United States: Organix

Imago Mundi

Contemporary Artists from the U.S.A.

ORGANIX: equazioni per un’arte del presente non verbale, non lineare e non universale
Esistono essenzialmente due modi per accostarsi all’arte contemporanea. Quello più accettato consiste nel ricercare temi comuni, prassi comuni, analogie, tendenze, movimenti: consenso e armonia estetica. L’approccio opposto si concentra invece sulla di�fferenza, sulla disparità, sul dissenso, sulla ribellione, sulla diversità e, talvolta, anche su una posizione artistica politically-incorrect. Per quanto il mondo artistico dell’avanguardia parrebbe, nella maggior parte dei casi, preferire il primo approccio, soff�ermiamoci piuttosto sul secondo che, a mio avviso, è più interessante, fenomenologico e critico. Il mondo viene visto come un qualcosa di incompleto più che di completo, teso a mettere in luce le incoerenze (menzogne) della natura e della realtà, anziché seppellirle sotto un cumulo di begli oggetti, concettualmente coinvolgenti, realizzati dall’uomo. Innanzi tutto, consideriamo la situazione dell’artista visivo oggi, collegandola al mercato dell’arte e al settore critico/museologico del mondo dell’arte.

Jon Allen - Amerika, Land of Apathy... Home of the Enslaved (2013)

Abbiamo appena assistito alla seconda o terza fase di un sistema economico dell’arte contemporanea concepito (da nessuno in particolare) per sostenere il benessere e la sopravvivenza dell’artista. Non molti anni fa, la maggior parte degli artisti non era in grado di sostentarsi con la propria professione nel processo creativo. La sindrome dell’artista morto di fame è un ricordo romantico ben radicato, una sindrome che, negli Stati Uniti, ha portato alla genesi storica del museo di arte contemporanea. Queste prime istituzioni vitali, oggi date per scontate, sono state in larga misura finanziate da collezionisti di un’arte nuova e, sebbene ricche, non sono state accolte con favore dai consigli di amministrazione dei musei di arte classica americani, già consolidati.

Steve Coy - The Eagle Has Landed (2013)


Dopo la seconda guerra mondiale, un “nouveau riche” americano emergente, identificabile in molti settori emarginati della società (ebrei, donne, gay, afroamericani e latinoamericani), ha lottato per conquistare potere e uguaglianza in nuovi contesti culturali. Senza avere l’influenza storica del “vecchio denaro” né essere un “maschio cristiano eterosessuale”, si è unito ad altri, spesso collezionisti di arte contemporanea, per fondare successivamente numerosi musei e istituti americani di arte contemporanea postbellici. È nata così la scena artistica contemporanea emergente negli Stati Uniti, compresi artisti e gallerie, in parte proprio da questi nuovi musei, creati in risposta alle bigotterie culturali del mondo museale dell’epoca, ponendo le basi per un fiorente sistema di sostegno finanziario agli artisti viventi che si sarebbe aff�ermato nella seconda metà del ventesimo secolo e dando vita a una vasta rete di organizzazioni artistiche non profit negli Stati Uniti, molte delle quali costituite dagli artisti stessi.

David Agbodji - Thank You For Not Smoking (2013)


Kevin Skinner - Know Where You Stand (2013)

Quando mi sono trasferito nella città di New York, nel 1973, le artiste erano pochissime. Oggi, quarantacinque anni dopo, vi è quasi la parità tra uomini e donne, e, nelle arti, si è quasi raggiunta la parità razziale. Queste nuove condizioni, indubbiamente significative, vengono talvolta dimenticate. Oggi, infatti, i giovani artisti (neri, bianchi, latinoamericani, asiatici, maschi, femmine, gay, eterosessuali, ricchi, poveri) intraprendono
la carriera come professionisti.

Emil Lukas - Untitled (2013)


Nel frattempo, in parte a seguito di tali successi, il mondo dell’arte si è evoluto (involuto?) come la maggior parte dei centri urbani, trasformandosi in una rete di boutique e ristoranti alla moda, gallerie alternative e comunità di artisti, tutti infettati da giovani speculatori tecnologici e finanziari. Le sovvenzioni al talento di artitii e scrittori tutt’altro che interessanti si sono moltiplicate. Le cerimonie di conferimento di premi, una volta catalogate come intellettualmente indegne dal mondo dell’arte, ora vengono seriamente considerate con estremo favore come eventi preziosi e intrinseci alle arti. I concetti di sana competitività possono forse adattarsi ad altre arti, ma paiono fuori luogo in riferimento alle arti visive, che sono un esercizio più critico e intellettuale, non semplicemente uno scherzetto, un gioco adolescenziale o un modo per ottenere un facile guadagno.
Oggi, l’eccesso, in vari suoi aspetti, permea allo stesso modo il mondo dell’arte e il mondo reale.

Christina Chalmers - Fragility (2013)

Ron Zakrin - The Human Nature Control Module (2013)

Molta parte della tradizione modernista era impegnata rispetto ai temi politici e sociali del suo tempo. Nel ventesimo secolo, le arti visive si sono sviluppate passando da semplice rappresentazione a indagine quasi filosofica dei fondamenti concettuali e contestuali dell’arte. Ne è emersa un’arte più critica. L’attrazione ha portato l’artista e lo spettatore a una conclusione paradossale, un vuoto più insignificante (non narrativo) collegato a una nozione in ultima analisi più significativa (esperienziale) dell’arte, rispecchiando in questo l’esplorazione di Freud dell’inconscio (il non apparente, il soppresso, il nascosto, il mascherato) al cui interno il significato viene scoperto sondando le forze primarie in gioco, quelle che si collocano al di sotto di tutti i significati apparenti.

Mateus Lages - Remember Rapa Nui (2013)

L’arte del ventesimo secolo incarnava un timore o un trauma sottostante rispetto a vari processi disumanizzanti derivanti da macchine e nuove tecnologie, tecnologie che sono, al tempo stesso, simboliche e reali, estensioni della mente umana (iper) concettualizzante. Alla fine del secolo è emersa una forte reazione al concettuale nella creazione artistica, con una crescente propensione per l’aspetto performativo della cultura. Si potrebbe obiettare che la fotocamera ha aperto la via alla morte della pittura per la sua capacità di superarla, grazie alla sua precisione e alle sue doti rappresentative.

Dawn DeDeaux - It Was the Last Thing I Saw (2013)

David Byrne - Mix Tape (2013)

Tuttavia, un ritorno alla pittura alla fine degli anni settanta e agli inizi degli anni ottanta del secolo scorso, dopo un decennio di quella che era stata considerata una tradizione pittorica permanentemente scemata, è stato uno choc violento per i protagonisti dell’arte concettuale. È seguito un ritorno all’aspetto performativo o emotivo dell’arte, vicino alle pratiche del teatro, dell’esorcismo rituale e del corpo. Alla fine del secolo, questo sorprendente ritorno al teatro è emerso nelle arti visive come strumento necessario per l’espressione artistica, contrapposta alla mera produzione.

Jungil Hong - Core Sampler (2013)


Fab Five Freddy - Self-portrait with Boom Boxes (2013)

Contettualmente, un’amplificazione della commercializzazione dell’arte negli anni novanta, giunta fino a oggi, ha trasformato il mondo dell’arte in un circo a tre piste per sette continenti. Negli anni novanta, a Londra, si è manifestato un nuovo fenomeno nato da una sorta di collusione tra sostenitori del mercato e artisti conniventi, piuttosto senza talento, con il sostegno del battage dei mezzi di comunicazione. Si è creato un mercato dell’arte contraff�atto o inorganico all’interno del mercato organico o di fatto, la cui conseguenza è stata una curva speculativa in rapida ascesa sul mercato dell’arte, con la nascita di altri mercati contemporanei speculativi derivati, parimenti pregiudizievoli, in Cina e in Europa settentrionale. Il danno sembrava irreparabile, come la maggior parte degli odierni disastri ecologici, ma ora vediamo spuntare i primi germogli nelle periferie artistiche del dopo Chernobyl un’arte che prescinde dal mercato, realizzata da giovani ai quali non interessa “guadagnarci”, un ritorno a un’arte creata per la storia o un lungo orizzonte temporale.

Bruce Davenport - Jr. I’m A Beast (2013)


Attraverso questo progetto, ho scoperto che esiste una nuova piattaforma di talenti emergenti che ha qualcosa da dire e la capacità di presentarlo con grande stile visivo, stesso utilizzando molte nuove tecnologie digitali. Vi è la prova che l’artista comprende sia il mondo organico sia quello inorganico ed è in grado di sfruttare entrambi nella propria opera. Il titolo di questo saggio, ORGANIX, fa riferimento a un secolo precedente in cui l’umanità ha compiuto scelte consapevoli che hanno compromesso la salute, la sicurezza e la sopravvivenza dei futuri abitanti con la realizzazione di progetti insidiosi in nome di un maggiore utile aziendale nel campo dei sistemi energetici, nel settore militare, nella produzione di cibo, nei trasporti, nel comparto farmaceutico, e così via. Oggi, gli artisti sono chiamati a confrontarsi con una crisi ecologica che pare superare qualunque rilevanza dell’arte o della cultura nella nostra società, dilemmi sociali e politici che trascendono la maggior parte degli esempi di sensazionalismo artistico degli artisti contemporanei più estremi.

Marianne Burrows - Lotus Gun (2013)

Sean Ono Lennon - Untitled (2013)

L’arte ha sempre riguardato la libertà, libertà da qualunque censura, regola o status quo, ed è stata il flagello del mondo politico. Basti pensare allo scontro solitario tra Ai Weiwei e le autorità cinesi, alle performance delle Pussy Riot contro la connivenza tra la chiesa ortodossa e un leader russo corrotto o al dialogo di censura di Robert Mapplethorpe con il senatore Jesse Helms. L’arte ha lo stesso scopo della politica: trasformare la cultura e il mondo. L’arte, tuttavia, può essere persino più e�cace della politica, specialmente se è più originale o veritiera.

Brandon Herman - Untitled (Parking Lot Explosion) (2013)

Ryuichi Sakamoto - Stain (2013)


Selezionando gli artisti americani per questa mostra, ho avuto la fortuna di incontrare molti nuovi talenti la cui opera, a mio parere, continuerà a svilupparsi e crescere. La mostra propone solo una parte di una serie molto più ampia e prolifica di opere in miniatura della collezione di Luciano Benetton, raccolte per creare un’enorme rete di punti artistici globali internazionali. L’intera collezione sottolinea l’ambito più vasto in cui l’arte si muove: la cultura. E la cultura è più vasta dell’arte. Facciamo arte per modificare la cultura e il mondo. Dopo la recente epoca guidata dal mercato dell’arte, un’epoca dalla quale auspicabilmente stiamo iniziando ad a�rancarci, possiamo nuovamente concentrarci su una visione più ampia: la cultura.

Stephon Alexander Dark Energy (Dedicated to Kolka) (2013)

Il Gruppo Benetton, che ha prodotto un nuovo sistema di moda e abbigliamento fondato su una grande semplicità, sul colore, sulla qualità e sull’accessibilità, ha reso democratico il mondo della moda. Attraverso le note campagne pubblicitarie dell’azienda e l’uso dei social media, l’attenzione del pubblico è stata orientata verso i temi democratici e sociali del nostro mondo reale. Più di recente, Luciano Benetton e Laura Pollini hanno dimostrato che collezionare arte non dovrebbe significare soltanto acquistare arte come status symbol, bensì compiere un gesto più creativo, che celebra l’aspetto collettivo dell’arte, la cultura.

Christopher Chu - Directions (2013)

La collezione rappresenta un arazzo visivo della condizione artistica umana so�ermandosi sulla società anziché su un singolo artista o su una “stella”, rifiutando in tal modo la nozione di una teoria universale dell’arte, per sposare una teoria più aperta, basata sulle diversità espressive.

Bianca Casady - Man Made (2013)

Come l’arte dello scorso secolo ha fatto crollare ulteriormente le formalità, l’arte attuale è un ibrido tra competenze e informalità, un mix tra concettuale (frutto della mente) e performativo o espressivo (realizzato a mano).

Jack Greer - Hop a Fence (2013)


A questo gruppo di artisti, che vivono sparsi per gli Stati Uniti e rappresentano tutti i supporti, è stato chiesto di ridurre la propria visione artistica a una piccola tela da 10 x 12 centimetri. Sono presenti registi, videoartisti, fisici, musicisti, illustratori, autori di graphic novel, stilisti di moda, pittori, cantanti, modelli, fotografi e scrittori, tutti con lo stesso compito: proiettare le proprie idee (futuro) su una piccola tela (passato). Un compito umile che riduce il potere del singolo o dell’artista nel nome di una dichiarazione collettiva o uno spazio visivo composito. È forse un altro esempio di “United Colors of Bene␣on”, che però qui viene presentato come mostra e collezione collettiva.

Jonathan Caouette - Just Remember That You Die (2013)

Allo stesso modo, nella nostra vita potremmo scoprire come decostruire le nostrre potenti identità individuali per il bene della comunità allargata, della cultura o della società.

Steven Soderbergh - Bardot No. 1 (2013)

http://www.imagomundiart.com/collections/organix-contemporary-artists-united-states

Riconoscimenti: storia

Project management
Diego Cortez

Contribution
Buffalo Arts Studio
David Klein Gallery
Library Street Collettive
N’Namdi Center for Contemporary Art
Studio la Città

Organization
Valentina Granzotto

Editorial coordination
Enrico Bossan

Texts
Luciano Benetton
Diego Cortez
Anthony Curis
Matt Eaton

Editing and translation
Emma Cole
Anna Franchin
Tom Ridgway
Pietro Valdatta
Martina Fornasaro

Art direction
Namyoung An

Photography
Marco Pavan

Production
Mauro Bedoni
Marco Pavan

Cover
Laurie Anderson - Self-portrait As A Queen

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
In alcuni casi, la storia potrebbe essere stata realizzata da una terza parte indipendente; pertanto, potrebbe non sempre rappresentare la politica delle istituzioni (elencate di seguito) che hanno fornito i contenuti.
Traduci con Google
Home page
Esplora
Qui vicino
Profilo