Gianfranco Ferré: India, tecniche secolari, tradizioni, dettagli decorativi

Fondazione Gianfranco Ferré

Tecniche secolari e tradizioni artigianali: è storia di sempre, dell’India millenaria come dell’India del ventunesimo secolo, diffondere attraverso colori, fibre e tessuti una parte integrante dell’antropologia del suo costume e della tradizione della sua cultura.
L’India è il Paese dei tessuti inimitabili: sontuosi o poveri, dalle esoteriche simbologie, accompagnano ogni indiano per tutto il corso della vita. Stampe importanti dai motivi elaborati, come quelli boteh, riportate anche su tessuti di poco valore; ricami come opere d’arte; lavorazioni strabilianti; applicazioni preziose; impunture ed inserti non di rado metallici e dunque abbaglianti.

Gli scialli spolinati, che erano prodotti nella regione del Kashmir fin da tempi antichissimi, furono “scoperti” da Napoleone Bonaparte durante la campagna d’Egitto e importati in Europa e il tipico motivo a goccia dalla punta ricurva, denominato boteh, ne è il decoro caratteristico.

Ben presto in Francia vennero imitati facendo ricorso alla meno costosa tessitura jacquard e il tipico boteh assunse forme sempre più allungate.
Anche l’Inghilterra fu una grande produttrice di scialli: la cittadina scozzese di Paisley fu importantissima in questo settore, al punto che il suo nome, nei paesi anglosassoni, è sinonimo di disegno cachemire.

Gianfranco Ferré ha utilizzato spesso motivi derivati dal disegno cachemire/paisley, per tessuti e abiti sia stampati che operati.

Per la collezione Alta Moda Autunno/Inverno 1988-89 Gianfranco Ferré si è documentato grazie a una raccolta privata di scialli originali dell’Ottocento francese, dai quali ha tratto ispirazione per la stampa su organza che ha arricchito con ricami eseguiti da artigiani indiani.

Riconoscibili nell’intricato tema a goccia ricurva utilizzato in migliaia di complicate varianti, in questa collezione i motivi paisley sono stati stampati con una tecnica che conferisce al tessuto i riflessi cangianti della madreperla.

Nel progetto dell’Alta Moda affinità segrete e apparenti contrasti di opposti si toccano.
Nel tessuto la composizione del boteh ricamato e ornato di pizzo chantilly conferisce forza alla struttura della forma che cita il sari nel movimento offerto dalla spalla.

Anche la tessitura di scialli operati con motivi a boteh ha origine nel Kashmir tra il 1420-70 d.C. e raggiunge l’apice della popolarità in Francia nel decennio intorno al 1850-60, quando la moda si permea di un’atmosfera romantico-esotica.

Nella collezione Alta Moda Autunno/Inverno 1988-89 il prezioso tessuto in lana e cachemire, lavorato a telaio e ricamato, riprende nel piazzato della lavorazione un antico scialle di tradizione indiana.

Talento artigianale nella seduzione di lavorazioni preziose che riprendono materiali tipici dei ricami indiani.

La rarità di ogni esemplare paisley deriva dalla bellezza di alcune tonalità di colore, ottenute con tinture naturali, e dall’infinita varietà di disegni.
Nella collezione Prêt-à-Porter Primavera/Estate 1991 l’energia vibrante del ricco ricamo fa da contrappunto sfarzoso al motivo tradizionale della stampa su seta.

Gianfranco Ferré, sempre esigente nella resa fedele dei manufatti della tradizione, grazie alla perizia e al sapere degli artigiani tessili italiani, è riuscito a “reinventare” l’atmosfera del boteh, senza snaturarne le origini.
“Il primitivismo della forma esalta la materia. Il corpo c’è e si vede, anche quando è celato o del tutto coperto dalla prestante trasparenza del tessuto stampato a motivi boteh”.

Il foulard, piegato in due rettangoli, si trasforma in camicia legata al collo e fermata da una tribale spilla di sicurezza e il choli, ridottissima blusa tradizionale, viene assolto da una fascia-reggiseno.

“Ai tessuti e ai colori mi accosto sempre con atteggiamento sperimentale”.

Ferré non si limita soltanto a scegliere i tessuti della tradizione, ma va oltre.
Con genialità pratica, una continua ricerca sperimentale che lo porta ad infrangere le regole ed inventare nuove tecniche per innovativi risultati come in questa lavorazione jacquard intessuta di metallo.

Bagliori d’argento traducono un decoro fatto di segni preziosi in modo discreto. Impunture metalliche rafforzano la nappa ultraleggera, mentre minuscoli bottoni di alluminio accendono la giacca indossata con il pantalone in tussah di seta.

Materiali insoliti tipici dell’arte indiana intessono mosaici decorativi eseguiti a mano.

Sul tulle stretch una gamma intera di trafori su pantaloni stretti e affusolati.

L’arte indiana, legata alla realtà del mondo sensibile, avvicina l’uomo alle divinità.
Gianfranco Ferré coglie nelle loro raffigurazioni il canone della bellezza femminile, la dimensione spirituale soprasensibile ed elabora le fonti di riferimento con suggestioni passionali e coinvolgenti emozioni, nella ricerca del dettaglio decorativo offerto dai templi, grandi palcoscenici della cultura di questo Paese.

Ieratici e sinuosi, casti ed ammiccanti insieme, come nelle immagini di certe divinità, i segni di ricercate lavorazioni, compongono sul corpo un voluto primitivismo.

“Vado cercando singolari decorazioni ed effetti di trasparenza, che esaltino il corpo”.

Le sculture di Shiva danzante, impassibile nel volto, sfrenato nelle membra, voluttuoso e terrificante allo stesso tempo, suscitano in Ferré impressioni di potenza e di grazia, di sensualità e spiritualità.
Lo attraggono per la fisicità delle decorazioni che annota tra le proprie emozioni.

“Tra gli incanti del mito e le vibrazioni del software, l’India racconta una magica storia da cui mi sono lasciato conquistare, proponendola attraverso parafrasi e citazioni rinnovate da intenti e interpretazioni techno.
In questa esplorazione appassionata, ho narrato quanto di puro e forte, di energico e libero, di moderno e stimolante, si muove nell’anima antica di questo sorprendente Paese”.

L’arte passa carnalmente e gioiosamente nella decorazione del corpo, velato nella sua esuberanza.

“In India, la raffinatezza, sublime e insieme complessa, delle decorazioni all’henné sulla pelle è pratica comune e vero e proprio virtuosismo.
Anche se imperscrutabili per me profano, ho capito che ognuno di questi tratti porta in sé un messaggio, un contenuto che vuole simboleggiare, significare, raccontare.
E fermarsi ad ammirarli vuol dire perdersi e lasciarsi conquistare da un universo che trascende la razionalità e sconfina nell’incanto, quello insito nell’anima più autentica dell’India”.

La decorazione delle mani e dei piedi della futura sposa, mehndi, è strumento di bellezza e seduzione e simboleggia la luce interiore ed esteriore.

La tecnica del mehndi, ripresa da Ferré con sottilissime soutache in pelle, offre un abbraccio voluttuoso alla seduzione del corpo.

“I disegni hanno la forza di tatuaggi che sottolineano la figura, sono segnali di seduzione che si mischiano al body painting”.

I corpi si indovinano dietro i magici tattoo creati con la pelle sulla techno-organza aderentissima e trasparente.

L’idea di potere e di opulenza è racchiusa nell’iconografia dei maharaja, i grandi sovrani, che hanno dato vita allo splendore delle corti delle famiglie reali indiane.
Si sono sempre mostrati come i cultori della bellezza, della ricchezza esagerata e del gusto estremo per gli ornamenti spettacolari sovraccarichi di pietre preziose, diamanti e perle di grandissima rarità e pregio.

L’estrema preziosità nel ricamo piazzato, composto da pietre in gradazione, diamanti Swarovski e perle, riporta al gusto opulento dei maharaja e ad un racconto senza tempo.

Gianfranco Ferré va oltre ogni principio decorativo per aprire uno scrigno prezioso di pietre che ricostruiscono la miniaturizzazione di alcuni motivi della tradizione indiana.

L’opulenza dei ricami di queste immagini coglie lo sfarzo delle antiche corti e alcuni particolari della pittura nella quale eccelle la miniatura che fonde canoni indiani e pensieri d’arte rituale.

Lo sherwani, giacca a redingote, risalente all'inizio del XX secolo, nella preziosità del tessuto in seta jacquard viene illuminata da ricami in argento che riprendono in gradazione il motivo tipico del boteh.

“Oro splendente o smorzato, argento con tutti i suoi riflessi, metalli poveri che tuttavia paiono avere la stessa ricchezza di quelli preziosi, pietre che inventano un caleidoscopio fantasmagorico…
Il gioiello indiano gioca con la valenza simbolica delle sue forme, è decorazione quasi necessaria al corpo, talvolta anche ostentazione.
Io me ne sono appropriato, l’ho reso parte imprescindibile del mio immaginario, l’ho reinterpretato nelle mie collezioni, sempre abbinandolo a look dall’essenzialità assoluta e inequivocabilmente occidentali“.

Ferré, in un progetto di coerenza tra le sintonie di ispirazioni e le atmosfere, crea un legame inscindibile tra gli stessi riferimenti: abito e gioiello.

In questi ornamenti viene ripresa la tradizione del Gujarat, Stato dell’India occidentale, nella straordinaria lavorazione dei due collier composti da elementi sbalzati.

Architetture mirabili e decorazioni raffinatissime, gioielli esse stesse, nel complesso Qutb di Delhi.

La raffinata granulazione del cesello, frutto dello straordinario artigianato italiano, genera stupore per la rispondenza totale con le sofisticate colonne del tempio.

L’opulenta ricchezza del bracciale si pone in contrasto con la quotidiana essenzialità del completo.

Dell’India, terra di miti e di infinite energie e creatività, Ferré coglie l’essenza estetica del gioiello molto di più di un’artistica creazione, un talismano, un’insegna di stato sociale, un testimone di riti importanti, un ornamento, nel senso non di pura decorazione, ma di completamento indispensabile.
E lo ripropone come prodotto di una moderna tecnologia.

Nel pieno rispetto della tradizione indiana, che considera i gioielli simboli e ornamenti perché senza di essi nulla appare concluso né finito, Ferré adorna e definisce la sensuale bellezza di questa forma inconsutile di abito.

L’essenziale funzione dell’ornamento. Il superfluo necessario.

Spilloni creati per le collezioni Ferré che citano i fregi di uno stupa.

Votivo di stupa in bronzo, XX secolo.

Design, patine dorate, filo spiralato (avvolto ad elica), maestria e tecnica espressi in quello che per gli indiani non è mai soltanto un simbolo di eleganza, ma un documento di identità in grado di svelare spiritualità, appartenenza, rango, magia.
Anche in questi casi la moderna tecnologia ripropone la forma degli oggetti, rendendoli però più leggeri e flessibili.

“Nella mia immaginazione il gioiello mi aiuta a costruire il corpo, a scolpirlo con nitore, a fissarne armonie e proporzioni con segni netti ed importanti, oppure, mostrando l’ornamento direttamente sul nudo, ad esaltarlo ancora di più…“

“Una delle meraviglie dell’India: la gente vive nella stessa geografia, ma in una storia che varia”.

(“Un altro giro di giostra”, Tiziano Terzani, Longanesi & C., 2004)

Parole, idee e pensieri di Gianfranco Ferré, proposti come citazioni, sono ricavati da sue interviste, note, lezioni e appunti, esprimendo nella forma più diretta e immediata la passione per “l’infinito viaggiare”, reale ma molto più spesso immaginario, che ha sempre animato il suo stile e le sue collezioni.
 
Pubblicazioni:
Ferré Gianfranco, “Lettres à un jeune couturier”, Editions Ballard, Paris, 1995.
Ferré Giusi (a cura di), “Gianfranco Ferré. Itinerario”, Leonardo Arte, Milano, 1999.
Frisa Maria Luisa (a cura di), “Gianfranco Ferré. Lezioni di Moda”, Marsilio, Venezia, 2009.
A.A.V.V., “Fashion Intelligence”, Edizioni del Sud, Bari 2016.

Interviste:
Gianfranco Ferré, “I colori dell’India”, Ulisse 2000, gennaio 1988.
Gianfranco Ferré, “A colori indelebili”, Capital, dicembre 1991.
Maria Luisa Frisa, “Un sogno lungo vent’anni”, Amica, 9 ottobre 1998.
Guido Vergani, “Ferré”, Sette, 10/16 ottobre 1998.
Maria Giulia Minetti, “I miei primi 20 anni”, Lo specchio della stampa, 31 ottobre 1998.
Brigitte Benkemoi, “Gianfranco Ferré, Carnets de voyage”, AOM Magazine, dicembre 1998/gennaio 1999.
Karin Hesedenz, “Das Mode-Monument”, Vogue Deutsch, novembre 1998.
Olivier Lalanne, “La force tranquille”, Vogue Paris, settembre 1998.
Samantha Conti, “Hip Hip Ferré”, W, ottobre 1998.
Silvia Paoli, “Il leone non dorme”, Vanity Fair, 10 agosto 2004.

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
In alcuni casi, la storia potrebbe essere stata realizzata da una terza parte indipendente; pertanto, potrebbe non sempre rappresentare la politica delle istituzioni (elencate di seguito) che hanno fornito i contenuti.
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