outdoor festival 2016

Beyond 
Testo a cura di Antonella Di Lullo. Da alcuni decenni la nostra contemporaneità è caratterizzata dal tentativo di superamento dei confini siano essi nazionali, culturali, disciplinari o etici. Allo stesso tempo si assiste alla moltiplicazione di movimenti antitetici che mirano al mantenimento dell’ordine stabilito, alla salvaguardia di determinate identità e mondi valoriali i quali inesorabilmente stanno lasciando il posto a nuove realtà. Ci è sembrato quindi doveroso confrontarci con la nozione di confine inteso non solo come delimitazione geografica ma come confine politico, culturale ed artistico. Un concetto, quello di limite, nel quale ogni persona, idea e forma espressiva è racchiusa e delimitata. Una volta riconosciuti i confini di una certa realtà abbiamo, infatti, gli strumenti per definirla e identificare ciò che vi è al suo interno. La definizione dunque vista come l’atto di stabilire il limite. Una traccia che contemporaneamente mostri l’Altro, ciò che sta fuori, e l’Io, ciò per il quale si è voluto creare quella demarcazione. La costruzione di un limite rappresenta in qualche modo un atto performativo da parte di un soggetto o una comunità per dichiarare una certa realtà come completa, conclusa, ossia de-finita. Si pensi alla muraglia cinese: una colossale e ambiziosa opera che ancor prima di essere una costruzione militare è stata un’affermazione d’identità. Da una parte il mondo civile, l’impero cinese, dall’altra l’indefinito, la barbarie. Ciò che è stato racchiuso da quella enorme opera è in realtà il tentativo di definire l’identità creduta perfetta, conclusa di un mondo, sancendone implicitamente la sua fine. Una volta stabiliti ed alzati i confini infatti non vi può essere evoluzione, rimane il desiderio di limitare ciò che è percepito come pericolo, evitando commistioni che porterebbero immancabilmente a nuove forme e identità non ancora definite e quindi temibili. Attraverso il limite facciamo esperienza dell’Altro e questo porta con sé la paura nei confronti del diverso. Allo stesso tempo, fortunatamente, la necessità di travalicare questi confini, di andare oltre ai limiti stabiliti è un bisogno innato nell’uomo e contraddistingue la sua esperienza esistenziale. Stabilire un confine infatti porta con sé il desiderio di scoperta, porta alla volontà di aprirsi e scoprirsi, costruisce dialogo e alimenta la ricerca. Rompere i confini porta la volontà di rinnovamento per crescere e spostare i limiti, trovando nuove sintesi di pensiero. Giunto alla sua settima edizione, il Festival Outdoor pone al centro della sua indagine queste riflessioni. Il titolo scelto, Beyond, vuole essere dunque un auspicio al superamento dei limiti e dei confini che contraddistinguono il nostro vivere in comunità. Alcuni artisti che parteciperanno a questa nuova edizione si confronteranno con questi concetti interagendo con gli edifici della caserma, travalicando i propri confini, andando oltre le proprie concezioni di lavoro artistico, mettendosi alla prova con supporti distanti dal loro modo di operare, cercando di oltrepassare i limiti derivanti dalle modalità con le quali normalmente definiscono il loro gesto artistico. Come lo spazio digitale materializzato di Felipe Pantone, le fantasmagorie di Virgilio Villoresi, le quinte teatrali di Joys, le ambientazioni incantate di Tellas e le gigantografie di Fakso. Altri invece metteranno in atto questa riflessione proprio sul supporto stesso con il quale abitualmente operano, elevandolo da strumento a protagonista della loro indagine. La festosa danza dei personaggi e il superamento della morte di Honet, l’installazione immersiva dei Tundra in collaborazione con la crew dei Kuril Chto, l'invasione aliena ed informe degli spazi di Filthy Luker, la didascalica ironia di Mobstr, gli stencil di AFK, le astratte esplosioni monocrome dell’americano Craig Costello; il gioco di sguardi interrotto che si ritrova nell’opera dei due spagnoli Sebas Velasco e Xabier Anunzibai e il grande labirinto di Vlady.
Rock around the Bunker - Honet
Con Honet siamo davanti ad un opera dai forti connatati allegorici: una parata di personaggi più o meno famigliari che in fila danzano lungo le pareti della sala verso il proprio destino, oltrepassare il proprio demone, la morte. Il richiamo alle danze macabre medievali assume con Honet un tono addolcito e scherzoso, mostrando forse come l'immaginario contemporaneo sia scevro di gravitas riguardo al limite che più di ogni altro contraddistingue il nostro vivere. Per la scelta dei personaggi l'artista francese attinge dal suo immaginario pop fatto di icone storiche, contemporanee, arcane o provenienti dal mondo fiabesco e dei cartoon. Una miscellanea bizzarra che, come una sfilata carnevalesca, da una parte sembra voler esorcizzare questa presenza e dall'altra in un certo senso mostra lo spirito del nostro tempo, che grazie alla sua componente telematica predispone il mondo ed il tempo in un eterno presente dove ogni cosa è presente simultaneamente. Anche noi siamo chiamati a partecipare dovendo scegliere se affrontare e oltrepassare le nostre paure rappresentate dalla figura della morte posta a copertura dell'uscita, per poter continuare a vedere la mostra oppure scegliere di rimanere imprigionati in questo limbo carnevalesco.
Honet: Parade Around The World A cura di MadD3E e BVRGER
In your face - Alex Fakso
Sono i primi anni Settanta, in una New York schiacciata da una guerra sociale, dalla chiusura delle fabbriche e dall’aumento della disoccupazione i primi writers cominciano a scendere nella notte lungo i depositi della subway a dipingere i treni lasciando il proprio nome alla svelta, per non farsi beccare dalla polizia e dal personale della metropolitana. Considerata come invasione, deturpamento e imbrattamento di luoghi pubblici, per loro non era altro che la cosa più divertente e adrenalica da poter fare. Di lì a poco il fenomeno prese piede in tutte le altre metropoli d'America e d'Europa. Per quasi mezzo secolo fino ai giorni nostri migliaia di ragazzi imprudenti e scafati, hanno ripetuto con irruenza questi gesti in tutte le parti del mondo, venendo inseguiti dalle legge e giudicati dall'opinione pubblica come vandali e come imbrattatori. Ma a loro tutto questo non ha mai importato molto. La mostra fotografica In your face di Alex Fakso, che qui presentiamo come primo momento di Outdoor Festival 2016, rimanda a questo, a qualcosa che sfacciatamente ci viene presentato senza mezzi termini, senza alcun timore. Alex Fakso, fotografo italiano trapiantato a Londra, attraverso le sue opere è diventato voce narrante e testimone diretto di questo mondo imprimendone l'intensità dei gesti attraverso un personale stile e taglio fotografico. In your face vuole riportare un fenomeno, quello del writing, che prepotentemente si è imposto nell'immaginario urbano collettivo, modificando la percezione dello spazio comune. Le sue enormi fotografie sostituiscono interamente le pareti di alcuni padiglioni che hanno ospitato Outdoor Festival nel 2015 e in alcune stanze ricoprono simbolicamente anche gli oggetti trovati nell’ex Caserma, creando un cortocircuito espressivo che ribalta l'universo valoriale ed etico legato al passato della struttura giocando sulla dicotomia legale/illegale. Il luogo che conteneva al suo interno un corpo militare, si trasforma in maniera provocatoria in una celebrazione del suo opposto, creando un disorientamento cognitivo e valoriale nello spettatore. Ma questa esaltazione è soltanto apparente, il lavoro di Alex Fakso è infatti da sempre volto a mostrare, senza giudizi di valore, un mondo sotterraneo da molti sconosciuto, avendo come intento la documentazione in immagini di un'espressione controversa della nostra epoca. Sono piuttosto le modalità scelte dall'artista per l'esposizione delle sue gigantografie a non ridursi a mero esercizio documentario: il cortocircuito espressivo tra legalità e illegalità innescato dalle azioni raffigurate vogliono essere per l'artista un momento provocatorio di riflessione sull'atto vandalico dei writers contrapposto alle azioni prepotenti, talvolta ugualmente sfacciate dell'establishment.

I protagonisti delle gigantografie di Alex Fakso sono ritratti nel corso delle loro incursioni notturne all'interno dei depositi metropolitani, documentandone i gesti e le loro azioni.

La cattedrale - Joys
Verticalità serialità e geometria. Queste sono le parole chiave del lavoro artistico di Joys. Sempre incline a utilizzare pattern geometrici che attraverso l'uso delle diverse tonalità di colore creano l'illusione della tridimensionalità, in quest'opera Joys travalica lo stesso supporto bidimensionale attraverso l'utilizzo di pannelli e bande disposte lungo lo spazio della sala rendendo l'opera dinamica e differente a seconda della prospettiva, invitando lo spettatore a percorrerla e ad attraversarla. Sulla parete la disposizione delle linee e dei colori dalle tinte mature fa da sfondo alle grandi bande che scendendo dal soffitto sono state dislocate nell'enorme sala come quinte teatrali, creando suggestioni scenografiche che richiamano, secondo l'autore, la dimensione sacrale che si avverte passeggiando dentro le cattedrali gotiche.
Pantone : HI-fi Hawaii Wi-Fi A cura di MadD3E e BVRGER
Joys : Solid Jungle A cura di MadD3E e BVRGER
Tundra + Kurill Chto - Halo / Hall of fame
Testo a cura di Andrew Zaytsev. Entrando nella sala sul muro alle spalle dello spettatore, sono stati scritti in cirillico nomi, cognomi, luoghi, date ed eventi importanti che in diversi modi hanno influenzato il lavoro della crew dei Kuril Chto. Si troveranno quindi i nomi di grandi registi come Fellini, Antonioni, Tarkovsky, Hitchcock, Jarmusch, Sokurov; di artisti come Kandinsky, Malevich, Rothko; degli scittori Pushkin, Gogol, Dostoevsky, Mayakovsky, Pelevin, e le citta’ dai Kuril Chto preferite: Roma e San Pietroburgo e il quartiere bohemien "Petrogradka" dove si possono ammirare numerose opere della crew. I Tundra Collective sono responsabili della trasformazione dello spazio dell'esibizione attraverso le interazioni audio/visive e le moderne tecnologie.

Lavoro della crew di Ssan Pietroburgo Churill Chto.

Cyberspazio Tubolare - Felipe Pantone
Felipe Pantone è entrato negli ultimi anni a pieno titolo nell'Olimpo dell'arte urbana. La sua carriera si è sviluppata attraverso la commistione progressiva tra le due sue anime, quella di writer e quella artistica. Negli ultimi anni ha incentrato la sua ricerca sulla tridimensionalità delle sue grafiche ed su un'estetica che prende spunto dall'8bit e dal mondo web primordiale. Con quest'opera ha voluto andare oltre, uscendo dal muro, creando per Outdoor un'installazione immersiva che si sviluppa materializzando tridimensionalmente uno spazio dai forti connotati virtuali. All'interno dello spazio a lui concesso, parallelepipedi e cilindri appesi lungo la stanza dal soffitto sono stati colorati con strisce bianche e nere e tonalità sgargianti che ricordano i monoscopi televisivi e le tavolozze di Paintbrush anni '90. Come avviene quotidianamente nella nostra fruizione della rete, Cyberspazio Tubolare porta lo spettatore ad esplorare un mondo digitale materializzato e moltiplicato da una serie di specchi installati sul pavimento rifacendosi ad un estetica vaporwave dai contorni sfumati.
Glob - Fytlhy Luker
Fytlhy Luker è un artista che negli ultimi anni si è dedicato alla realizzazione di opere di arte urbana gonfiabile. Con questo suo intervento, blob on the roof, una sorta di massa informe che ricorda il mostro gelatinoso del celebre film blob, compare sopra il tetto di uno dei padiglioni, strabordando come in procinto di riversarsi sul pavimento sottostante.
Hashtag everything - MOBRST
MOBRST è divenuto famoso grazie alle sue provocatorie scritte lasciate in diverse parti del mondo. Attraverso la loro ironia portano lo spettatore in una dimensione riflessiva che va oltre la fruizione meramente estetica. Per Outdoor l'artista ha realizzato un grande murale esterno dipingendo di nero il pavimento e le tre pareti che si incontrano entrando nell'ex-Caserma e lasciando emergere, in negativo dalle superfici rimaste intatte, due semplici didascaliche tag: mural e floor. L'opera agisce a livello linguistico invertendo i piani semiotici, facendo corrispondere il significante e il significato con l'opera stessa, portando il suo gesto su di un piano astratto. L'artista ci mostra come la matrice ultima dell'arte sia espressiva e linguistica, fatta di segni e strumenti che utilizziamo inconsapevolmente per decifrare il mondo, riuscendo ad esperirne l'essenza soltanto quando il meccanismo interpretativo si inceppa, proprio come in questo caso. Il titolo Hashtag of everything vuole rimandare inoltre alla dimensione comunicativa della rete, dimensione che riduce spesso l'esistenza delle cose alla loro presenza ed etichettatura online.
PUNTI DI VISTA - Tellas
Testo a cura di Franco Ottavianelli La formazione artistica avviene a Bologna. Artista poliedrico, spazia dal disegno alla incisione, dalla installazione ambientale all’arte pubblica. La Natura è la sua diva ispiratrice, spaziando dalla ordinata catalogazione di Linneo alle complesse leggi del caos. Immaginare punti di vista entro paesaggi allestiti con estrema cura, questo è il delizioso compito richiesto al visitatore della articolata opera Punti di vista. Osservare uno scenario abitato, una azione che compie ripetutamente l’artista mentre invita lo spettatore a fare altrettanto. I punti di vista potrebbero divergere, combaciare o guardarsi reciprocamente. Punti di vista con colonna sonora che ci compongono panorami della mente mutevoli, abitati e vissuti giorno dopo giorno, in ogni momento. Questo spazio è una dimora immaginaria verosimile al reale. In realtà è un panorama incantato, una abitazione sospesa in aria, dove alloggiano in simultanea l’ordine accurato, il grande disordine, il giorno e la notte. I suoi panorami richiamano storie di Murakami. Qui il tempo scorre molto lentamente, vi si può ritrovare qualche parte di sé dimenticata, ricordi imprigionati entro impercettibili increspature. Sognare di contare i propri ricordi come pietre della mente nascoste in un terreno erboso. Nel segreto le schegge cantano, ognuna ha la sua storia. Forse è possibile riordinarle in un alloggio per comporre scene interconnesse. Entrare nello spazio per viaggiare in un tempo così lento da poterlo accarezzare. Nei trenta giorni quelle storie subiscono le mutazioni di un qualunque paesaggio, transitando dagli accumuli arditi alla malinconica dispersione, avvicendandosi dalla notte al giorno, ricomponendo altre storie. Sognare arredi come sassi di un terreno inventato. Tellas, pietre di Sardegna. Franco Ottavianelli
Tellas stanza lavori : Tell Us A cura di MadD3E e BVRGER
Tellas stanza bianca : Tell Us A cura di MadD3E e BVRGER
Sguardi mai scambiati - Sebas Velasco & Xabier Anunzibai
Testo a cura del Festival Asalto (Saragoza). Sebas Velasco e Xavier Annunzibai fanno parte del grande gruppo di artisti spagnoli contemporanei con solide radici nella scena dei Graffiti. Il lavoro di Sebas Velasco (nato a Burgos nel 1988) ruota attorno alle realtà urbane. Il suo stile fotografico, ricco di pennellate espressive e tecnicamente accurate è in contrasto con il tipo di scene che lui dipinge, dove il graffito, le sue macchie, realizzazioni e atmosfere diventano asse centrale. Xabier Annunzibai (nato a Beasain nel 1985) possiede una vasta gamma di capacità artistiche in quanto queste sono il risultato della sua continua sperimentazione con nuovi materiali, tecniche e supporti. Nel suo lavoro combina diversi materiali, tipografie, forme colorate e strati per creare scene complesse piene di significati e messaggi. In quanto padroni del proprio stile, la loro proposta congiunta per Outdoor è la dimostrazione che, ancora una volta, il lavoro multidisciplinare è il miglior modo con cui accettare nuove sfide artistiche e riesce a trarre il massimo dallo spazio in cui si esprime. La relazione tra dentro e fuori è il concetto dietro questo intervento, dove l'osservatore può guardare attraverso il dipinto sulla porta per scoprirne lo spazio interiore ed essere parte del dialogo stabilito tra entrambi i ritratti. La conformazione di questo spazio e del modo in cui Sebas e Xabier affrontano questo intervento, usando diversi materiali e tecniche, permetterà al visitatore di immergersi nel particolare mondo di questi artisti eccezionali. Festival Asalto (Zaragoza, España)
Sebas e Xavier : Now You See Me… A cura di MadD3E e BVRGER
Open your eyes. Close your eyes.- Virgilio Villoresi
Virgilio Villoresi è un videomaker fuori dal comune. Con i suoi corti e videoclip ha collaborato con molteplici mondi della creatività prediligendo le tecniche d'animazione d'epoca che si affidano ad un "saper fare" più incline all'artigianale che al digitale, come l'utilizzo dello stop motion o l'ombro cinema. Per Outdoor ha voluto cimentarsi con tecniche per lui inconsuete ma che si rifanno sempre ad un passato remoto pre-cinematografico, portando una scultura rotante retroilluminata che proietta sulla parete una sorta di ombra cinese coloratissima la quale nel suo movimento fa apparire per un istante una figura nascosta. Arte cinetica che svela e nasconde incessantemente il soggetto, come a sottolineare poeticamente quanto il nostro scrutare sia parziale e derivi dalla prospettiva spaziale e temporale in cui siamo posti. Un invito dunque a riconoscere la frammentarietà del nostro punto di vista e a prendere il giusto tempo per osservare ed esprimere un giudizio sulle cose.
Floating Wave - Quiet Ensemble
Prende vita l'installazione Floating Wave, un'onda sospesa e organica, che cambia forma spinta dalla forza del vento e della gravità. L'illuminazione stroboscopica impressiona la retina degli spettatori con immagini statiche alternate a momenti di illuminazione dinamica che permettono di ammirare i dettagli delle forme in modi sempre nuovi.
Senza titolo - Vlady
Testo a cura di Andrea Bartoli Oggi più che mai gli artisti, i curatori, i galleristi e gli operatori culturali in genere, devono cambiare registro. E’ finito (anche se qualcuno ancora non l’ha capito) il tempo del LIONS dell’Arte Contemporanea, delle white cube, degli ingressi vip alle fiere d’arte contemporanea, delle quotazioni stellari, dell’estetica per l’estetica, della partecipazione finalizzata all’appartenenza. In questa epoca di nefandezze diffuse, continue violazioni di diritti umani, guerre, terrorismo, decapitazioni, viaggi della speranza e perdite di vite umane, ognuno di noi è stato “sporcato”. Apprendiamo continuamente di tragedie dai telegiornali e metabolizziamo tutto continuando a mangiare, come se le informazioni che ci passano appartenessero alla finzione. Questa dimensione di sofferenza globale purtroppo non preclude l’esistenza di un malessere locale, fatto di emarginazione, povertà e ignoranza da una parte ma anche di arroganza, clientelismo e spreco. Spreco di risorse economiche ma anche di talenti e territori, senza identità e futuro. Vlady ha capito il momento; ha accettato la sfida e ha assunto le sue responsabilità. Mette in discussione l’ordine precostituito, denuncia, fa riflettere, apre gli occhi, capovolge la realtà, sposta il senso della percezione, ti mette nella condizione di porti delle domande. Nella sua ricerca artistica non si sottrae alla militanza territoriale; non si tira mai indietro nelle sfide di prossimità; nelle provincie dimenticate o nelle periferie abbandonate, in mezzo alla gente, a piccole comunità resilienti, per portare la bellezza dove non esiste e il pensiero a chi è stato privato della capacità di produrlo. L’opera presentata da Vlady è frutto dello scambio tra Outdoor Roma e il Farm cultural Park di Favara (AG) e riguarda i nostri confini quotidiani, intesi come limiti fisici e mentali. Il grande labirinto vuole essere la metafora del percorso obbligato, di una libertà coatta, vigilata. Liberi, nei termini e nelle condizioni imposteci. Intorno, una decina di frasi decontestualizzate (dai computer ai muri) alludono all’UE e alla nostra società contemporanea. La bandiera forata è simbolo di rivoluzione. È metafora dell’Europa imperfetta, incompiuta, permeabile, privata, oltraggiata. Non sono offerte facili, uniche chiave di lettura, né risposte: varco d’ingresso, di uscita oppure un invito ad andare oltre.
Senza titolo Roma 2016 - Craig Costello
Craig Costello, è diventato famoso per essersi imposto sulla scena del writing americano grazie alla sua tag KRINK in argento lasciata negli anni per le strade di San Francisco e New York. Il suo tratto sgocciolante, ripetitivo e inconsapevolmente provocatorio, è divenuto un marchio di fabbrica del suo stile, prima come writer, poi senza più il suo nome e in maniera sempre più astratta, nei musei, utilizzandolo infine anche in prodotti di moda e design. Il suo nome, scomparso progressivamente nei suoi lavori, si è imposto come brand di un azienda produttrice di colori, marker e strumenti per la pittura. Il gesto violento di "imbrattare" il muro, si esprime in tutta la sua essenza, mostrandosi nella sua purezza ed enfatizzando come nell'action painting l'atto stesso della pittura. I muri della sala sono stati ricoperti di vernice nera dalle quali cade sgocciolante della vernice bianca, la quale, come fluido vivo, sembra colare da un organismo pulsante, la stanza stessa. Lo spazio della caserma assume con Craig Costello un aspetto etereo portando lo spettatore dentro ad un’ambientanzione metafisica che induce alla contemplazione.
Vlady : 01100011 01101111 01100100 01100101 A cura di MadD3E e BVRGER
Hard wire. The climb_ struggles to connect - AFK
Testo a cura di James Finucane AFK è un artista residente a Bergen i cui lavori a base di stencil monocromatici sono spesso legati ad accenni politici. Negli ultimi anni si è affermato come uno tra i più influenti street artist della Norvegia, grazie ai suoi lavori che sono diventati tra i più eccezionali esempi d'arte che la sua nazione ha da offrire. Per la su partecipazione al festival di Outdoor, AFK ha preso come punto di partenza della sua installazione, la crisi globale dell'immigrazione andando a toccare la psicologia, la biologia, gli accordi attuali e le statistiche, riflettendo inoltre sulle cause di questa crisi attuale. È comunemente riconosciuto che l'educazione è un fattore dominante nel determinare i livelli di povertà, malcontento sociale e il manifestarsi della violenza. Allo stesso modo, gli esempi estremi di soffocamento accademico si hanno in società nelle quali gli uomini decretano tutte le regole. Lo psicologo Steven Pinker probabilmente riassume l'argomento al meglio in questa dichiarazione: “Le parti del mondo che arretrano a causa della mancata diminuzione della violenza, sono anche quelle che risultano carenti nella concessione di potere alle donne”. Se il mondo fosse governato da società matriarcali, sarebbero le donne a commettere la maggior parte di azioni violente, o bisogna direttamente dare la responsabilitàalcollegamentocongliuomini? Finoachepuntoiltestosterone ha giocato la sua parte nella nostra evoluzione e siamo capaci di sopprimere i suoi effetti negativi tramite l'educazione e il delegare il potere alle donne? I due murales di AFK per il festival di Outdoor, intitolati “ Hard Wire” e “The Climb- Struggle to connect”, invitano lo spettatore a meditare su questi antichi residui di atteggiamenti aggressivi e le loro manifestazioni nella vita quotidiana.
Riconoscimenti: storia

Director – Francesco Dobrovich
Executive Director – Alessandro Omodeo

Art Curator – Antonella Di Lullo
Visual Artists Assistant – Chiara Piperni & Lorenzo Rolli

Production Assistant – Marzia De Sanctis
Production Assistant – Leonardo Dragovic
Stage Manager – Alfredo Sebastiano
Interior Designer – Omar El Asry

Comunication Manager – Caterina Francesca Giordano
Social Media Manager – Alessandro Proietti

Creative Direction – Francesco Barbieri & Marine Leriche

Administration - Valentina Sauro

Press Office Manager – Antonella Bartoli
Photografers – Alberto Blasetti

Teaser Director - Valerio Musilli
Video Makers – Jacopo Pergameno

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
In alcuni casi, la storia potrebbe essere stata realizzata da una terza parte indipendente; pertanto, potrebbe non sempre rappresentare la politica delle istituzioni (elencate di seguito) che hanno fornito i contenuti.
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