1968 - 1997

Detenzione senza processo nel John Vorster Square

South African History Archive (SAHA)

"... L'istituzione iconica degli anni dell'apartheid, degli anni della tortura, del regno della polizia di sicurezza, del regno delle forze pazze..."
BARBARA HOGAN, ex detenuta
Massacro di Sharpeville, 21 marzo 1960
Massacro di Sharpeville, 21 marzo 1960

Tra il 1960 e il 1990, i successivi governi del National Party in Sudafrica contarono molto sulla detenzione senza processo come arma per combattere l'opposizione politica, la resistenza e l'insurrezione crescenti. 

In seguito al massacro di Sharpeville del 1960, alla successiva messa al bando dell'African National Congress (ANC) e del Pan African Congress (PAC) e alla dichiarazione dello stato di parziale emergenza, il Primo ministro HF Verwoerd elesse BJ Vorster come Ministro della Giustizia. 

Balthazar Johannes [l'equivalente di John in afrikaans] Vorster, che avrebbe poi sostituito Verwoerd come Primo ministro, fu un "verkrampte" (un nazionalista afrikaner di linea dura) che proferì questo avvertimento: 

"...il fallimento della legge e dell'ordine non sarebbero tollerati in alcuna circostanza". 

Lo stato di emergenza durò cinque mesi, provocando più di 11.500 arresti. Vorster rafforzò rapidamente le norme di sicurezza sudafricane, istituendo un approccio virtuale di tolleranza zero rispetto a qualsiasi resistenza contro lo Stato e permettendo al ramo di sicurezza della polizia sudafricana di acquisire poteri formidabili. 

Il ramo di sicurezza della polizia sudafricana era stato originariamente istituito alla fine degli anni '40 come risposta diretta alle attività del South African Communist Party (SACP), che allora era ancora legale. In linea con il diffuso sentimento anticomunista sulla scia della seconda guerra mondiale, il ramo di sicurezza ricevette il compito di tenere sotto controllo i comunisti, i nazionalisti neri e le cosiddette organizzazioni "radicali". 

Sotto l'occhio vigile di BJ Vorster, il ramo crebbe fino a trasformarsi nelle cosiddette "forze pazze", temute in tutto il Paese. 

Ritaglio del Sunday Times dell'agosto del 1961 che descrive nei particolari l'ascesa al potere di BJ Vorster

"Forse non è inopportuno ricordare agli onorevoli deputati che il grande avvocato americano Wigmore chiese in un'occasione: 

– Perché questa improvvisa preoccupazione per i criminali?

La mia domanda è: 

– Perché questa improvvisa preoccupazione per i comunisti in Sudafrica?"

                                - Discorso di BJ VORSTER al parlamento nel 1962
HELEN SUZMAN, attivista anti-apartheid e politica, a proposito di BJ Vorster
General Laws Amendment Act, 1963
Sezione 6 del Terrorism Act n. 83, 1967

Insieme a una serie in evoluzione di altre leggi volte a mettere a tacere gli oppositori dell'apartheid, la detenzione senza processo venne utilizzata per interrogatori e a scopo punitivo, così come per separare gli individui dalle loro comunità e dal loro elettorato. 

L'opzione relativa alla detenzione senza processo venne inclusa per la prima volta nelle normative del Public Safety Act del 1953, introdotto in risposta alla militanza e all'opposizione crescenti rappresentate dalla Defiance Campaign. 

Nel 1961, il General Laws Amendment Act prevedeva fino a 12 giorni di detenzione senza processo in condizioni non di emergenza. Il provvedimento venne esteso a 90 giorni di detenzione nel 1963, in risposta a un aumento delle attività armate dell'ANC e del PAC. Venne successivamente rettificato in modo da consentire 180 giorni di detenzione senza processo. 

Infine, il formidabile Terrorism Act del 1967 consentì la detenzione a tempo indeterminato ai fini degli interrogatori. 

I detenuti erano autorizzati a ricevere visite da parte di un magistrato, ma non avevano accesso ai tribunali o a incontri con i rappresentanti legali. 

GEORGE BIZOS, avvocato per i diritti umani, a proposito dei sinistri cambiamenti avvenuti nel ramo di sicurezza sotto BJ Vorster

"Il John Vorster Square è stato l'apice delle camere di tortura"    

                                        - JAKI SEROKE, ex detenuto 
Il blocco di celle presso la stazione di polizia centrale di Johannesburg

Più di 40 anni fa, in una fredda giornata di fine agosto del 1968, Il Primo ministro Balthazar John Vorster aprì la stazione chiamata John Vorster Square. Presentò la tozza struttura blu che si affacciava sull'autostrada nel centro di Johannesburg come una stazione di polizia moderna e "all'avanguardia" perché ospitava tutte le divisioni principali della polizia sotto lo stesso tetto, vantandosi del fatto che quella splendente zona nuova era la più grande stazione di polizia dell'Africa.

È stato probabilmente appropriato battezzare l'edificio in onore di Vorster: come ex Ministro della Giustizia, aveva supervisionato l'istituzione di severe leggi sulla sicurezza studiate per schiacciare l'opposizione all'apartheid e per assicurarsi che il ramo di sicurezza della South African Police (SAP) acquisisse poteri formidabili. 

Il John Vorster Square ben presto si guadagnò la reputazione di luogo di brutalità e tortura, diventando la destinazione principale di detenzioni e interrogatori sul Witwatersrand durante gli anni '70 e '80. 

Tra il 1970 e il 1990, otto persone, tutte detenute nel rispetto delle normative di detenzione, morirono in seguito alla detenzione presso il John Vorster Square.

Discorso di BJ VORSTER in occasione dell'apertura del John Vorster Square nel 1968 (per gentile concessione della SABC)
Il John Vorster Square in costruzione, 1968

La costruzione di un nuovo edificio che avrebbe sostituito la stazione di polizia Marshall Square di Johannesburg iniziò al n. 1 di Commissioner Street nel 1964. Progettato dalla ditta Harris, Fels, Janks and Nussbaum, l'edificio era destinato a soddisfare le crescenti esigenze del ramo di sicurezza, che aveva bisogno di spazio per detenzioni e interrogatori.

Gli uffici del ramo di sicurezza dovevano essere situati al 9° piano e al 10° piano del nuovo quartier generale della polizia: l'accesso al presto famigerato 10° piano sarebbe stato limitato assicurandosi che l'ascensore arrivasse solo fino al 9° piano. I prigionieri politici venivano scortati lungo un'ultima rampa di scale per raggiungere il 10° piano, dove venne torturato un numero imprecisato di detenuti. 

Le celle dei detenuti erano ai piani inferiori ed erano appositamente progettate per l'isolamento. Le pareti erano pitturate di grigio scuro e i pavimenti erano neri. In un angolo c'era un materasso di gommapiuma, in un altro un gabinetto. Spessi pannelli di fibra di vetro coprivano le finestre e le sbarre. Al centro dell'alto soffitto c'era un'unica lampadina che non veniva mai spenta. Per le centinaia di attivisti anti-apartheid che furono detenuti in quelle celle, il John Vorster Square era l'inferno.

Vista dal 10° piano della stazione di polizia centrale di Johannesburg

"Ero al piano di sopra, in una cella con un vetro spesso, quel tipo di vetro a prova di proiettile contro cui non puoi nulla. Anche dall'altro lato, c'era un vetro sopra e tutto intorno alle sbarre. Così la cella era completamente isolata. A volte pensavi di essere diventato pazzo. Fino a quando non lo diventavi davvero... E poi l'odore, diventavi un tutt'uno con l'odore..."

                                                                                                                                           - JABU NGWENYA, detenuto, 1981
Il busto in bronzo di BJ Vorster nell'atrio del John Vorster Square sulla copertina della rivista SAP di marzo 1977

"La polizia di sicurezza aveva la calma crudele delle persone senz'anima"

                                                - MOLEFE PHETO, ex detenuto
Poliziotti della sicurezza che socializzano al circolo dopo il lavoro al John Vorster Square, data sconosciuta
PAUL ERASMUS, ex poliziotto della sicurezza

"Combattere una guerra rivoluzionaria è molto più difficile che combattere criminali comuni. È necessario ricordare che a volte si combatte contro la crème de la crème: le migliori menti disponibili in questa offensiva sono i tuoi avversari. Devi essere un passo avanti rispetto a questa gente. 

Col senno di poi, è un peccato che siano accaduti questi fatti. Se i miei avversari guardano al passato, è anche un peccato che alcuni poliziotti siano stati uccisi in esplosioni di bombe e attacchi alle loro case. Ma entrambe le parti devono dimostrare un concetto e devi lasciarti guidare dai risultati... Eravamo lì per la salvaguardia della sicurezza interna della Repubblica. Pertanto a volte è stato molto, molto difficile."

                                                                                                                       - HENNIE HEYMANS, ex poliziotto della sicurezza

Dal 1960, tutti i membri del ramo di sicurezza frequentarono corsi per ricevere una formazione speciale nelle tecniche di tortura. 

Il ramo di sicurezza divenne famoso per la ferocia estrema e la disumanità dei suoi metodi di interrogatorio, in particolare al John Vorster Square. 

La privazione del sonno era alla base di tutti gli interrogatori, con squadre di interrogatori che lavoravano giorno e notte per ridurre i detenuti in uno stato di totale dipendenza. 

L'ex poliziotto della sicurezza PAUL ERASMUS dietro la scrivania nel suo ufficio al 9° piano del John Vorster Square, data sconosciuta
Il giornalista JAMES SANDERS a proposito delle forze di sicurezza dell'era apartheid

"Siamo stati, secondo il generale Coetzee, un mucchio di idioti che ha interpretato male tutta la cosa. Aveva le mani pulite; disse semplicemente: "Rimozione permanente dalla società...", ma non intendeva quello. 

Fu uno stupido come noi, i ranghi inferiori, suppongo, i borghesi, credo, gli idioti che interpretarono male la cosa. Ma la realtà è che avevamo la libertà di uccidere e saccheggiare a un livello inconcepibile e sapevamo di poterla fare franca, ed è esattamente ciò che accadde."

                                                                           - PAUL ERASMUS, ex poliziotto della sicurezza
La dott.ssa Elizabeth Floyd, detenuta, a proposito della polizia di sicurezza.

He fell from the ninth floor (È precipitato dal nono piano)

He hanged himself (Si è impiccato)

He slipped on a piece of soap while washing (È scivolato su un pezzo di sapone mentre si lavava)

He fell from the ninth floor (È precipitato dal nono piano)

He hanged himself while washing (Si è impiccato mentre si lavava)

He fell from the ninth floor (È precipitato dal nono piano)

He hung from the ninth floor (L'hanno trovato appeso al nono piano)

He slipped on the ninth floor while washing (È scivolato sul nono piano mentre si lavava)

He fell from a piece of soap while slipping (È precipitato da un pezzo di sapone mentre scivolava)

He hung from the ninth floor (L'hanno trovato appeso al nono piano)

He washed from the ninth floor while slipping (È stato sommerso dal nono piano mentre scivolava)

He hung from a piece of soap while washing (L'hanno trovato appeso a un pezzo di sapone mentre si lavava)

                                                                                                                                                      "In detention" di Chris van Wyk

AHMED TIMOL - morto il 27 ottobre 1971

Entro il 1971 c'erano già stati 21 morti in stato di detenzione in tutte le prigioni del Sudafrica. 

Quel giorno, il John Vorster Square aumentò il conto delle vittime quando Ahmed Timol, un insegnante di 30 anni, precipitò dal 10° piano del John Vorster Square. Membro del South African Communist Party (SACP) in seguito bandito, era stato arrestato a un posto di blocco della polizia per trasporto di opere letterarie vietate. 

La polizia dichiarò che Timol si era suicidato; una scusa che venne sostenuta da un'inchiesta ufficiale, anche se il patologo statale Jonathan Gluckman sottolineò che il corpo di Timol mostrava segni di percosse subite prima della morte.

La polizia di sicurezza soleva raccontare ai detenuti che "gli indiani non sono capaci di volare" e battezzò il John Vorster Square "Timol Heights".

La famiglia di Ahmed aveva sperato che i poliziotti coinvolti nella sua morte si sarebbero fatti avanti durante le udienze della Truth and Reconciliation Commission (TRC) per raccontare la verità sul suo decesso. Ma non lo fecero. 

Rapporto del Dipartimento di giustizia relativo alle udienze per l'inchiesta sulla morte di Timol
Testimonianza di Hawa Timol su suo figlio, AHMED TIMOL, allo Human Rights Violation Committee della TRC, 30 aprile 1996 (per gentile concessione della SABC)
Foto di AHMED TIMOL da un poster commemorativo dell'ANC 
PROFESSOR KANTILAL NAIK, detenuto, ottobre 1971-febbraio 1972
Disegno di NAIK sulla carta igienica che raffigura uno dei suoi interrogatori durante la detenzione
NAIK a proposito della sua detenzione e della sua tortura con il "trattamento elicottero"

Visivamente, non ho mai dimenticato il colore blu dell'edificio, anche quando ero in esilio. Non riuscivo a dimenticare il blu di questo edificio, la struttura, il suo aspetto... 

...i pavimenti lucidi, i pavimenti metallici e lucidi di colore grigio nel corridoio... il fragore di quelle porte... la violenza e il tintinnio delle chiavi, quasi sempre sentivi tintinnare una chiave e ti chiedevi: "Quale cella hanno intenzione di aprire? O staranno venendo alla mia cella?" 

                                                    - MOLEFE PHETO, detenuto, 1975
MOLEFE PHETO, detenuto, 1975
Ingresso del 9° piano della stazione di polizia centrale di Johannesburg
Rivolta di Soweto, 16 giugno 1976

In seguito alla rivolta di Soweto del giugno 1976, i poteri della polizia di arrestare i sospetti senza processo vennero rafforzati. 

Ciò accadde quando passò l'Internal Security Amendment Act che consentiva la detenzione dei sospetti per un periodo di tempo illimitato senza l'autorizzazione di un giudice.

"Portarono dentro un generatore elettrico e mi dissero di spogliarmi, ma io dissi loro che non avevo intenzione di aiutarli a torturarmi. Se volevano torturarmi, avrebbero dovuto spogliarmi mentre ero senza sensi... Alla fine si spazientirono e iniziarono a usare delle sedie con il telaio in acciaio per picchiarmi. 

Naturalmente ogni volta che inferivano stavo già sanguinando dal naso, dalla bocca, gli sputavo addosso il mio sangue solo per farli infuriare. 

Una tattica che parte da questo presupposto: una volta che si saranno infuriati, non saranno in grado di pensare razionalmente e in modo professionale, come previsto durante gli interrogatori. Una volta che si saranno infuriati, saranno sul punto di esplodere e utilizzeranno qualsiasi cosa, e così facevano finché non mi picchiavano."

                                                                                                                                  - ZWELINZIMA SIZANE,  detenuto, 1976
ZWELINZIMA SIZANE, detenuto, 1976
Vista panoramica dal tetto della stazione di polizia centrale di Johannesburg
JOYCE DIPALE, detenuta, 1976

"Il John Vorster Square... quattro o cinque uomini e poi il cappuccio e poi le scosse elettriche, di tutto. Non so... Rabbia. Il cappuccio e la tortura, il seno, tutto. Perché? Non capisco... Perché torturarmi? In ogni caso, è triste... E poi la mia rabbia, il mio mutismo. Perché torturarmi? Non dirò una parola. Così tanta rabbia. Stupratemi o fate quello che volete, non mi interessa. Non dirò una parola."

                                                                                         - JOYCE DIPALE, detenuta, 1976
Disegno di Clive van den Berg, in collaborazione con Joyce Dipale, raffigurante la tortura che ha subìto durante la sua detenzione

"Venni detenuto per trenta giorni al piano di sopra e rimasi lì per 25 giorni, giorno e notte. Dopo 28 giorni mi trasferirono nella mia cella. Quindi potete immaginare, se devo rivisitare questo posto, mi ricorda quelle notti amare trascorse con la polizia che mi riempiva di botte."

                                                                         - TSANKIE MODIAKGOTLA, detenuto, 1976
TSANKIE MODIAKGOTLA, detenuto, 1976
Vista del corridoio al 9° piano della stazione di polizia centrale di Johannesburg

"...quei momenti di vera percezione spirituale... uno dei pochi che ho vissuto durante la mia esistenza è stato qui, dopo il mio arrivo e il mio primo interrogatorio, nella solitudine di quella cella... le pareti erano verdi e ricordo che camminavo in circolo e che ero assolutamente convinto che avremmo vinto. 

Non avevo dubbi, avrebbero potuto uccidermi, avrebbero potuto farmi qualsiasi cosa, ma avremmo vinto la lotta. Fu una tremenda esperienza di fede che mi sostenne terribilmente dal principio alla fine…"

                                                                                    - CEDRIC MAYSON, detenuto, 1976

WELLINGTON TSHAZIBANE - morto l'11 dicembre 1976 

Dopo essere stato arrestato per presunta complicità in un'esplosione presso il Carlton Centre di Johannesburg il 7 dicembre 1976, 

Wellington Tshazibane, un laureato in ingegneria dell'università di Oxford, venne trovato morto impiccato nella cella 311 del John Vorster Square. 

Un'inchiesta ufficiale, molto simile alla precedente inchiesta sulla morte di Timol, assolse la polizia da qualsiasi illecito.

 Dichiarazione di Wellington Tshazibane del 10 dicembre 1976 alla polizia di sicurezza

ELMON MALELE - morto il 20 gennaio 1977

Elmon Malele, arrestato il 10 gennaio 1977, morì per emorragia cerebrale al Princess Nursing Home di Johannesburg. Era stato portato lì dopo che avrebbe perso l'equilibrio per essere stato in piedi per sei ore (una tecnica di tortura standard) sbattendo la testa contro l'angolo di un tavolo. 

Sebbene la negligenza e la violenza della polizia furono quasi certamente la causa della sua morte, la polizia venne ancora una volta assolta. L'inchiesta concluse che la morte di Malele era avvenuta per cause naturali.

Fotografia scattata dalla polizia di sicurezza dell'ufficio in cui Elmon Malele avrebbe perso l'equilibrio
Foto raffigurante il punto da cui Mabelane si sarebbe buttato
Foto della presunta impronta di Mabelane sulla sedia

MATTHEWS MABELANE - 15 febbraio 1977

Appena un mese dopo l'emorragia cerebrale di Elmon Malele, Matthews "Mojo" Mabelane precipitò dal 10° piano del John Vorster Square dopo essere stato arrestato per il sospetto che fosse in viaggio per il Botswana per seguire un addestramento militare. 

La polizia dichiarò in seguito che l'uomo avrebbe scavalcato la finestra e avrebbe perso l'equilibrio cadendo su una vettura sottostante. 

Mabelane fu la trentanovesima persona a morire nelle carceri del Sudafrica. 

Foto della vettura su cui atterrò Mabelane
Foto raffigurante la sedia che Mabelane avrebbe usato per salire sul davanzale della finestra

"Mio cugino e fratello Matthew Marwale Mabelane morì per mano della polizia presso il quartier generale del John Vorster Square nel febbraio del 1977. Sostennero che si era buttato dal famigerato 10° piano dell'edificio e che era morto all'istante. Sapendo che le storie sui salti dal 10° piano non erano mai vere e mai lo saranno, vogliamo sapere perché gli assassini non vengono allo scoperto e non si scusano per le loro azioni. Simili espedienti da parte dei responsabili di tali atrocità sono davvero esasperanti, perché questi assassini iniziano a parlare di questi fatti non appena vengono scoperti, altrimenti se ne stanno zitti.

Pensano davvero che le vittime dimenticheranno le sofferenze subìte per causa loro? O pensano che la gente abbia ancora paura e che quindi parlare delle loro azioni causerebbe più problemi che in passato? La famiglia e i parenti sono molto amareggiati per il silenzio degli assassini di Matthew. Il tempo stringe. Che escano allo scoperto e raccontino la loro versione. Vogliamo anche vederli e vedere il loro aspetto, se sono veri esseri umani e hanno famiglie, figli, parenti e amici."

                                                                - Dichiarazione di K.C. Mabelane nel Register of Reconciliation della TRC, 10 settembre 1998

"Al John Vorster Square c'erano sempre le stesse persone. 

Com'erano? Erano come macchine. La loro visione era semplice. Ci avrebbero intimiditi, torturati, interrogati. 

Avremmo detto loro la verità. Avremmo detto loro chi ci stava incitando, chi ci stava dando istruzioni. Avremmo detto loro chi nell'ANC ci stava guidando. Se ci rifiutavamo, ci avrebbero picchiati e minacciati."

                                                                       - PENELOPE "BABY" TWAYA, detenuta, 1977
PENELOPE "BABY" TWAYA, detenuta, 1977

"Era un luogo del male, un luogo in cui accadevano cose terribili alle persone... era un luogo in cui si usava la tortura ed era il centro della polizia di sicurezza. Era un luogo in cui non c'era pietà ed era un luogo in cui, fondamentalmente, gli psicopatici si sentivano a proprio agio."

                                                                                     - BARBARA HOGAN, detenuta, 1981

"Sentire i piccioni che tubavano sul davanzale della finestra era come musica... Cercavamo di aggrapparci ai suoni prodotti da qualsiasi forma di vita per sopravvivere."

                                                                                     - BARBARA HOGAN, detenuta, 1981
Piccioni raggruppati fuori della stazione di polizia centrale di Johannesburg
BARBARA HOGAN, detenuta, 1981
Elenco degli oggetti trovati nella cella di Neil Aggett al momento della sua morte [in afrikaans]

NEIL AGGETT - morto il 5 febbraio 1982

Il dott. Neil Aggett sosteneva i diritti dei lavoratori e divenne un organizzatore dell'African Food and Canning Workers' Union. Svolse un ruolo centrale nell'organizzazione di un boicottaggio dei prodotti Fattis and Monis per convincere i padroni a riconoscere il diritto dei lavoratori di appartenere a un sindacato. Il governo vedeva la sua capacità nell'organizzare i lavoratori come una minaccia e dichiarò che era un comunista. 

A seguito di una massiccia ondata di arresti di leader sindacali nel 1981, Aggett venne trovato impiccato nella sua cella alle 3:25 del mattino. Aggett si era impiccato con una sciarpa fatta a maglia per lui da un'amica. Questa volta, però, la verità su questa morte in carcere venne a galla: un caso di alto profilo condotto in tribunale da George Bizos mostrò come l'interrogatorio di Aggett durato 80 ore nel fine settimana prima della sua morte ne avesse provocato un crollo emotivo. Tuttavia, la polizia venne nuovamente assolta, affermando che Aggett aveva da tempo tendenze suicide.

Rapporto su Neil Aggett al Ministro della Giustizia, compilato e firmato dall'Ispettore dei detenuti il 25 gennaio 1982, meno di due settimane prima della sua morte in stato di detenzione. 
Dichiarazione rilasciata dal Detainees' Parents Support Committee (DPSC) sulla morte in carcere del dott. Neil Aggett

"Era come un gioco, se vogliamo, con le regole stabilite da loro e tu dovevi fare quello che potevi per tentare di eludere tali regole o di estenderle, ma venne chiarito molto esplicitamente che non sarebbe stato consentito l'accesso da parte nostra o di un avvocato e poi sentimmo parlare di altre persone che si trovavano in una situazione simile e iniziammo a contattarci tra di noi per vedere che cosa potevamo fare in merito.

Imparammo presto che c'erano degli atti, c'erano delle pressioni che potevi esercitare su di loro. E così iniziammo la nostra partita."

                                   - Max e Audrey Coleman, genitori dell'ex detenuto Keith Coleman e membri fondatori del DPSC 
L'ex detenuto Jabu Ngwenya a proposito della comunicazione tra le celle durante la detenzione al John Vorster Square
L'ex detenuto Jabu Ngwenya a proposito degli interrogatori e delle torture subite al John Vorster Square

ERNEST MOABI DIPALE - morto l'8 agosto 1982

Ernest Dipale, proveniente da una famiglia politicamente attiva, era stato arrestato e detenuto nello stesso periodo di Aggett, nel novembre del 1981. 

Aveva fatto una dichiarazione a un magistrato in cui si lamentava per le violenze e la tortura perpetrata su di lui con le scosse elettriche. Le sue lamentele non giunsero a nulla. Alla fine venne rilasciato dopo tre mesi e mezzo. 

Fu nuovamente arrestato il 5 agosto del 1982 e detenuto al John Vorster Square. 

Cinque mesi dopo la morte di Neil Aggett, Ernest Dipale venne trovato impiccato nella sua cella. Si era impiccato con una striscia di tessuto strappato da una coperta. 

Dipale, che aveva solo 21 anni al momento della sua morte, era stato sottoposto a violente percosse e torture, incluso l'uso di scosse elettriche. 

Lettera del magistrato al Ministro della Giustizia in merito a Dipale

AC/2001/279 - Passo sul rapimento di Dipale tratto dalla domanda di Butana Almond Nofomela all'Amnesty Committee della TRC

"Il richiedente ha testimoniato di aver ricevuto istruzioni dal capitano Jan Coetzee e dal tenente Koos Vermeulen di rapire Moabi Dipale dalla sua casa di Soweto a scopo di interrogatorio. Doveva essere assistito da Joe Mamasela. Volevano ottenere informazioni su sua sorella, che figura nella prossima vicenda.

Si recarono a casa sua a Soweto e chiesero se fosse presente. Una ragazzina disse che non c'era, ma entrando in casa lo trovarono nascosto dietro un armadio. Mamasela lo accusò di non avergli restituito del denaro che gli doveva. Ciò servì come pretesto per costringerlo a seguirli. 

Lo portarono a Roodepoort dove si incontrarono con Jan Coetzee e Vermeulen. Successivamente procedettero fino a Zeerust in una fattoria nelle vicinanze, dove Moabi fu interrogato per sapere dove si trovasse sua sorella Joyce Dipale. Durante l'interrogatorio fu aggredito da loro con tale violenza che perse conoscenza. L'aggressione avvenne ad opera di Nofomela, Mamasela e Vermeulen. Grobbelaar e Coetzee non presero parte all'aggressione. Il richiedente non sa dire se abbiano ottenuto informazioni che sono tornate utili durante la successiva aggressione di Joyce Dipale in Botswana. 

In seguito tornarono a Vlakplaas e il richiedente non sa che cosa sia successo a Moabi Dipale successivamente. Non sa se sia stato arrestato o rilasciato. Il Comitato ritiene che i requisiti per l'amnistia siano stati rispettati e CONCEDE l'amnistia a Nofomela rispetto a tutti i reati e i delitti direttamente derivanti dal rapimento e dall'aggressione di Moabi Dipale durante il mese di ottobre del 1981 o intorno a quel periodo."

CATHERINE HUNTER, detenuta, 1983

''Penso che le "guardie" ricevessero precise istruzioni, quindi erano passive, fredde e molto minimali. Si limitavano a passarti il cibo. 

Non c'era alcun contatto visivo e credo che trovassero strano che una donna bianca fosse una "terrorista", perché molte erano donne bianche di lingua afrikaans, quindi probabilmente non corrispondevo allo stereotipo e al profilo di una terrorista."

                                          - CATHERINE HUNTER, detenuta, 1983
Cella di prigione in inchiostro verde, disegnata da Catherine Hunter mentre era in stato di detenzione
JAKI SEROKE, detenuto, 1987

"L'unica cosa che ci ha permesso di sopravvivere sono stati i nostri alti princìpi morali. Stavamo combattendo per la libertà e la democrazia ed era una buona causa; e poi dici a te stesso: "Qualunque cosa mi accada, almeno è stato per una buona causa". Penso che sia stata quella la grazia salvifica, sopra ogni altra cosa."

                                                                                                                                              - JAKI SEROKE, detenuto, 1987

STANZA BOPAPE - morto il 5 giugno 1988

Dopo essere stato sottoposto a ripetute scosse elettriche, l'attivista Stanza Bopape morì "inaspettatamente" per un attacco di cuore. Preoccupati del fatto che un'altra morte in carcere avrebbe messo in cattiva luce la polizia, dichiararono che Bopape era riuscito a evadere. 

Tuttavia, durante le udienze della Truth and Reconciliation Commission del 1997, la polizia ammise finalmente che Bopape era morto in carcere e che il suo corpo era stato gettato nel fiume Nkomati al confine con il Mozambico.

Il corpo di Stanza Bopape non fu mai ritrovato.

30 gennaio 1990 - CLAYTON SITHOLE muore in carcere

Appena due giorni prima del rilascio di Nelson Mandela dal carcere, Clayton Sithole, allora ventenne, venne trovato impiccato nella sua cella. 

Prima del suo suicidio, Sithole aveva presumibilmente fornito la prova schiacciante di un comportamento criminale contro Winnie Mandela e sua figlia Zinzi. Sithole era, in effetti, il padre di uno dei nipoti di Nelson Mandela.

In seguito alla liberazione di Nelson Mandela nel 1990, vennero apportati ampi cambiamenti alle leggi sulla sicurezza nel Paese.

 La detenzione senza processo venne rimossa dai libri dello statuto. Nel 1991, il ramo di sicurezza venne sostanzialmente sciolto e unito alla Criminal Investigation Division per creare un'unità nota come "Crime Combating and Investigation"; nel 1995 venne istituito il servizio di polizia del Sudafrica. 

Nel rapporto della Truth and Reconciliation Commission vennero ufficialmente registrati settantacinque morti in carcere. Nonostante le prove inequivocabili che la polizia torturasse i detenuti, nemmeno un poliziotto è stato dichiarato responsabile della morte di una persona in stato di detenzione.

"Coloro i quali erano coinvolti in tali vicende a quel livello, e che ora sono stati abbandonati con il senso di colpa e la responsabilità e il profilo pubblico, cominciano a rivolgersi ai loro ex-detenuti per ricevere un sostegno, perché gli ex-detenuti sono le uniche persone che conoscono realmente la situazione.

È molto interessante osservare come l'autore di un crimine si rivolga alla propria vittima per riconoscere ciò che è successo. Credo che i detenuti avessero le idee più chiare su ciò che stava accadendo rispetto alle persone che stavano fuori. È stata una battaglia con un'arma a doppio taglio…"

              - Dott.ssa ELIZABETH FLOYD, ex detenuta, 1981-1992, e fidanzata di Neil Aggett
L'annuncio del nuovo nome del John Vorster Square, 1997. (Per gentile concessione della SABC)

Nel 1997, il busto in bronzo di BJ Vorster è stato rimosso dall'atrio del famigerato John Vorster Square. 

Il carcere è stato ribattezzato Johannesburg Central Police Station e ora è in funzione per combattere il crimine a Johannesburg. 

Nonostante questi cambiamenti, gli interni tetri e l'odore di umido rimangono invariati. I fantasmi dei suoi precedenti occupanti sono tutt'altro che svaniti.

...Questa è la memoria della rivoluzione e se svanisce, non ha senso raccontare agli altri che aspetto aveva il posto... perché queste sono prove di ciò che hanno fatto per ferirci, perché la maggior parte delle persone è stata danneggiata da questo sistema e se si rimuovono cose come quelle, si perde una grande fetta di storia...

                                                                                                                               - MOLEFE PHETO, detenuto, 1975
L'ingresso della Johannesburg Central Police Station, 2007
Riconoscimenti: storia

Curator — Catherine Kennedy (SAHA)
Archivist — Debora Matthews (SAHA)
Photographs — Craig Matthew (Doxa Productions)
Archival video footage — South African Broadcasting Corporation (SABC)
Background — This exhibit is based on the interactive DVD, 'Between life and death: stories from John Vorster Square', developed by Doxa Productions on behalf of SAHA in 2007, as part of the SAHA / Sunday Times Heritage Project, funded by the Atlantic Philanthropies. Please see DVD for full research and image credits. For more information about the SAHA / Sunday Times Heritage Project, please visit sthp.saha.org.za 

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
In alcuni casi, la storia potrebbe essere stata realizzata da una terza parte indipendente; pertanto, potrebbe non sempre rappresentare la politica delle istituzioni (elencate di seguito) che hanno fornito i contenuti.
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