente. Il gusto dell’epoca si orientò a tematiche di influsso europeo, soprattutto francese, con l’elegante repertorio decorativo alla “Bérain”, a “rocaille”, a “lambrequins” e l’ampia varietà di fiori naturalistici, pienamente sintetizzati dal fortunato motivo “alla rosa”, ispirato ai tipi di Strasburgo e accompagnato da un raffinatissimo corollario botanico, animato da insetti e farfalle. A tali ornati si abbinò la moda delle “cineserie”, con la formulazione di motivi desunti dalle porcellane orientali o ad esse liberamente ispirati: il Settecento fu un tripudio di fiori cinesi e indiani, pagode, feluche, figurine abbigliate all’orientale. Come tante manifatture italiane, anche la fabbrica dei conti Ferniani aderì al clima culturale dell’epoca; fondata nel 1693, essa dominò per due secoli il panorama artistico della città di Faenza. A partire dal 1777, la fabbrica Ferniani adottò la tecnica “a piccolo fuoco” per vari ornati con “peonia”, “mazzolino”, “rosa”, “casotto”, “rovine”. Si distinse in questa tecnica Filippo Comerio, abile pittore lombardo, che durante il suo periodo di permanenza a Faenza (1776-1781) collaborò con la manifattura faentina. Altra innovazione tecnologica adottata dalla fabbrica Ferniani fu la terraglia, impiegata soprattutto per modellare superbi gruppi plastici a soggetto mitologico. Sul finire del Settecento, l’adesione al nuovo gusto neoclassico, comportò un rinnovamento del repertorio decorativo della manifattura con l’adozione delle nuove tematiche “all’incensiere”, “a ghianda”, “a festone”, “a foglia di vite”. L’Ottocento Il filone popolare, anche di impronta devozionale, perdurò nel corso dell’Ottocento con esiti peculiari nei vari contesti regionali, accumunati però da un’indiscutibile vivacità espressiva. Ma il tratto distintivo del secolo fu un dilagante eclettismo rivolto al recupero di molte tematiche dei secoli passati. Questo interesse revivalistico, soprattutto per le maioliche cinquecentesche, riguardò gli aspetti decorativi, morfologici e tecnologici, con esiti talvolta estremamente mimetici. La produzione in maiolica del secondo Ottocento presenta un ricco repertorio di “grottesche-raffaellesche” e temi “istoriati”. Eccelsero in questo gusto neorinascimentale numerose fabbriche (Mosca a Napoli, Carocci e Spinacci a Gubbio, Molaroni a Pesaro, Ginori e Cantagalli a Firenze). I centri umbri di Gualdo Tadino, Deruta e Gubbio recuperarono la tecnica a lustro con esiti di grande efficacia. L’apprezzamento per l’arte orientale, soprattutto per le ceramiche islamiche (persiane, turche ottomane, ispano-moresche) si espresse con notevoli risultati nelle opere di Pio Fabri a Roma, dai preziosi lustri e riflessi dorati e argentati e dalle fogge imponenti delle anfore di tipo Alhambra. Nel corso dell’Ottocento continuò la produzione, tanto in maiolica quanto in terraglia, di cospicui servizi da caffè, the e più genericamente da tavola, oltre a vasi, fioriere, scaldini, calamai, gruppi plastici di impronta neoclassica. Furono realizzati elaborati complementi d’arredo (mensole, specchiere, tavolini), ad attestare una diffusa presenza della ceramica in ambito domestico, con finalità d’uso ma anche meramente decorative (fig. 3). A Faenza si sviluppò un peculiare filone di “pittura su ceramica”, che attraverso una preventiva cottura del manufatto per fissare il rivestimento, conseguì incredibili effetti pittorici. Capofila di questa tendenza fu Achille Farina, ma tanti valenti pittori (fra questi Antonio Berti, Angelo Marabini, Tomaso Dal Pozzo) si cimentarono con questa nuova tecnica.

L’originale contenitore a foggia di civetta, definito in dialetto calatino “cucca”, si attesta come una produzione peculiare della ceramica di Caltagirone di reminescenza araba.

Liberamente ispirata ad una versione grafica del celebre dipinto di Annibale Carracci “Il Mangiafagioli”.. L’intera scena è proposta attraverso il peculiare linguaggio figurativo pugliese, caratterizzato da una concezione spaziale priva di effetti volumetrici e prospettici.

La targa devozionale raffigurante la “Vergine in trono col Bambino” è un interessante esempio dell’alta qualità raggiunta dalla produzione compendiaria castellana nel Seicento.

L'opera appartiene a una serie di grandi anfore provenienti da Palazzo Barberini in Roma e venne realizzata in Urbania, la città marchigiana di antica tradizione ceramica che fino al 1636 si chiamò Casteldurante, cambiando poi il nome per volontà di papa Urbano VIII Barberini.

Le raffinatissime maioliche "a raffaellesche" prodotte durante il Rinascimento lasciarono il posto nel Seicento a repliche meno ricercate nel segno e dal gusto più popolare.

Ispirandosi ai personaggi popolari delle figure della commedia dell'arte, i maiolicari montelupini idearono un genere decorativo da esposizione dal disinvolto gusto umoristico, attraverso l'uso veloce e spigliato di larghe pennellate ricche di colori vivaci.

Ispirandosi ai manufatti provenienti dal mondo orientale, i maiolicari liguri idearono il decoro detto “a tappezzeria”, termine derivato dalla disposizione simmetrica dei motivi ornamentali, come fiori, insetti e motivi vegetali.

Il vaso è decorato solo frontalmente per esigenze d'arredo e per l'eccellente qualità artistica si inserisce in quel genere pittorico definito "stile castellano-napoletano" dalla collaborazione fra artisti abruzzesi e campani, come i Grue e Sallandra.

Nel centro di Castelli si distinse per oltre tre generazioni la famiglia di ceramisti dei Grue, in particolare con l'attività di Francesco Antonio Saverio. L'artista portò avanti il rinnovamento espressivo, completamente originale, della pittura istoriata. . Il semialbarello faceva parte del corredo della Certosa di Capri.

Intorno al 1763 la fabbrica perfezionò la tecnica di cottura detta “a terzo fuoco", che gli permise di applicare su maiolica la delicata e raffinata cromia rosso porpora, caratteristica della decorazione di matrice barocca “alla rosa”, il fiore simbolo della produzione ceramica pesarese.

L’incantevole e fantastico mondo orientale offrì alla Fabbrica Ferniani, sempre attenta alle ultime novità, un ricco repertorio decorativo da interpretare in chiave occidentale. La vivace moda delle cineserie fece fiorire sulla maiolica uno dei più tipici motivi faentini: il “garofano”.

Nell'ultimo quartodel 1700 la maiolica si impreziosì così di immaginarie vedute di antiche rovine architettoniche, come nel servizio da puerpera (o “impagliata”) qui presentato, destinato alla donna partoriente e composto da diverse stoviglie per la mensa.

Pittore lombardo dalla spiccata versalità artistica, Filippo Comerio fu attivo nella città di Faenza dalla fine del 1776 al 1781 dove, collaborando con la Fabbrica Ferniani, realizzò eccellenti e ineguagliabili maioliche.

Il piatto presenta uno dei motivi decorativi di ispirazione orientale ("cineserie") più noti della produzione della manifattura Antonibon: l'ornato “a ponticello”.

La produzione plastica contraddistinse fortemente l’attività iniziale della Fabbrica Ginori, fondata dal marchese Carlo Ginori nel 1737 a Doccia, nei pressi di Firenze. Ciò che contraddistinse la produzione della Ginori da quella delle altre manifatture fu la volontà di ricreare in porcellana statue greche e romane di epoca classica.

Nell’ultimo quarto del Settecento la Fabbrica Ferniani accostò alla fiorente produzione in maiolica, un nuovo prodotto: la terraglia.

Nel Settecento si assistette all’introduzione di un nuovo materiale importato dall’Inghilterra: la terraglia. La moda per il nuovo prodotto, che cercava di imitare il candore della porcellana, si affermò immediatamente in tutta Europa.

Artista di straordinaria bravura, Achille Farina fu il caposcuola della vivace stagione faentina della “pittura su ceramica”.

Fondata da Ulisse Cantagalli intorno al 1880, l’omonima manifattura si impose per una produzione ispirata alla più bella tradizione ceramica del Cinquecento.

Ceramista romano, Pio Fabri dedicò la sua produzione al recupero e alla rivisitazione delle antiche tecniche decorative.

Nel Novecento l’Art Nouveau trovò nella ceramica uno strumento perfetto per esaltare il binomio arte e creatività dell’artigianato, abolendo l’obsoleta gerarchia delle arti, con opere di straordinaria qualità tecnica e artistica.

L’Italia del primo Novecento
Il passaggio al XX secolo è marcato dal cambio di struttura architettonica del Museo: si passa infatti dall’antico quadrilatero, che ospita le collezioni retrospettive, alla parte moderna riallestita alla fine degli anni ’90 del secolo scorso, dove predominano una grande luminosità e ariosità degli spazi. L’inizio del percorso è dedicato al Liberty, uno stile che ha coinvolto tutta l’Europa con declinazioni territoriali specifiche, e che in Italia ha avuto una produzione eccezionale con grandi protagonisti come Galileo Chini, di cui il Museo custodisce una ricca raccolta donata in parte dall’artista stesso e dalla famiglia. Vasi con fiori dai lunghi steli, pavoni e carpe iridescenti, decori orientaleggianti e ricercati fanno parte del repertorio artistico di Chini e interpretano pienamente lo spirito dell’epoca, così come le vicine eleganti formelle della Manifattura Gregorj di Treviso. Nell’ambito del liberty e del tardo simbolismo, un posto di rilievo è dedicato a Domenico Baccarini, artista faentino prematuramente scomparso, pittore, scultore, disegnatore, incisore, plasticatore. A lui si devono le più interessanti intuizioni artistiche, plastiche e decorative di inizio secolo che, soprattutto per gli artisti e le botteghe faentine (da citare la Manifattura Fratelli Minardi, diretta da Virginio e Venturino Minardi e le Fabbriche Riunite Ceramiche, diretta da Achille Calzi), hanno avuto un ruolo chiave per il rinnovamento della ceramica. Sempre nell’ambito liberty si colloca Achille Calzi, personalità poliedrica e ricettiva, grande intellettuale portavoce delle nuove istanze della modernità, la cui produzione si caratterizza per una rilettura in chiave moderna dei motivi tradizionali, con uno sguardo già al gusto décò, di cui assoluto protagonista è Francesco Nonni. Figure, damine, pierrots dalla plastica e dalla decorazione elegante e raffinata sono parte della sua produzione realizzata con Anselmo Bucci, Pietro Melandri e Paolo Zoli. Da segnalare il Corteo orientale, opera di straordinaria bellezza e complessità, a documentare la passione per l’esotico tipico dell’epoca. Gli anni Venti sono fondamentali per il rinnovamento della produzione ceramica italiana che guarda alle mode dell’epoca, alle evoluzioni del décò, alle ricerche tecniche innovative, utili sia in campo industriale che artistico. Si distinguono nelle Marche la figura di Rodolfo Ceccaroni, in Piemonte il torinese Eugenio Colmo (Golia) e la Manifattura Lenci, il toscano Giuseppe Piombanti Ammannati, in Sardegna Federico e Pino Melis, nel Lazio Alfredo Biagini, Pio Fabri, Torquato Castellani, Roberto Rosati, Francesco Randone e Duilio Cambellotti. Quest’ultimo, artista di grande talento, utilizza il tema bucolico del mondo contadino e della campagna romana per la sua produzione ceramica, da lui ritenuta linguaggio popolare e divulgativo. Da segnalare per l’ambito strettamente scultoreo le ricerche artistiche classiche e novecentiste di Ercole Drei; la straordinaria forza poetica di Arturo Martini, considerato il grande artefice del cambiamento in chiave moderna della scultura italiana del ‘900 (attivo a Faenza tra la fine del 1917 e la metà del 1918); l’essenzialità delle forme e la plastica dirompente di Domenico Rambelli; le superfici a lustro di Pietro Melandri e Riccardo Gatti. Vietri sul Mare si è caratterizzata negli anni Venti e Trenta per la presenza di una colonia di artisti mittleuropei (tra i tanti, da segnalare Irene Kowaliska, Margarete Thewalt/Hannasch, Richard Dölker, Gunther Stüdemann) supportati dall’imprenditore Max Melamerson, in stretto collegamento con l’artista locale Guido Gambone. Nuovi stilemi di sintesi tra la cultura nordica europea e il folklore popolare originario si diffondono e diventano i nuovi decori della tradizione moderna vietrese. Il Futurismo si interessa alla produzione ceramica dal 1928, dapprima a Faenza, coinvolgendo le botteghe Gatti, Ortolani e Bucci, trasferendosi poi ad Albisola dal 1929 grazie a Tullio Mazzotti che, con il fratello Torido, operano con uno spirito innovativo, coinvolgendo artisti provenienti non solo da tutta Italia, per una produzione artistica differente e moderna, che continuerà soprattutto nel secondo dopoguerra. Tra gli artefici del cambiamento del gusto borghese e dell’innovazione della produzione industriale ceramica sono da segnalare Gio Ponti e Giuseppe Gariboldi per la Richard Ginori di Doccia e Guido Andlovitz, Angelo Biancini e Antonia Campi per la Società Ceramica Italiana (SCI) di Laveno. (C.C)

Di pieno gusto déco, questo straordinario esemplare composto di venticinque elementi fu realizzato a seguito del successo ottenuto nel 1925 all’Esposizione Internazionale di arti decorative e industriali moderne di Parigi (dove ottenne la medaglia d’argento).

Straordinario artista e promotore del Cenacolo a lui dedicato, Baccarini fu pittore, scultore, abile disegnatore, incisore, rinnovatore di forme e curioso sperimentatore di stili. Il “vaso” qui pubblicato è una vera e propria scultura, dalle derivazioni simboliste, tipiche dell’epoca.

Personalità poliedrica e ricettiva, Calzi incarna la figura dell’artista a tutto tondo, portavoce delle istanze della modernità e di un ruolo nuovo e decisivo dell’artista-progettista, dedito anche all’architettura e all’industria.

Nel 1906 i fratelli Chini, Galileo e Chino, fondano la manifattura “Fornaci San Lorenzo” a Borgo San Lorenzo. Sotto la direzione artistica di Galileo, poliedrico artista e sublime ceramista, la produzione si caratterizza per un alto livello qualitativo con temi decorativi ispirati alle raffinate eleganze dei motivi floreali e zoomorfi.

Melandri è legato alla tecnica del terzo fuoco, messa a punto e perfezionata tra il 1922 e il 1931 presso la propria manifattura in società con Focaccia.

Cambellotti maturò la passione per la ceramica all’inizio del Novecento, diventando poi per lui una pratica abituale. Nei motivi decorativi si lascia ispirare dalla campagna romana, l’agro-romano, il leit-motiv ricorrente di tutto il suo percorso artistico.

Eugenio Colmo, detto Golia, è stato pittore, grafico, illustratore, giornalista, stilista e umorista. Dagli anni Venti si dedica alla ceramica prediligendo per le sue eleganti creazioni di ascendenza decò la terraglia e la porcellana.

Martini è considerato uno dei grandi artefici del cambiamento in chiave moderna della scultura italiana del Novecento. Il rinnovamento della scultura parte dallo studio e dall’amore per i grandi del passato, come Jacopo della Quercia, la scultura medievale e primitiva, l’epoca romanica e il Quattrocento italiano.

Come un odierno “industrial designer” Ponti disegnò, con la sua briosa inventiva, ceramiche da realizzare in serie, per introdurre nel mercato prototipi nuovi per oggetti d’uso comune, contraddistinti sempre da un’elevata qualità artistica.

Le sue ceramiche, o “soprammobili”, come Piombanti stesso le definiva, sono pezzi unici realizzati attraverso una maniera del tutto nuova, libera e indipendente che rifiuta il processo della produzione seriale.

Dal 1928 al 1929 Faenza fu teatro dell’esperienza futurista. Fu infatti Marinetti in persona a realizzare il primo piatto del movimento presso la Bottega Gatti.

Dopo la formazione scultorea fiorentina, Biancini nel 1937 si trasferì per tre anni a Laveno per collaborare con Guido Andlovitz presso la Società Ceramica Italiana alla realizzazione di nuovi modelli per la produzione seriale di sculture d’arredo, come il noto Atteone, vera scultura da giardino.

Un XX secolo vivace e straordinario
Il secondo dopoguerra in Italia è un periodo ricco di fermenti artistici con un avvicendarsi di poetiche, stili e figure eccezionali. Dopo la chiusura del Ventennio, che comunque aveva significato un approfondimento sia di tematiche classico-moderne sia di proposte d’avanguardia, l’Italia artistica vive una rinata vitalità che coinvolge soprattutto le giovani generazioni. La rottura con l’immediato passato evidenzia una voglia di conoscenza, di confronto, di incontro con le coeve esperienze internazionali anche in ambito ceramico. Si alternano con grande velocità, nell’arco di poco più di un decennio, movimenti e gruppi come Fronte Nuovo delle Arti, Forma 1, Realismo, Spazialismo e Nuclearismo, Concretismo, Origine, Otto Pittori, apportando al dibattito culturale visioni simultanee e a volte contrapposte, nate comunque da uno spirito insaziabile di novità e sperimentazione, che si riflettono su esiti poetici a volte eccezionali. Il percorso che si offre al visitatore è suddiviso per temi. Riteniamo infatti che il secondo dopoguerra, con le sue tante personalità, difficilmente sia raccontabile per sequenze cronologiche. La prima tematica, più immediata e più diffusa, riguarda l’espressione figurativa, il picassismo e il neocubismo, ed è elemento comune a molte poetiche artistiche fino ai giorni nostri. L’espressione figurativa rimane un cardine importante per tanti artisti, ispirati anche dalle grandi sculture di un maestro indiscusso come Arturo Martini. A questa si aggiunge l’aspetto “picassiano” e neocubista, diffuso in Italia soprattutto dal 1947, anno in cui Picasso inizia l’esperienza con la ceramica a Vallauris, avvalendosi di quel “superamento della virtuosità tecnica del materiale” a favore di una riabilitazione della ceramica quale “medium” espressivo. Gli anni ’50-‘60 vedono una sempre maggiore libertà nell’affrontare la materia; il ruolo della pittura su ceramica di antica tradizione viene riattualizzato e interpretato, in particolare da artisti come Meli, Gambone, Tramonti, Visani, Zancanaro, Fioroni. Albisola diviene un centro di sperimentazione e di eccellenza ceramica nel secondo dopoguerra, con la presenza dei grandi protagonisti delle maggiori correnti artistiche del ‘900 come Fontana, Garelli, Carlè, Sassu, Baj, Fabbri. Significativa per gli sviluppi internazionali della produzione artistica del territorio sarà la presenza di Asger Jorn, artista danese, che organizza ad Albisola nel 1954 “l’incontro internazionale della ceramica”, evento che entra nella storia dell’arte internazionale. La riflessione informale inizia dalla metà degli anni ’50 e rappresenta una vera e propria rivoluzione stilistica che rifonda il sistema linguistico dell’arte a favore di una nuova concezione e definizione della materia che nasce da un diverso approccio alla realtà, conseguente alla ricostruzione postbellica, con la liberazione dalla figurazione. Assoluti protagonisti sono Leoncillo, Fontana, Valentini, Spagnulo, Bertagnin, Zauli e il giovane Cerone. La dimensione astratta e minimalista della scultura si avverte dalla metà degli anni ’60 quando assistiamo ad un rinnovamento, ad una riflessione e ad una indagine sulla “forma” ceramica, come rivestimento o intervento architettonico o come superficie, in quella dimensione astratto-concettuale che emerge soprattutto nelle opere di natura modulare, come si evince nei lavori di Tramonti, Tasca, Pianezzola, Tsolakos, Meli, Caruso. Accanto a protagonisti difficilmente raggruppabili in percorsi unitari (come Baj, Bonaldi, Fior, Leoni), il percorso si chiude con uno sguardo alle nuove promesse della scultura ceramica, guardando alle evoluzioni del XXI secolo con i recenti Premi Faenza (Andrea Salvatori, Giovanni Ruggiero, Nero/Alessandro Neretti, Silvia Celeste Calcagno).

Gambone vincitore di cinque edizioni del Premio Faenza (1947, 1948, 1949, 1959, 1960) realizzò il pannello dal titolo “Fronte interno”, nei difficili anni della seconda guerra mondiale, con precisi intenti propagandistici e di evocazione della vita contadina e rurale dell’Italia romana.

L’opera ceramica di Melotti si colloca nell’arco temporale che va dagli anni Trenta agli anni Sessanta, caratterizzandosi per l’utilizzo di sottili fogli in maiolica, paradossalmente quasi diafani, dai colori iridescenti e metallici.

Bucci maturò un’esperienza ceramica significativa presso la bottega di Calzi tra il 1918 e il 1919; collaborò in seguito con molti artisti soprattutto attraverso l’ENAPI, oltre a creare ceramiche proprie dalla forte sperimentazione su smalti, cristallizzazioni, lustri.

Leoncillo fu il vero grande protagonista e innovatore della scultura ceramica italiana del secondo dopoguerra. L’opera qui riprodotta rappresenta la fase post- cubista dell’artista e precede le manifestazioni informali degli anni successivi.

Dagli anni ’50 si volse alla poetica informale, con l’utilizzo di materiali differenti che addolciscono la resa plastica appropriandosi dei linguaggi dell’arte contemporanea.

Pittore, scultore e ceramista Nanni Valentini fu tra i fautori della rivoluzione negli anni Sessanta della moderna concezione della scultura ceramica. Riduttivo considerarlo solo un artista: egli fu un vero intellettuale che scrisse pagine importantissime sulla scultura e sulla materia.

A Faenza fu allievo di Angelo Biancini, conobbe Albert Diato, Carlo Zauli e Nanni Valentini e iniziò le prime sperimentazioni con il grès dopo aver scoperto le opere di Picasso esposte nel Museo, che influenzarono parte della sua produzione.

Era molto abile nelle sperimentazioni: le sue opere astratte rerano ealizzate in porcellana-gres insieme con i grandi piatti decorati con soggetti ispirati a Picasso e Matisse.

Talento prematuramente scomparso, Leoni legò il suo percorso artistico alla ricerca di nuovi stimoli e alla sperimentazione di linguaggi contemporanei differenti. Materiali vari e tradizionali acquistarono nelle sue opere una nuova e inconsueta dimensione, talvolta anche performativa.

Le creazioni di Bonaldi sono arricchite da quelle che lui definiva “immagini psicologicamente significative” in grado di far diventare il suo lavoro “sempre più medicina per me e, fortunatamente, anche per gli altri”.

A Faenza negli anni ’90 Baj collabora con il figlio Andrea, presso la Bottega Gatti, per creare una serie di personaggi in ceramica ispirati all’Orlando Furioso, nei quali si esprime sotto l’aspetto ludico della combinazione e dell’assemblaggio dei diversi materiali nella continua ricerca di nuove possibilità espressive.

Erede sui generis dello spirito di Martini, Fontana e Valentini, Cerone è un grande interprete della scultura contemporanea, declinata attraverso l’utilizzo e la continua sperimentazione dei diversi materiali.

Riconoscimenti: storia

Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

Presidente
Eugenio Maria Emiliani

Direttore
Claudia Casali

Segretario Generale
Giorgio Assirelli

Conservatore
Valentina Mazzotti

Segreteria
Emanuela Bandini
Federica Giacomini
Monica Gori

Ufficio amministrativo
Rita Massari
Elisabetta Montuschi
Nicola Rossi

Allestimenti
Gian Luigi Trerè

Catalogo e restauro
Maria Antonietta Epifani
Brunetta Guerrini
Paola Rondelli
con la collaborazione di
Elena Dal Prato

Archivio fotografico
Elena Giacometti

Servizi informatici
Elisabetta Alpi

Ufficio Stampa e comunicazione
Stefania Mazzotti

Sezione didattica
Dario Valli
con la collaborazione di
Cooperativa Atlantide, Ravenna
Marco Attanasio
Daniela Brugnoto
Anna Gaeta

Biblioteca
Maria Grazia Merendi
con la collaborazione di
Elena Dal Prato
Marcela Kubovova

Archivio storico
Barbara Menghi Sartorio

Servizi di accoglienza
Marco Attanasio
Paola Baldani
Angela Cardinale
Emanuela Ghetti
Norma Sangiorgi

Soci Fondatori
Comune di Faenza
Provincia di Ravenna
Camera di Commercio
Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna
Fondazione Cassa di Risparmio di Cesena
Fondazione Banca del Monte e Cassa di Risparmio Faenza
Fondazione Cassa dei Risparmi di Forli
Fondazione Cassa di Risparmio di Imola
Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna
Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini
Banca di Romagna – Gruppo Cassa di Risparmio di Cesena
Credito Cooperativo Ravennate e Imolese
CNA Ravenna
Confartigianato della Provincia di Ravenna
Cometha Soc. Coop. p.a.
Confindustria Ceramica
Diemme S.p.A.
GI.MO Gruppo Immobiliare
Sacmi Imola s.c.
GVM CARE & RESEARCH
Cooperativa Cultura e Ricreazione
In Cammino Società Cooperativa Sociale Onlus
Zerocento Società Cooperativa Sociale Onlus

Consiglio di Amministrazione
Vittorio Argnani
Giancarlo Dardi
Alberto Mazzoni
Alberto Morini

Revisore unico
Romano Argnani

GUIDA del Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza
a cura di
Claudia Casali e Valentina Mazzotti

Testi di
Claudia Casali
Roberto Ciarla
Antonio Guarnotta
Fiorella Rispoli
Gabriella Manna
Valentina Mazzotti
Stefano Anastasio

Schede scientifiche
Elena Dal Prato

Glossario
Elena Dal Prato
Dario Valli

Traduzioni
Elisa Paola Sani
con la collaborazione di
Monica Gori

Redazione
Claudia Casali e Valentina Mazzotti

Crediti fotografici
Archivio MIC, Elena Giacometti

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
In alcuni casi, la storia potrebbe essere stata realizzata da una terza parte indipendente; pertanto, potrebbe non sempre rappresentare la politica delle istituzioni (elencate di seguito) che hanno fornito i contenuti.
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