1714

Il Cappello di Paglia di Signa

Unioncamere

“Un prodotto storicamente nostrano e dalla qualità ineguagliabile”

La Storia

L’intreccio delle fibre vegetali è una delle più antiche attività dell’uomo, che ispirandosi alla natura realizzò nel tempo contenitori delle fogge più varie e copricapo per ripararsi dal sole. 

Nel 1714 a Signa, Domenico Michelacci detto Bolognino, cominciò a coltivare grano marzuolo, dalla spiga piccola con chicchi minuti, per ottenere paglia da intrecciare. Lo seminò fitto, affinché nel cercare la luce crescesse in lunghezza, ed in solchi poco profondi, per poterlo poi facilmente sbarbare ancora flessibile prima che il culmo ingrossasse e la spiga granisse. 

Il Michelacci, avvalendosi della maestria diffusa nell’intreccio della paglia per fare cappelli, ne fece fare una gran quantità, utilizzando gli ultimi internodi di quegli steli. 

Presentò quindi quei bei prodotti sulla piazza di Livorno, ottenendo immediatamente un grandissimo successo, confermatosi in breve specialmente in Inghilterra, che ne commissionò sempre maggiori quantità.

Ben presto la richiesta internazionale fu tale da pretendere la specializzazione delle fasi della produzione e dei vari trattamenti della materia, determinandone i tempi e i modi, come la doppia semina annuale per ottenerne la maggiore quantità possibile, o il suo imbianchimento prima al sole e poi con i vapori di zolfo.

Anche l’organizzazione del lavoro per la manifattura delle trecce e la loro cucitura per farne cappelli fu razionalizzata: furono introdotte macchine di nuova concezione per selezionare il materiale, pressare e poi ammatassare le trecce, realizzare le forme e stirare i cappelli. 

Gran parte della popolazione signese fu coinvolta nella nuova occupazione e quindi furono destinati alla coltura della paglia da intreccio zone sempre più vaste di territorio. Divenne così quell’industria la principale tra le attività produttive e manifatturiere del Granducato di Toscana, impegnando un terzo della sua superficie coltivabile e circa 150.000 addetti remunerati.

Questa vera e propria rivoluzione industriale precedette quanto si sarebbe poi compiuto oltre la metà del secolo, nei grandi paesi atlantici e nell’Europa continentale: la vendita all’estero della paglia costituì uno dei pochi casi di esportazione di materie prime dall’Italia, da sempre paese di trasformazione di importazioni straniere.

Il luogo di fondazione dell’industria moderna della paglia è Signa, ma ad esserne poi profondamente interessata fu anche l’area vastissima che comprende i bacini dell’Ombrone, del Bisenzio, della Pesa e dell’Arno. 

Quest’ultimo, allora perfettamente navigabile, costituì anche la principale via di comunicazione verso il porto di Livorno, raggiungibile direttamente tramite il canale ripristinato e rammodernato appositamente per il commercio dei cappelli dai granduchi lorenesi già a partire dal 1750.

Nel 1840 poi, il granduca Leopoldo II, salito al trono, volle che la ferrovia tra Firenze e Livorno avesse una stazione a Signa per favorirne in ogni modo le tante imprese. Nota come Leopolda, questa strada ferrata fu la prima in Italia ad avere quindi valenza commerciale.

Migliaia furono gli addetti nel tempo, e nella seconda decade del Novecento si giunse a produrre trentacinque milioni di cappelli, per lo più da uomo, esportati in gran parte negli Stati Uniti d’America. 

L’identità del prodotto si è costituita per il tramite della sua diffusione in tutti i continenti diventando vero e proprio emblema della bontà delle manifatture italiane.

Il grande messaggio che ci viene dalla  storia  di quest’impresa, che ancora fiorisce e prospera, è quello finalmente ricorrente della necessità costante dell’incremento della creatività, dell’innovazione tecnologica, della riorganizzazione del lavoro secondo le mutate esigenze dei tempi e dei mercati, della ricerca di nuovi materiali che nella forma e nella sostanza si rifacciano alla tradizione modernizzandola.

Il Cappello

I cappelli di paglia prodotti a Signa costituirono il primo caso noto di Made in Italy dei tempi moderni, ottenendo grande successo ovunque, ben prima dell’unità del Paese, con il nome di “chapeaux de paille d’Italie” o anche “leghorns”, che divenne sinonimo di cappello di paglia nei paesi anglofoni dell’ex impero britannico. La fama assoluta della capitale toscana fece sì poi che quei cappelli si dicessero “di Firenze”.

Attualmente nella Piana fiorentina e zone limitrofe operano oltre quaranta aziende con circa ottocento addetti, che nell’insieme costituiscono il più antico e prestigioso distretto produttivo del cappello di qualità, non solo di paglia, esistente in Italia e, quindi, al mondo. 

La caratteristica fondamentale di questo raffinato prodotto è la sua ottima e costante qualità nel tempo, garantita dalla scelta speciale delle materie utilizzate e dalla perfetta conoscenza delle loro caratteristiche peculiari.

Le fasi di produzione del cappello sono variate nel tempo per la plurisecolare durata della sua industria e le complesse vicende che si sono succedute dalla sua fondazione ad oggi.

Riguardo agli strumenti di produzione va detto che il primo in questo straordinario settore ed il più raffinato e complesso, come la voce umana nei concerti musicali, fu dato dalle mani delle donne, più minute di quelle maschili e, veri e propri telai naturali, atte meglio all’intreccio ed alle successive lavorazioni anche di fibre e di trecce molto sottili.

In area fiesolana, però, nel 1828 fu introdotto anche l’uso del telaio, già diffuso Oltralpe, tanto da far definire la nuova lavorazione «all’uso svizzero», che consentì di proporre sul mercato trecce innovative di grande fantasia ed effetto, complementari a quelle fatte a mano.

Per ammodernare il processo d’imbianchimento della paglia si cominciò poi ad utilizzare l’acqua ossigenata. Diffondendosene l’uso, i Del Panta, alle porte di Firenze, nel 1892 fondarono il primo stabilimento d’Italia per la sua produzione da destinare ad usi industriali e che divenne tanto conveniente da essere esportata in tutta Europa per sbiancare paglia e tessuti.

Alla fine del secolo, poi, sempre nell’ottica dell’abbattimento dei costi, con l’intento del superamento della grande crisi, alla cucitura delle trecce a mano, si affiancò quella con le piccole apposite macchine inventate allora a New York e in Germania, ancora oggi utilizzate.

Attualmente la cucitura delle trecce è fatta esclusivamente a macchina, soprammettendo le trecce che stanno diventando sempre più rare e costose. Se si utilizzano tessuti di fibre vegetali, come ad esempio l’agave originaria dello Yucatan, dopo la foggiatura dei cappelli sulle forme, si procede alla loro essiccazione in appositi forni, o apprettandoli e incollandoli.

Questo del cappello è tuttora in area fiorentina un distretto vero, un sistema preciso dove si commerciano ed anche si producono le materie prime e le si lavorano a mano, con macchine che ancora vi si fabbricano in ditte attive ininterrottamente dalla fine del XVIII secolo.

Per la produzione si utilizzano tuttora forme di legno o di metallo fatte secondo procedimenti antichi, si producono cappelli di ottima qualità e li si esportano con grande successo ovunque nel mondo.

La clientela internazionale sa apprezzare la specialità di quanto viene qui prodotto quasi istintivamente, in virtù di un'incomparabile, millenaria maestria che viene difesa, valorizzata, diffusa e tramandata di generazione in generazione quale tesoro preziosissimo.

Riconoscimenti: storia

Curator — Camera di Commercio di Firenze
Direttore del Museo della Paglia e dell'intreccio — Roberto Lunardi
Curatrice del Museo della Paglia e dell'intreccio — Maria Emirena Tozzi 
Presidente del Museo della Paglia e dell'intreccio — Angelita Benelli Ganugi

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
In alcuni casi, la storia potrebbe essere stata realizzata da una terza parte indipendente; pertanto, potrebbe non sempre rappresentare la politica delle istituzioni (elencate di seguito) che hanno fornito i contenuti.
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