1700

Pietra di Cuneo

Unioncamere

“Pietra nera opaca che tra le dita splendeva piena, pesante, aspro rilievo eppure docile per chi lo intende”

La Storia

In provincia di Cuneo, quello del Monregalese (intendendo con tale nome il territorio che costituiva l’antica Provincia di Mondovì e che include la regione montana compresa fra il Pesio e il Tanaro) è uno dei pochi bacini marmiferi del Piemonte, certamente il più importante nel periodo di maggior fulgore per l’impiego dei marmi colorati (sec. XVII-XVIII).

Le cave del passato hanno fornito una grande varietà di marmi, dai bianchi ai colorati - neri, viola, rossi, persichini, gialli - molto interessanti per le loro caratteristiche qualitative, ma solo in pochi casi consistenti dal punto di vista quantitativo. 

L’uso di marmi monregalesi risale al periodo romano: alcune lapidi rinvenute a Vicoforte e a Mombasiglio risultano costituite da Verzino e Bigio di Frabosa.

Gli ultimi decenni del 1500 e i primi del ‘600 sono particolarmente importanti per l’affermazione di alcuni fra i più importanti materiali dell’area.

La Pietra di Vico viene “scoperta” come eccezionale materiale da decorazione oltre che da costruzione da Ascanio Vitozzi, probabilmente già negli anni attorno al 1590, in cui lavora al restauro della Cittadella di Mondovì. 

Egli la utilizza in modo magistrale nel Santuario di Vicoforte a partire dal 1597, e contribuisce certamente alla sua diffusione anche a Torino negli anni successivi. 

Il Santuario di Vico resta l’esempio più importante e famoso del suo impiego. 

Oltre alla Pietra di Vico, anche l’altra arenaria cuneese, la Pietra di Langa, è stata impiegata come materiale ornamentale e strutturale in monumenti di un certo rilievo dal punto di vista storico. Il più importante di questi è la chiesa cinquecentesca di San Lorenzo in Saliceto, uno dei rari esempi di architettura rinascimentale in Piemonte, la cui facciata è riccamente decorata in tutti i suoi componenti architettonici.

Veduta esterna del Santuario di Vicoforte

È del 1607 un documento di Giovanni Botero nel quale si legge : “...Tra gli altri luoghi vi è Vico, onde piglia il nome una nuova devozione alla santissima Vergine, alla quale il duca Carlo Emanuel fabrica una chiesa e in essa una capella, ove vuol che i duchi di Savoia seppelliti siano, e per materia e per arte magnificientissima; con la quale occasione, mentre si cava di qua e di là il terreno, si sono scoverte miniere di marmi bellissimi, e massime una di marmi negri con certe venette che paiono di metallo”. 

Si tratta di alcuni dei marmi di Frabosa, in primis il Bigio e il Nero di Frabosa, impiegati prima in Santuario e da allora conosciuti e utilizzati in tutto il Ducato.

Nel corso del 1600 altri marmi del Monregalese vengono scoperti e impiegati soprattutto a Torino, dato il controllo diretto che il potere centrale dei Savoia esercita sui marmi.

Il Giallo di Frabosa è stato impiegato a Torino nelle chiese di Santa Maria al Monte, Santa Teresa, San Lorenzo e poi, nel Settecento a opera del Juvarra, nella Cappella di Sant’Uberto alla Venaria Reale.

Un'opera contenute nel Museo della Pietra: si possono notare alcune delle sfumature dei marmi della regione.  

Il 1700 è senza dubbio il secolo d’oro per i marmi cuneesi. L’attività estrattiva riguarda una gran varietà di marmi, specialmente marmi colorati.

Particolare successo hanno i Persichini di Casotto e di Val Corsaglia, impiegati da Juvarra nella Cappella Reale di Sant’Uberto alla Venaria e a Superga, dove il Persichino di Casotto trova la sua utilizzazione più importante nelle sei colone di tre metri di altezza che adornano l’altare maggiore e i due altari laterali della Basilica. 

Si affermano anche altri marmi cuneesi: l’Alabastro di Busca, la cui estrazione era già iniziata nel 1600, coltivato intensamente nel corso del secolo e posto in opera in moltissime chiese settecentesche torinesi e locali; la Seravezza di Moiola, che troviamo ancora in Sant’Uberto alla Venaria e in diverse chiese a Torino; il Bardiglio di Valdieri, che a partire dalla metà del Settecento sostituisce il Bigio di Frabosa negli impieghi decorativi di maggior impegno quantitativo in tutto il Piemonte.

All’inizio dell’Ottocento i marmi del Monregalese godono di grande prestigio, come dimostra il loro impiego massiccio a Torino nella chiesa della Gran Madre di Dio, la chiesa che nel 1814 si deliberò di erigere per celebrare la restaurazione dei Savoia nei loro stati dopo l’occupazione napoleonica e che Vittorio Emanuele I volle interamente decorata con marmi del Piemonte. In effetti, la maggior parte di quei marmi fu fornita dal Monregalese. 

Vi si trovano infatti le otto grandi colonne interne in Breccia di Casotto (un marmo già impiegato in precedenza dal Vittone per realizzare la maestosa decorazione della Chiesa del Castello di Casotto), le basi delle stesse colonne in Bigio scuro di Frabosa, gli altari e le balaustre in diverse varietà di Persichino della Val Tanaro, posato su basi di Seravezza di Moncervetto.

Una delle cave ancora in attività

Nel corso del secolo, anche grazie al miglioramento della viabilità della Val Tanaro, si incrementa l’estrazione dei marmi già noti mentre si sviluppa la produzione di altri litotipi, tra cui il Grappiolo, marmo bianco statuario di Garessio, il Bardiglio, della stessa zona, e il Moncervetto, che diventerà uno dei marmi maggiormente impiegati in Piemonte.

Nei primi decenni del Novecento si assiste al successo internazionale del Cipollino dorato - il marmo che, grazie alle sue eccellenti caratteristiche decorative, da Valdieri ha varcato i confini nazionali per essere impiegato in ogni parte del mondo: Londra (County Hall Council Chamber e Westminster Cathedral), Buenos Aires (Palazzo del Circolo Italiano), Bangkok (Palazzo reale), Tripoli (Moschea di Sidi Hamuda), Avana (Palazzo del Governo), Sofia (Palazzo dell’Accademia militare).

Rinomata è l'estrazione della Pietra di Luserna, uno gneiss caratterizzato da facile lavorabilità a spacco, scistosità regolare, elevata resistenza e durevolezza che hanno favorito da secoli un ampio utilizzo nelle costruzioni.

Di dimensioni minori, ma di qualità eccezionale, è la produzione della “Bargiolina”, una quarzite utilizzata a spacco naturale, nelle varietà cromatiche grigia e gialla, che già nel XVI secolo Leonardo da Vinci decantava per l'ottima qualità.

La Produzione

L'abbattimento della roccia viene effettuato mediante l'utilizzo di esplosivo. 

Il distacco dei blocchi avviene attraverso la perforazione, il caricamento dell'esplosivo nei fori e il brillamento.

La pietra estratta viene trasportata nei laboratori e viene lavorata con finiture differenti a seconda dell'impiego a cui è destinata: può essere levigata con mole abrasive oppure fiammata. 

La fiammatura consiste in un forte riscaldamento seguito da un brusco raffreddamento con getto d'acqua.

Altro tipo di lavorazione è la bocciardatura, ottenuta con utensili a percussione azionati ad aria compressa.

I manufatti con cui viene commercializzata la pietra possono essere lastre e blocchetti a spacco naturale.

Il Territorio

Il settore lapideo in provincia di Cuneo conta 219 imprese registrate al Registro imprese camerale. 

La tipologia di attività svolta dalle imprese cuneesi del settore spazia dall’estrazione da cave e miniere, fino alla lavorazione vera e propria della pietra (taglio, modellatura e finitura). 

La distribuzione nella provincia Granda vede la massima concentrazione imprenditoriale del settore nei comuni di Barge e Bagnolo e anche nell’area dell’albese, territori notoriamente caratterizzati da una conformazione contraddistinta dalla forte presenza di pietre tipiche (Pietra di Luserna e Pietra di Langa).

Attraverso le cave e le miniere si perpetua da millenni sul territorio l’attività estrattiva, quell’attività che consente di mettere a disposizione dell’uomo le materie prime minerarie, da sempre fondamentali per la vita civile e per il progresso socio-economico.

Una delle sale del Museo della Pietra.

Grazie alle sue caratteristiche geo-giacimentologiche e territoriali, la Provincia di Cuneo può definirsi una provincia mineraria di primaria importanza per quanto riguarda i prodotti di cava. 

Dalle cave del Cuneese si ricava infatti una gran quantità e varietà di prodotti di base non solo per l’industria delle costruzioni, ma anche per varie altre industrie: dagli inerti per calcestruzzo ai calcari per cemento, calce e svariati altri impieghi, dalle argille per laterizi alle sabbie silicee per ceramica e vetrerie. Riveste inoltre particolare importanza il settore delle pietre da costruzione e decorazione.

La gestione delle attività di cava è soggetta alla autorizzazione da parte della Pubblica Amministrazione, attraverso la specifica legge regionale introdotta nel 1978, in base al riconoscimento del principio che, come tutti i beni ambientali, anche le risorse estrattive fanno parte del patrimonio collettivo, pur restando nella disponibilità del proprietario del suolo.

Bassorilievo su marmo nero

Assieme al controllo dell’attività estrattiva, tra i compiti della Pubblica Amministrazione è importante quello della programmazione e pianificazione, che ha l’obiettivo di far coesistere la corretta utilizzazione della risorsa mineraria, dal punto di vista tecnico-economico, con la tutela dell’ambiente e la fruizione ottimale delle altre possibili risorse del territorio.

Riconoscimenti: storia

Curator — Camera di Commercio di Cuneo

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
In alcuni casi, la storia potrebbe essere stata realizzata da una terza parte indipendente; pertanto, potrebbe non sempre rappresentare la politica delle istituzioni (elencate di seguito) che hanno fornito i contenuti.
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