1923 - 2014

Una collezione d'eccellenza

La Collezione della Fondazione Cariplo

“L’arte è l’attività umana il cui fine è la trasmissione ad altri dei più eletti e migliori sentimenti a cui gli uomini abbiamo saputo assurgere”
Lev Nikolàevič Tolstòj

Diversi fattori hanno contribuito nel tempo, dal 1923 a oggi, a formare e costituire la Collezione d’arte della Fondazione Cariplo che oggi vanta un patrimonio artistico di prima grandezza. Questa breve traccia attraverso le eccellenze della collezione intende offrire un percorso trasversale a epoche, stili e autori in un gioco di rimandi e contrappunti di sicura suggestione. Un percorso che coniuga la leggera eleganza settecentesca di Giovanni Battista Tiepolo al severo neoclassicismo di Antonio Canova; il crudo realismo dei dipinti di soggetto risorgimentale di Gerolamo e Domenico Induno alla dimensione universale della Danza delle Ore, indiscusso capolavoro di Gaetano Previati.

Il nobile verone­se Alvise Zenobio commissionò a Giovanni Battista Tiepolo un ciclo pittorico con le Storie di Settimia Zenobia, regina di Palmira destinate agli ambienti di Ca' Zenobio, a Venezia, probabilmente in occasione delle nozze con Alba Grimani, celebrate nel 1718. La Collezione della Fondazione Cariplo custodisce due preziose tele appartenenti al ciclo: Cacciatore a cavallo e Cacciatore con un cervo, opere in cui l’artista veneto si esprime con altissimi risultati di libertà e scioltezza compositive.

Giovanni Battista Tiepolo, Cacciatore con un cervo, 1718-1730
Giovanni Battista Tiepolo, Cacciatore a cavallo, 1718-1730
Antonio Canova, La Giustizia, 1792
Antonio Canova, Dar da mangiare agli affamati, 1795
Antonio Canova, Insegnare agli ignoranti, 1795

Tra il 1792 e il 1795 lo scultore veneto Antonio Canova donò al senatore di Roma Abbondio Rezzonico tredici bassorilievi in gesso. Il Rezzonico era stato committente di Canova per il monumento com­memorativo di papa Clemente XIII, suo zio,  appena inaugurato nella basi­lica vaticana. La Giustizia costituisce lo studio originale dell’artista per una figura che non compare nella realizzazione finale della  tomba papale. Ad essi si aggiunsero scene complesse ispirate all'Iliade, all'Odissea, all'Eneide e al Fedone e opere di misericordia: Insegnare agli ignoranti e Dar da mangiare agli affamati.

Le opere costituiscono uno straordinario esempio della maturità di Canova, massimo interprete  del neoclassicismo europeo, che qui affronta anche tematiche per lui nuove. I rilievi si distinguono per il modellato semplice e severo, la grazia dei gesti, l’equili­brio nella composizione e la rigorosa definizione dello spazio

Antonio Canova, La morte di Priamo, 1787-1790
Antonio Canova, Socrate beve la cicuta, 1787-1790

La Veduta di piazza del Duomo in Milano fa parte di un consistente nucleo di opere di grande qualità del pittore Giovanni Migliara presenti in Collezione.

Il soggetto, tra i più apprezzati del reper­torio vedutistico milanese dell’artista, piemontese di na­scita ma milanese di cultura, illu­stra la piazza del Duomo nel 1828, ancora chiusa dal quattrocentesco Coperto del Figini e dall'isolato del Rebecchino sul lato opposto. L'edificio del Duomo, quasi sullo sfondo, dà risalto a questa particolare zona cittadina, demolita nella seconda metà degli anni Sessanta dell’Ottocento. Migliara creò una vera tipologia di luoghi oggi considerati tipici della “Vecchia Milano” e identificabili con la Milano spagnola e neoclas­sica. Una “pit­tura urbana”, connotata da scenari ricorrenti nei quali il pittore inserisce in primo piano annotazioni di costume e di crona­ca, descritte con eccezionale vivacità narrativa.

Giovanni Migliara, Veduta di piazza del Duomo in Milano, 1819-1828

L’Interno del Duomo di Milano, dipinto da Luigi Bisi nel 1840, fu commissionato nel 1838 al pittore milanese dall’imperatore d’Austria Ferdinando I in occa­sione della sua visita a Milano per l'incoronazione, destinandolo alla galleria di dipinti moderni del Palazzo del Belvedere a Vienna.

In questa ampia tela prospettica gio­cata sull'alternanza di zone di lu­ce e di ombra. Bisi restituisce ogni singolo elemento architettonico e decorativo, indugiando nella descrizione dei fedeli e nei particolari di costu­me.

Luigi Bisi, L’Interno del Duomo di Milano, 1840

Anche il dipinto di Giuseppe Molteni, La confessione, del 1838, proviene dalla collezione dell'imperatore d'Austria Fer­dinando I. L'aspetto più apprezzato dell'opera consisteva per i contemporanei nella maestria e delicatezza con cui l’artista ha raffigurato un episodio di vita reale, un dramma intimo e familiare. Il formato in grandezza naturale, ancora insolito all’epoca per i soggetti di genere, unita alla raffinatezza della tecnica pittorica, contribuirono sia alla fortuna dell’opera che al prestigio del suo autore.

Giuseppe Molteni, La Confessione, 1838
Giuseppe Canella, La Veduta del canale Naviglio preso sul ponte di S. Marco in Milano, 1834

La Veduta del canale Naviglio preso sul ponte di S. Marco in Milano è una delle più note e caratteristiche rappresentazioni della città nella prima metà dell’Ottocento. Dipinta nel 1834 dal pittore veronese Giuseppe Canella, essa illustra il tratto del Naviglio all’altezza della conca di San Marco, delimitato dalla chiusa in primissimo piano e dal ponte Medici sullo sfondo; al centro, due barconi utilizzati per il tra­sporto dei marmi e dei graniti de­stinati agli scultori che dimorava­no a Ca' Medici - raffigurata  sulla riva sinistra del canale - e ai laboratori della vicina Accademia di Belle Arti di Brera. La resa accuratissima in ogni dettaglio e la lumi­nosità abbagliante della tela, rivelano la conoscenza della tradizione paesaggistica del nord Europa, apprezzata dall’artista nel corso di una serie di viaggi all'estero.

Francesco Hayez, L'ultimo abboccamento di Giacomo Foscari figlio del doge Giuseppe colla propria famiglia prima di partire per l'esilio cui era stato condannato, 1838-1840

Ne L'ultimo abboccamento di Giacomo Foscari figlio del doge Giuseppe colla propria famiglia prima di partire per l'esilio cui era stato condannato Francesco Hayez offre la versione pittorica di un tema di storia veneta allora popolarissimo, la cui fortuna è testimoniata dalla tragedia di Lord Byro­n del 1821 e dal melodramma di Giuseppe Verdi, di poco successivo alla stesura della tela, uno dei capolavori dell’artista, eseguita dal 1838 al 1840.

Il pittore vi rievoca l’atmosfera della Venezia quattrocentesca, ambientando la scena nel portico al primo piano di Palazzo Ducale, con la chiesa di San Giorgio an­cora in stile gotico sullo sfondo. Vi domina la presenza centrale della solenne figura del doge, padre del condannato, contrapposta a quella del figlio supplicante, cui fungono da completamento e contrappunto le figure della moglie e della madre dell’esiliato, sul­la sinistra, e quelle dei bambini. Infine, in secondo pia­no, il gruppo dei persecutori e traditori. Il dipinto ottenne l’ammi­razione negli ambienti artistici viennesi, che ne apprezzarono l'interpretazione stilisti­ca caratterizzata dalle tonalità calde e dalle velature do­rate e trasparenti di impronta neoveneta, cifra incon­fondibile di questa fase della pro­duzione hayeziana.

Gerolamo Induno, La Battaglia della Cernaia, 1857

Nel mutato contesto dell'Italia unita, dal genere della pittura di storia emerge la pittura risorgimentale. La cele­brazione delle lotte che avevano condotto alla nascita della nazione è documentata in Collezione con una delle prime opere di soggetto risorgimentale realizzata in dimensioni monumentali, destinata ad inaugurare un filone inedito con cui la pittura italiana si porrà in competizione con la pittura stori­ca internazionale: è la Battaglia della Cernaia, dipinta nel 1857 dal pittore garibaldino Gerolamo Induno.

L’opera raffigura la battaglia combattuta tra le truppe franco-piemontesi e le russe nei pressi dell'omonimo fiume, il 16 agosto del 1855, e appartiene ad una se­rie dedicata dal pittore alla guerra di Crimea.

L'opera è carat­terizzata da una com­posizione basata sulla suddivisione della tela in due parti: il campo in cui si svolge la scena, affollata da personaggi e comparse, e il cielo terso e rosato. L’episodio centrale trova il suo fulcro nella figura del generale Alfonso La Marmora a cavallo, cui si affianca una serie di episodi minori, dispo­sti sull'intero ed ampio piano prospettico.

Domenico Induno, L'arrivo del bollet­tino di Villafranca, 1861-1862

TAppartiene all’importante serie di episodi risor­gimentali presenti in Collezione anche L'arrivo del bollet­tino di Villafranca di Domenico Induno, caratterizzato da un tono maggiormente disimpegnate e orientato verso la pittura di genere. Nel dipinto, ispirato all'episodio dell'armistizio di Villafranca, im­posto da Napoleone III agli italia­ni il 14 luglio 1859, Induno ricerca un adeguamento dei soggetti storici monumentali alle modalità più aggiornate e spontanee della pittura di genere, ricavandone un repertorio iconografico assolutamen­te personale, tradotto con una pennellata libera e mossa su delicati accordi cro­matici dagli effetti quasi cangian­ti.

Vincenzo Vela, Il Ritratto della marchesa Virginia Busti Porro adolescente, 1871

Il Ritratto, in marmo bianco di Carrara, della marchesa Virginia Busti Porro adolescente appartiene ad una for­tunata serie di opere di desti­nazione privata realizzate dallo scultore Vincenzo Vela, nato e attivo a Ligornetto, in Canton Ticino.

Nella figura adole­scente, lo scultore restituisce nel 1871 la delicata im­magine della giovinetta, che con un gesto elegante porge un fiore, strappato dal bouquet trattenuto sulle ginocchia, affidandosi ad una meti­colosa e realistica descrizione dei particolari fisiognomici e del co­stume: dall'acconciatura ai pizzi, alle morbide pieghe dell'abito, fino alle calzature.

Giovanni Segantini, Il coro della chiesa di Sant'Antonio in Milano, 1879

Ventunenne e ancora allievo all’Accademia, Giovanni Segantini presenta all’Esposizione annuale di Brera del 1879 Il coro della chiesa di Sant'Antonio in Milano, suscitando un vero e proprio entusiasmo, tanto che il dipinto entra a far parte delle opere in gara per il Premio Princi­pe Umberto. La sua struttura compositiva rientra nei canoni del­la pittura prospettica secondo l'insegnamento impartito a Brera da Luigi Bisi, tuttavia il giovane artista inter­preta il tema in maniera nuova, soffermandosi sugli effetti della luce, con una stesura ed un uso del colore che si contrap­pongono al freddo nitore degli interni prospettici accademici.

Mosè Bianchi,  Il ritorno dalla sagra, 1880

Mosè Bianchi, uno dei maggiori esponenti del naturalismo lombardo della seconda metà dell’Ottocento, compone nel dipinto Il ritorno dalla sagra del 1880 una scena di genere ambientata nella campagna brianzola. L'ambientazione all'aperto è resa con sapienti effetti di luce e suggestivi accostamenti cromatici, elementi pittorici che caratterizzano il naturalismo lombardo e la migliore produzione dell’artista monzese.

Beppe Ciardi, Preparazione della festa del Redentore a Venezia, 1910-1915

Il grande formato della Preparazione della festa del Redentore a Venezia, conferma la brillante maniera pittorica di Beppe Ciardi, figlio d'arte ed erede, con la sorella Emma, della fama del padre Guglielmo e delle fortune della scuola pittorica veneziana nel Novecento. Il soggetto è un tema caro alla cultura figurativa lagunare legato alla ricorrenza popolare che ricorda ogni anno ai veneziani e al mondo il flagello della peste che nel 1576 colpì l'intera Europa, e con essa il voto solenne per invocare la fine della pestilenza e la salvezza della città.

Gaetano Previati, La danza delle ore, 1899

Alla III Esposizione internazionale d’arte della città di Venezia del 1899 Gaetano Previati presenta la grande tela raffigurante La danza delle ore.

Nel dipinto, realizzato con tecnica pittorica divisionista, dodici figure femminili raffiguranti le Ore, personificanti nella mitologia le stagioni, danzano fra il sole e la terra in uno spazio cosmico inondato di luce, e descrivendo un cerchio che allude al continuo e infinito susseguirsi del giorno e della notte. La danza diventa quindi l’allegoria del tempo, legge che governa la vita, universo percepito come pura luce e pura musica.

Nel 1915, con Battello sul Lago Maggiore, Angelo Morbelli offre uno straordinario panorama, realizzato con rigorosa tecnica pittorica divisionista, del golfo Borromeo, del­l'Isola Madre e delle rive di Baveno, inquadrati in diagonale dall’interno dell’imbarcazione. Il moto vivace del battello è suggerito dallo sventolio del Tricolore all’estremo margine, posto forse ad evocare la guerra in corso.

Angelo Morbelli, Battello sul Lago Maggiore, 1915
Riconoscimenti: storia

Autori — Giovanna Ginex, Domenico Sedini, Laura Casone, Elena Lissoni
Gruppo di progetto — Lucia Molino, Mario Romano Negri, Cristina Chiavarino 

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
In alcuni casi, la storia potrebbe essere stata realizzata da una terza parte indipendente; pertanto, potrebbe non sempre rappresentare la politica delle istituzioni (elencate di seguito) che hanno fornito i contenuti.
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