400 a.C.

Le Ceramiche di Oristano

Unioncamere

“Nella  città di Oristano gli eredi storici della “Scuola dei figoli” modellano sapientemente l’argilla per dare forma e colore a vere e proprie opere d’arte.”

La Storia

La lavorazione della ceramica a Oristano è connessa alle caratteristiche geologiche del suo territorio. La città è situata infatti tra due grandi stagni prossimi alla foce del Tirso, per cui la componente argillosa del suolo ha fornito la materia prima per la realizzazione di vasellame di varia foggia, dal neolitico sino ai nostri giorni. 

Le testimonianze più remote sono oggi conservate nei locali dell’Antiquarium Arborense, il museo cittadino che raccoglie le principali collezioni formatesi nel corso del XIX e XX secolo. 

Si tratta di ceramiche che spaziano cronologicamente dal neolitico alle culture prenuragiche del IV e II millennio a.C, per arrivare sino all'epoca medioevale.

La produzione è alquanto diversificata: sono ben documentati utensili domestici, contenitori liturgici, ollette globulari, pintadere utilizzate per decorare i pani sacri, i vasi askoidi e le fiasche di varia foggia che riflettono un gusto più orientalizzante.

Particolare del timpano del Santuario di Bonacatu con le tipiche decorazioni di vasellame.

Non mancano testimonianze di età alto-medioevale, accuratamente confermate dalle numerose lucerne ritrovate in contesti funerari che attestano la relazione con il culto cristiano e la liturgia bizantina.

Negli anni intorno al Mille, con il rientrare della Sardegna nella sfera culturale italiana, si afferma il gusto di decorare le facciate delle chiese romaniche con bacini ceramici. 

Sebbene talvolta si tratti di prodotti di importazione, è comunque notevole il numero delle chiese che hanno conservato gli alveoli o i lacerti di tali bacini in tutto l’oristanese come il Santuario di Nostra Signora di Bonacatu di Bonarcado. 

In questo caso le ceramiche presenti sono esito di reintegrazione neoromanica, ma è curioso come la tradizione popolare ancora le ricolleghi a un aneddoto. 

Si narra infatti che in occasione della festività dedicata alla Madonna di Bonacatu, un venditore di vasellame “moro”  bestemmiò e immediatamente si levò un vento impetuoso: le stoviglie si sollevarono e si fissarono sulla facciata, affinché fungessero da monito ai fedeli che vi si recavano in pellegrinaggio.

Campanile del Duomo decorato con ceramiche

Risale al Quattrocento il primo riferimento scritto sulla presenza di vasai a Oristano che compare in un registro appartenente al Monastero di Santa Chiara. Nel secolo successivo è lo storico Giovanni Fara che parla della presenza di un “suburbio” riservato ai 'figoli', ovvero gli artigiani della ceramica.

Dal 1692 sancisce il ruolo dell’arte figulina lo Statuto del Gremio intitolato alla Santissima Trinità, con sede nella Chiesa della Misericordia, che fissava i criteri professionali ed etici degli stessi 'figoli' e dettava disposizioni sulle destinazioni e specificità dei manufatti. Particolare fortuna ebbero le tegole iridescenti per il rivestimento delle cupole e le brocche per l’acqua contraddistinte da una linea elegante, dalla spalla alta e le anse che si elevano a gomito quasi ad allinearsi all’altezza dello stesso versatoio. 

Alcuni vasai erano specializzati nelle cosiddette produzioni straordinarie chiamate oggi “brocche della sposa”, capolavori di foggiatura e di scultura che riproponevano solitamente motivi tratti dal repertorio religioso, dove rientrava anche la mitica storia della Giudicessa Eleonora d’Arborea.

Decorazioni policrome sui tetti della Chiesa del Carmine

Nel corso del XIX secolo l’opificio della produzione ceramica diventa il quartiere “Su Brugu”, esteso in tutta la zona sud orientale della città, avente come riferimento la nuova sede del Gremio, la Chiesa di Sant’Efisio.

In Sardegna la prima Scuola d’Arte Applicata nasce nel 1925 a Oristano sotto la direzione di Francesco Ciusa, artista che giovanissimo aveva ricevuto il primo premio alla Biennale di Venezia nel 1907 e negli anni successivi si era distinto nella valorizzazione in termini artistici della ceramica sarda. 

La vita della Scuola d’Arte Applicata ebbe breve durata. Nonostante la chiusura avvenuta nel 1929, l’eredità lasciata dal carisma di un artista come Ciusa venne raccolta non solo dagli artisti e dagli artigiani locali ma creò i presupposti affinché venisse creata una scuola per l’avviamento professionale (1929-1939) e nel secondo Dopoguerra, una Scuola d’Arte Ceramica.

Solo nel 1961 viene fondato l’Istituto Statale d’Arte, oggi Liceo Artistico dedicato al pittore Carlo Contini, che forma e istruisce gli artisti emergenti, tenendo viva la rinomata arte della ceramica.

Fasi di Lavorazione

L’argilla, selezionata e ripulita dalle impurità, viene impastata per renderla omogenea ed eliminare le eventuali bolle d’aria. In seguito viene lavorata per dare forma e struttura all’oggetto da creare attraverso le varie tecniche di foggiatura. 

Una delle lavorazioni più utilizzate è quella del tornio, dove la pasta viene modellata con l’uso delle mani durante il movimento rotatorio impresso su un piatto girevole. La forza delle mani dev’essere tale da contrastare la forza centrifuga del tornio. L’arte e la maestria dell’artigiano si riscontrano proprio nella creazione di una forma perfetta e rifinita.

Altra caratteristica lavorazione è quella del lucignolo (modellazione a colombino), che prevede l’uso e l’assemblaggio di fili di argilla cilindrici disposti l’uno sull’altro e lisciati per formare una superficie compatta.

Lavorazione al tornio

Dopo le fasi di foggiatura, solo quando l'oggetto ha raggiunto una parziale essiccazione (chiamata “durezza cuoio”), si passa alla fase di rifinitura, fondamentale per eliminare le imperfezioni, assottigliare l'oggetto e rendere gli spessori omogenei, al fine di consentire una corretta essiccazione ed evitare rotture del manufatto al momento della cottura. 

Durante la fase di rifinitura è possibile decorare il manufatto con eventuali ornamenti e applicazioni, prima di passare al processo di spugnatura, fondamentale per lisciare tutte le superfici.  

A questo punto l'oggetto può anche essere ingobbiato (tecnica di pittura per la decorazione di terracotta e ceramica) con un’argilla liquida di colore differente dalla base e decorato con la tecnica del graffito.

Una volta raggiunta la totale essiccazione si procede con la prima cottura al forno che si aggira intorno ai 980°C. Questa fase darà origine a ciò che comunemente viene chiamato “biscotto”, sul quale poi verranno applicati colori: smalti e vernici.

Segue infine una seconda cottura, nella quale gli smalti polverosi, subendo delle trasformazioni chimico-fisiche, vetrificano rendendo l'oggetto impermeabile e pronto all'uso.

Riconoscimenti: storia

Curator — Camera di Commercio di Oristano

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
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