Sistema. Nuove acquisizioni e giovani artisti della Collezione Farnesina

Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Collezione Farnesina

Al IV piano del Palazzo della Farnesina sono esposte collettivamente le nuove acquisizioni della Collezione (entrate in Collezione dalla fine del 2013 sino ad oggi): una selezione di opere che vogliono testimoniare la pluralità di voci e di espressioni dell’arte contemporanea degli ultimi vent’anni, con un focus particolare sulle giovani generazioni. Le opere qui presentate provengono, per una parte, da alcuni degli artisti che hanno partecipato alle diverse edizioni della mostra ITaliens presso l’Ambasciata d’Italia a Berlino (2010-2011), per l’altra parte dalla selezione effettuata dal Comitato Scientifico della Collezione. Data l’eterogeneità dei lavori, si è pensato di presentarli distinguendoli per supporto e modalità di realizzazione, con la consapevolezza che non si potrà fornire che una lettura parziale delle opere e dei loro autori, molti dei quali si muovono agilmente in maniera trans-disciplinare. Si fa riferimento alle singole schede per un maggiore approfondimento sugli autori e i contesti di realizzazione dei lavori, alcuni dei quali nascono come parte di serie più ampie e/o in ambiti specifici, come residenze, progetti site-specific etc.

Dalla carta alla ceramica
Dal disegno alla pittura, dalla figurazione all’astrattismo, dal prelievo-citazione all’intimismo: il supporto bidimensionale, che sia carta, tela o ceramica, è il mezzo che molti artisti scelgono per esprimersi. In alcuni casi può accogliere gli stimoli che gli artisti traggono dalla realtà, filtrati dalla loro sensibilità personale, mentre, in altri casi, può diventare strumento per un discorso meta-pittorico. Alcune delle opere di questa sezione sono parte di progetti più ampi e articolati, realizzati dagli artisti su temi specifici, storici, sociali, politici. Questi lavori, nel contesto dello specifico progetto, diventano fasi di una ricerca di carattere neo-concettuale (in particolare Riccardo Benassi, Daniela Comani, Domenico Antonio Mancini, Luca Vitone).

Vanessa Beecroft nasce a Genova, passa parte della sua vita a Malcesine, sul Lago di Garda, e si diploma in scenografia all’Accademia di Brera a Milano nel 1993. È proprio nei corridoi dell’Accademia che la Beecroft entra in contatto con fenomeni come anoressia e bulimia, stimoli fondamentali per la sua ricerca sull’immagine femminile.
Da un’esigenza di introspezione psicoanalitica nasce il diario Despair (1985-1993) nel quale ha registrato il suo complesso rapporto con il cibo, al quale seguono i disegni e le grandi tele e infine le performance, numerate progressivamente. Sebbene Beecroft si muova nel contesto della performance art, mantiene come forte riferimento la pittura, come è evidente dalla qualità dei suoi video, che esplorano concetti visivi.
Afferma Beecroft: “I disegni sono lo spirito brutto delle ragazze, quello demente. Preferirei eliminarlo con il tempo”. Proprio dai disegni dal tratto naif e infantile, nei quali l’artista riversa le sue urgenze interiori, si può partire per comprendere la natura pittorica delle sue performance.

Intervista di Massimiliano Gioni a Vanessa Beecroft: Un anno di arte/Vanessa Beecroft. “A tu per tu” con Vanessa Beecroft, in “Flash Art”, n. 228, giugno-luglio 2001.

Riccardo Benassi vive e lavora a Berlino. La sua ricerca ruota attorno al concetto di tempo e si esprime con soluzioni sonore, architettoniche e linguistiche.
Tutta la vita/The Whole Life è stata presentata nel 2011 all’interno della mostra Attimi fondamentali, nella cripta del museo Marino Marini a Firenze. L’esposizione si proponeva di riattualizzare forme di pensiero provenienti da un passato apparentemente remoto.
L’artista parte da un errore litografico della serie Tutta l’Architettura (1973) edita da Superstudio, gruppo di architetti radicali teorizzatori del Monumento Continuo. Sul vecchio foglio un po’ ingiallito ci sono quattro immagini del progetto Cerimonia, accompagnate da macchie di colore. L’intervento di Riccardo Benassi è consistito nell’inserire tre cavalletti, un’operazione che trasforma le immagini in frammenti di un’esposizione. Benassi, appropriandosi di queste immagini, sembra restituire alla vita le idee di Superstudio, che sente ancora attuali, sebbene la storia del gruppo sia ufficialmente finita nel 1986.

Danilo Bucchi vive e lavora tra Roma, New York e Pechino. A Roma frequenta l’Accademia di Belle Arti e consegue un master in fotografia.
L’inconfondibile segno nero smaltato, dato con una siringa, è caratteristico dei suoi ultimi lavori. Lo smalto nero si interseca, cola, e il colore disegna volti di esseri frutto della sua immaginazione. Sono bambole e personaggi di fantasia, interpreti di un mondo onirico che sembra essere il ritratto di un’umanità contemporanea impazzita.
Ogni suo lavoro nasce, come egli stesso spiega, “con un movimento circolare del braccio che traccia la prima linea che poi continua ancora e ancora e inizia a costruirsi uno stato mentale indipendente, non so se sia trance, autismo o altro, so che ad un certo punto si rompe l’equilibrio del bianco sulla tela, e inizia la costruzione di un nuovo equilibrio”. Sembra esserci una certa affinità con lo stato di trance surrealista, che Bucchi riconosce come un momento creativo privilegiato, nel quale l’inconscio è libero di esprimersi.

www.danilobucchi.com

Paolo Chiasera vive e lavora a Berlino. Può un’opera pittorica esprimere una pratica curatoriale? Motif Torino rappresenta la risposta di Paolo Chiasera a questo interrogativo. Le due tele fanno parte di Motif, una serie più ampia, nella quale Paolo Chiasera sceglie e rappresenta, secondo la sua tecnica pittorica, lavori di Paola Pivi, Ettore Spalletti, Sterling Ruby, Karla Black, Giulio Paolini, Jeroen de Rijke/Willem De Rooij e Ugo Rondinone e li combina secondo un suo personale “progetto” di curatela.

Apre così questi lavori a significati nuovi rispetto alle letture concettuali e post-minimaliste che li accomunano e con la sua operazione di prelievo e ricontestualizzazione li rende, nel loro insieme, parti di una moderna pittura di paesaggio. Chiasera strizza l’occhio alla concezione della pittura moderna che tratta il quadro come un luogo di rappresentazione mentale della natura. Con questo lavoro la pittura sembra trovare un’estensione del suo spettro di azione ed è capace di produrre uno scarto rispetto al primo significato delle opere rappresentate, per offrirne nuove letture.

Daniela Comani è nata a Bologna e vive e lavora a Berlino dalla fine degli anni Ottanta.
Con il suo lavoro punta l’attenzione sull’identità personale e sugli stereotipi sociali, temi che affronta utilizzando lo stesso linguaggio dei mezzi di comunicazione che interpretano, nel nostro quotidiano, valori e consuetudini.
It Was Me. Diary 1900-1999 è un diario che offre la prospettiva di cento anni di storia in ordine cronologico, narrati in prima persona attraverso fatti realmente accaduti e di importanza epocale. Daniela Comani svela questo diario del XX secolo, nel quale l’io narratore assume alternativamente sia il ruolo dell’artefice sia quello della vittima, identificandosi come autore/autrice dei fatti che hanno segnato la storia del secolo scorso.

L’opera, concepita originariamente in tedesco, esiste in tre versioni: come stampa digitale su tessuto di vinile, come audio-installazione e come libro; una versione installativa del lavoro è stata esposta alla 54° Biennale d’Arte contemporanea a Venezia.

Gianluca Malgeri è nato a Reggio Calabria e vive tra Berlino e Firenze. Egli osserva i miti della contemporaneità, sui quali esercita la sua spregiudicata volontà di intervento. Secondo Malgeri “la mappa va intesa […] come una grafia dell’esperienza. In un’epoca predigitale le mappe venivano disegnate in seguito a un’esperienza di viaggio in territori fino ad allora inesplorati o comunque non ancora tracciati. Creando la mappa venivano inevitabilmente inserite graficamente le esperienze del viaggiatore. La mappa è dunque la conseguenza di un’esperienza ma può essere anche causa di nuovi tracciati […] Nello sviluppo della mia ricerca ho deciso di lavorare sulle sagome di sculture che rappresentano viaggiatori, esploratori […]. La Mappa n.5 è il simbolo del viaggio interiore e solitario, la mappa in questo caso è un tatuaggio sulla pelle come una sorta di bagaglio delle esperienze individuali, una traccia indelebile e al tempo stesso arcaica e moderna […] le mie mappe descrivono esperienze, non più mie, di viaggi del tutto immaginati, sostituendosi ai diari di viaggio”.

Jonatah Manno è nato a Lecce, ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Milano e vive e lavora a Berlino. Ha partecipato al Corso Superiore d’Arti Visive della Fondazione Ratti di Como nel 2006 e successivamente ad una residenza d’artista al MACRO di Roma, all’interno di “Laboratorio”. Il suo lavoro si focalizza sul tema dell’uomo come individuo che compie un’esperienza antropologica ed esistenziale, attraversando la storia e confrontandosi con altre istanze sociali e culturali. Nel lavoro dal titolo criptico Of This Base Metal May Be Filed A Key That Will Unlock The Door They Howl Without Manno costruisce un paesaggio surreale con grande virtuosismo e una qualità del segno controllata e accurata.

Il disegno rappresenta una struttura, all’apparenza una fortezza, posta in mezzo al mare e collegata solo per un lato alla costa, caratterizzata da alte e minacciose falesie. L’artista concepisce l’uomo come un demiurgo che interviene creando forme che scaturiscono, in questo caso, dalla mente dell’artista e dando loro nomi di fantasia, che si trasformano poi in indizi da decifrare.

Andrea Melloni ha studiato disegno presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna e vive e lavora a Berlino dall’autunno del 2002. Nel suo lavoro sperimenta media diversi come la musica elettronica, video, installazioni e fotografia. Oltre ad essere un artista visivo, è un maestro della tecnica bonsai.
Il termine giapponese mitate significa “vedere in modo nuovo” e trova applicazione in molti ambiti della cultura giapponese, tra i quali l’architettura del paesaggio e il design dei giardini, dove è inteso come recupero e ricombinazione di elementi preesistenti con un intento artistico.
Mitate Mono appartiene a un ciclo di lavori realizzati nel 2013. Il colore appare come esploso sulla tela. Se a un primo sguardo l’estetica sembra quella di una pittura astratto-espressionista, si tratta in realtà di un ready-made: Melloni strappa dalla tela la materia pittorica di un’opera preesistente e la riassembla, rivoltata, su un’altra tela, rendendo impossibile leggere la figura originaria che, così decostruita, lascia visibile lo spazio degli interstizi tra colore e tela.

Domenico Antonio Mancini si è formato all’Accademia di Belle Arti di Napoli, è stato finalista nel 2010 per il Premio Cairo e ha vinto nel 2012 il premio Shanghai. Avviso ai Naviganti #08 è il primo dei suoi lavori sul Mediterraneo e si concentra, concettualmente, sul tema dei flussi migratori verso l’Europa. Consiste in una mappatura di tutte le coste mediterranee a cui vengono aggiunti i dati relativi agli incidenti dei migranti accaduti nelle aree rappresentate, dalle coste della Turchia fino alle isole Canarie, l’avamposto d’Europa. Le carte nautiche, oggetto della ricerca dell’artista, sono da lui concepite come primo sistema di conoscenza del Mediterraneo e copiate per la sola parte che riguarda le cifre delle profondità marine, principale rappresentazione del mare nella carta. Vengono, invece, eliminate tutte le informazioni sulla terra, le rotte e ogni altro elemento.

A queste cifre sono aggiunti in rosso i numeri dei decessi negli incidenti dei migranti dagli anni Ottanta a oggi, come in rosso vengono generalmente apposti gli aggiornamenti degli avvisi ai naviganti alle carte nautiche.

Alessandro Passaro vive e lavora a Mesagne, vicino Brindisi. Per i suoi lavori utilizza tela e pittura, facendo vibrare i colori con energia e con una gestualità violenta, a tratti liberatoria, che riversa sul supporto. Sulle sue tele riporta diversi livelli di significato, che riflettono la sua percezione dei molteplici livelli del reale. Pennellate materiche creano e accostano oggetti che non hanno apparente relazione tra loro, conseguendo risultati surreali.
Pausa Reiki fa parte di una serie di lavori che si basano sui simboli del Reiki, disciplina terapeutica giapponese che teorizza il ricongiungimento dell’energia interiore a quella universale, che si può conseguire attraverso la pratica della meditazione. L’artista sembra voler far compiere così ai fruitori delle sue opere una sorta di iniziazione a questa disciplina, per mezzo dei simboli allusi che creano una connessione temporanea tra il praticante e il ricevente, che è tramite di energia e che prescinde dall’ubicazione fisica dei due soggetti.

Intervista su neuramagazine.com

Federico Pietrella ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Roma e oggi vive e lavora a Berlino. Da oltre quindici anni produce opere con timbri datari. A quest’idea è arrivato nel 1998, mentre si trovava ad Anversa con il progetto Erasmus. Grazie a questa tecnica particolare, il suo lavoro è immediatamente riconoscibile: con una semplice pressione del timbro sull’inchiostro e poi sulla tela dà vita a un dipinto composto da una commistione di date. Queste date non vengono scelte a caso, ma corrispondono effettivamente alle giornate di lavoro dell’artista, che in genere non vanno oltre i due mesi. I soggetti e i paesaggi sono solitamente replicati da una fotografia. Il suo è quasi una nuova forma di pointillisme, che sospende l’immagine e la cristallizza nel silenzio.

Ma non sono i colori a essere scomposti, bensì l’azione pittorica che si sviluppa nel tempo. Il tempo diventa, in fondo, l’unica cosa che conta realmente. Per Pietrella è “una cosa misteriosa da cui deriva tutto: la vita, il lavoro, il proprio essere”.

www.premioceleste.it

Angela Pellicanò è nata a Reggio Calabria e oggi vive e lavora a Roma, anche se mantiene forti legami con la terra di origine. Collabora con il TechnèLab di Reggio Calabria producendo ceramiche d’arte e insegnando ai giovani artisti le applicazioni della ceramica in ambito artistico.
I mezzi espressivi che utilizza sono proprio la pittura e la ceramica, con i quali Angela Pellicanò inventa il suo mestiere di archeologa del futuro, che si traduce in interventi cromatici, collage e stratificazioni.

Esercitazione nipponica rappresenta l’immagine, dipinta a olio su ceramica, di una donna giapponese che indossa una maschera anti-gas. È un’immagine che ha un valore iconico forte e che nasce dalla ricerche dell’artista sulle riviste originali del periodo compreso tra il 1936 e il 1945. A essa si sovrappone un’immagine frammentaria, anch’essa dipinta a olio, di sculture antiche. Pellicanò non intende ergersi a cronista storica o raccontare gli orrori della guerra, quanto piuttosto mettere in discussione le strategie di propaganda con cui i regimi giustificano le loro scelte.

Nicola Rotiroti si è formato presso l’Accademia di Belle Arti di Catanzaro e oggi vive e lavora a Roma. Il suo lavoro rilegge la tradizione pittorica figurativa e ha come costante l’acqua. In essa si tuffano e sprofondano i corpi che dipinge, resi dall’artista con un’attenzione quasi iper-realistica alle trasparenze e alla luce, con effetti vagamente psichedelici. Da un lato c’è qualcosa di sottilmente inquietante in questa maniacale attenzione alla perfezione del dettaglio, dall’altro non si può non riconoscere un richiamo all’acqua come elemento che è parte costituente dell’uomo e che dà vita, dalla placenta che avvolge il feto nel grembo materno, alla pioggia, elemento rigenerante per la natura. L’acqua è anche, tuttavia, il luogo figurativo dove si produce un’alterazione dello stato mentale, che genera visioni: infatti l’acqua scompone, deforma, dando spazio alle inquietudini, poi attutisce ogni suono, immergendo il corpo nel silenzio e sospendendo lo stato di coscienza.

Il segno pittorico di Andrea Salvino è controllato e rigoroso. L’artista è nato a Roma, dove ha studiato presso l’Accademia di Belle Arti, e oggi vive e lavora a Berlino. Il suo lavoro indaga temi sociali e politici, passando dalla cronaca al cinema, con un particolare focus sugli anni Sessanta e Settanta e sulla metropoli come scenario della lotta di classe. Il tratto pittorico, veicolo dei suoi contenuti, è misurato ed essenziale e si rifà alla pittura di contenuto sociale di fine Ottocento, quale quella del Divisionismo italiano. Aurora è un quadro di piccolo formato: raffigura un uomo che dà le spalle all’osservatore e scruta la luna piena sul far del giorno. È una visione intimista e malinconica. Salvino sembra voler citare la pittura di Caspar David Friedrich con un quadro di paesaggio pervaso da un senso di profonda solitudine, dove l’uomo confronta se stesso con la natura.

Marta Sforni ha studiato Architettura a Venezia e Belle Arti a Milano e vive oggi tra Berlino e la città lagunare. Oggetto della sua ricerca, che prende avvio dalla storia della decorazione, sono le forme ornamentali flessuose e intrecciate.
Embassy flower raffigura un dettaglio di uno dei lampadari di Murano che si trova del Salone delle feste dell’Ambasciata d’Italia a Berlino ed è parte di una serie nata dall’osservazione diretta, durante le giornate passate presso l’Ambasciata a riprodurre le forme dei candelabri, a lei tanto care. Quest’opera, frammento di un più ampio insieme, si può leggere anche come un omaggio alla tradizione italiana della lavorazione del vetro, che raggiunge nelle vetrerie di Murano un vertice di eccellenza qualitativa. Con l’uso del grigio payne, un colore utilizzato nel Settecento per rendere le ombre profonde, Sforni concepisce una pittura sospesa, fatta di velature leggere, che allude simbolicamente al tempo e alla memoria.

Pietro Ruffo ha studiato architettura presso l’Università di Roma Tre e vive e lavora a Roma. 
L’estro artistico di Ruffo si sposa con la sua formazione da architetto: matita, carta, disegno sono all’origine del suo lavoro, che prevede sempre una fase di progettazione meticolosa e accurata. Grazie ad una tecnica particolare da lui elaborata, di intaglio della carta, che viene posta a rilievo per mezzo di grossi spilli, l’opera acquista la terza dimensione. I temi su cui si incentra la sua ricerca artistica sono la libertà e la dignità del singolo individuo che indaga con i suoi lavori stratificati, che possono essere oggetto di molteplici letture visive e semantiche.

In Riot’s Atlas Ruffo sovrappone su una mappa geografica mondiale degli slogan utilizzati dai dimostranti nei vari Paesi del mondo. Ogni parola è ritagliata e messa in rilievo, costruendo così una rete virtuale che ricopre il globo e connette simbolicamente regioni e Paesi lontani.

Matteo Tenardi è nato a Castelnuovo Garfagnana, vicino a Lucca e vive e lavora a Massa. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Carrara con la docenza di Omar Galliani, conseguendo la laurea triennale in Arti Visive.
Un tratto estremamente sapiente e controllato è quello con cui Tenardi costruisce, con grande realismo, i protagonisti delle sue opere. Ad interessarlo è la relazione tra l’essere umano e lo spazio inteso sia nell’accezione architettonica, quindi come ambiente costruito con caratteristiche ben determinate, sia nella sua concezione di limite e ostacolo rispetto ad un’eventuale fuga. In Non sapendo che fare, prese il vento e poi si lasciò portare alla deriva un uomo dall’identità ignota che indossa un impermeabile nero dà le spalle all’osservatore, mantenendo un’aura di mistero. Il lavoro si inserisce perfettamente nello spazio architettonico del corridoio dove è allestito, andando a creare interessanti interazioni e nuove ipotesi spaziali.

Luca Trevisani ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Bologna e oggi vive e lavora a Berlino. Nella sua ricerca artistica crea cortocircuiti e interazioni tra le più diverse discipline: arte, fisica, filosofia, design, alchimia, biologia e scienze naturali. Holy Circle richiede di essere osservato molto da vicino affinché si sveli nella sua complessa tessitura. Tanti nugoli di formiche compiono, dall’alto verso il basso, in un tempo e in uno spazio dati, un movimento di aggregazione, giungendo da uno status di disordine a una circolarità che le porta a formare un unico punto. Subito dopo, inizia una nuova fase di disgregazione di questi piccoli organismi, che rimangono però disposti ordinatamente, fino a organizzarsi per forme circolari, che alludono ad una dimensione sacra, per poi tornare ad un apparente disordine.

L’effetto è ritmico, elegante, ornamentale. Luca Trevisani si concentra sulla migrazione e trasformazione degli organismi, pervenendo a una ipotesi di comprensione dei processi naturali che potrebbe essere, per assimilazione, applicata a quelli sociali.

Luca Lo Pinto e Renate Wiehager, Luca Trevisani, Snoeck Verlagsgesellschaft, Koln 2014.

Jolanda Spagno è nata a Bari, dove si è formata presso l’Accademia di Belle Arti.
Matita, carta e lenti olf sono gli ingredienti della visione surrealista che l’artista mette in scena. Due volti androgini, inespressivi, scrutano l’osservatore senza pretendere una identificazione. Al centro, un albero, un richiamo ancestrale alla natura, indagato con attenzione e reso con un chiaroscuro dosato con sapienza. I tre disegni vengono moltiplicati dalle speciali lenti olf che scompongono la luce e la visione. L’effetto che si produce è di smarrimento e perdita di riferimento. La visione diviene metafisica, completamente astratta da coordinate spaziali e temporali.
Jolanda Spagno compie un percorso di ricerca sulla figura dell’uomo, realizzando immagini che mutano a seconda dell’angolo di visione, della luce e dell’ambiente in cui il lavoro è allestito. Ciò che cambia è la percezione dell’occhio, strumento attraverso il quale la visione si realizza e viene poi elaborata mentalmente. Sono in gioco la riconoscibilità e l’interiorità, spesso inaccessibile, dell’altro.

Nato a Genova, Luca Vitone vive dal 2010 a Berlino. Il suo lavoro, frutto della contaminazione tra arte, geografia, antropologia, musica, letteratura e sociologia, indaga il tema del rapporto tra l’uomo e il luogo e l’ambiente con cui entra in relazione, con particolare attenzione all’esperienza antropologica compiuta dall’individuo in un luogo soggetto a continui cambiamenti, topologici e culturali.
Vitone dà avvio negli anni Novanta alla sua ricerca sul monocromo. Sulla tela, interpretata come spazio finito di creazione, sono le polveri e le ceneri, gli “anti-pigmenti”. In questo ambito di ricerca si colloca il progetto Finestre, al quale Vitone si dedica nel 2004. Si tratta di sette grandi acquerelli su carta, realizzati con la polvere raccolta alla Stecca degli Artigiani di Milano, un’ex fabbrica di proprietà comunale situata dietro la stazione Garibaldi. Attraverso la polvere, un materiale per sua natura effimero che si fissa sulla carta, si registra la memoria di un luogo, che viene così consegnata ai posteri.

Declinazioni contemporanee del linguaggio della scultura
Dalla scultura che si fa espressione della condizione umana (D’Oria) alla messa in discussione del rapporto tra scultura e architettura (Catelani).

Nato a Firenze, oggi vive e lavora a Berlino. Attivo sin dalla metà degli anni Ottanta, Catelani compie una riflessione sulla scultura e una verifica, ancorché sperimentale, dei suoi principi, in relazione allo spazio, alla forma e alla composizione. Dagli anni Novanta inizia a lavorare con il colore realizzando dei quadri astratti, una meta-pittura, nei quali è manifesta la volontà di dare espressione a rapporti plastici, di linea e colore.
Mentre i lavori della serie Tipologie, della fine degli anni Ottanta, sono griglie che occupano uno spazio, esplicitando una costruttività, Reziario nasce da una fase successiva della ricerca di Catelani sulla struttura e l’ambiente: è un reticolo, una griglia di carattere apparentemente riduzionista, che supera la rigorosa bidimensionalità per sfidare il limite del piano. Si può concepire come un’astrazione di superficie che potrebbe idealmente estendersi oltre il confine fisico dell’opera, lasciando aperte ulteriori possibilità costruttive. Ma è anche la struttura di un piano, in una sintesi pregna di elementi percettivi e significati in potenza.

Giorgio Verzotti, “Tre note per Antonio Catelani” in Antonio Catelani: Compresenze, Bologna 1992.

Carlo D’Oria vive e lavora a Torino. Il suo lavoro indaga l’uomo come entità individuale e l’umanità come collettività di relazioni, temi che attraversa con le sue opere scultoree sin dai primi anni di attività. Piccoli omini, soli o a gruppi, insistono su vaste superfici, un universo che li schiaccia e ne sopprime l’individualità. Degli omini si sono persi i connotati particolari, sono una moltitudine che ha in comune uno stesso destino.
D’Oria sperimenta con i materiali, passando dal bronzo all’acciaio, alla carta, alla terracotta e scandaglia la relazione tra l’uomo e il mondo che lo circonda, la storia, il lavoro.
Go Down è espressione per l’artista della drammaticità della situazione contemporanea. Le sue sagome alludono a dei sistemi che sono precari e a rischio, dove la caduta di uno può provocare la caduta di tutti gli altri. Nel lavoro pesanti lamine di acciaio cadono, se spinte, una sull’altra, come in infernale domino, provocando un rumore frastornante, immediato e drammatico.

Fotografia
La fotografia è un medium che molti artisti contemporanei utilizzano, esclusivamente o insieme a altri mezzi, per esprimere la loro poetica: dalla risemantizzazione del prelievo fotografico, alla raccolta-archivio di immagini su uno specifico soggetto, all’indagine del sé e della storia, al discorso sul tempo, alla creazione di corto-circuiti visivi.

Martina della Valle ha studiato fotografia all’Istituto Europeo di Design di Milano. Ha esposto il suo lavoro in vari spazi in Italia e all’estero. Attualmente vive e lavora tra Berlino, Milano e Firenze.
Il progetto da cui scaturisce Under the Sun of Onomichi nasce da una residenza dell’artista in Giappone presso AIR Onomichi, vicino a Hiroshima, grazie alla quale Martina Della Valle ha potuto conoscere un maestro di origami, il Sig. Niitani, approfondendo la conoscenza di quest’arte. L’origami viene utilizzato come offerta nei templi giapponesi, ma è soggetto al deterioramento; allude così al ciclo della vita, parte integrante della cultura giapponese.

Proprio a questa concezione fa riferimento il video che accompagna il lavoro, nel quale il maestro di origami regge tra le mani un poliedro di carta cianografica, il cui colore cambia progressivamente, impressionato dalla luce solare. Alla fine del percorso, egli lancia la sfera e la colpisce con la mano, ottenendo di nuovo i dodici elementi iniziali, di cui essa si compone.

Loredana Di Lillo ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Roma e oggi vive e lavora a Milano.
La sua produzione artistica prende forma con l’utilizzo di diversi materiali e media: il disegno, la pittura, la scultura, l’installazione, la fotografia e il video. L’obiettivo della sua ricerca è esprimere il pensiero dell’artista sulla società, tramite i riferimenti alla memoria storica e l’analisi disincantata della condizione umana.
Lettera “T” (Tyrant) è parte di un lavoro composto da sei fotografie che formano la parola “Tyrant” Ogni fotografia nasce da collage, assemblaggi di elementi diversi o composizioni rifotografate frutto di sue esperienze sinestetiche e può essere letta indipendentemente dalle altre, come un lavoro singolo. Con quest’opera l’artista allude in silenzio, ma con un linguaggio di forte impatto, alla violenza dei regimi dittatoriali.

Ninni Donato vive e lavora a Reggio Calabria. In Trauerarbeit War Theatre, presentato insieme al lavoro di Angela Pellicanò negli spazi dell’Officina delle Zattere in occasione della 55° Biennale di Venezia, Donato si appropria di fotografie dell’aviazione americana, scattate durante la seconda guerra mondiale, che reperisce on-line da un archivio pubblico statunitense. Queste immagini raffigurano il momento precedente a un fatto tragico, come un aereo che si schianta al suolo o una bomba lanciata su un obiettivo sensibile.
“Trauerarbeit” significa in tedesco “elaborazione del dolore”. A questo processo allude dunque la sua serie di fotografie, manipolate digitalmente e post-prodotte con un processo che conferisce loro una valenza estetica. L’artista si appropria di documenti fotografici, prodotto della storia, e li restituisce, trasformandoli in oggetti estetici, generando una cornice in cui il dramma del singolo diviene tragedia umana e rendendo una testimonianza degli orrori della guerra che acquista un valore nuovo proprio perché caricata di valori estetici.

www.ninnidonato.it

Alessandro Dal Pont si è laureato in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Brera. Oggi vive e lavora a Berlino. Nel 2002 ha partecipato al Corso Superiore d’Arti Visive della Fondazione Ratti, Como. Dal 2015 è co-direttore del project space mezzaterra11 – flat gallery.
I mezzi con cui si esprime sono la scultura e l’installazione. Nel suo lavoro instaura una relazione molto stretta con la documentazione composta da immagini bidimensionali, anche fotografiche, che diventano parte integrante dei lavori installativi, anche quando la loro natura non è effimera o site-specific.
Kreuzberg si differenzia dagli altri lavori dell’artista perché qui il lavoro è solo una fotografia, fatta una mattina di settembre, che inquadra una finestra di un appartamento di Berlino dove l’artista ha vissuto. Deve il suo titolo al quartiere dove è stata scattata, che a sua volta deve il nome a una collina sormontata da una croce. In questo caso, l’artista trova l’installazione nella sua casa, già pronta e non fa altro che fotografarla.

Le mise-en-scène di Der Sabina sono il frutto dell’interazione tra l’artista e gli abitanti di un determinato luogo, meta di un suo viaggio o di un suo progetto di residenza e si nutrono di rimandi cinematografici e narrazioni identitarie costruite sull’emozione. L’artista si fa invitare nelle case delle persone comuni e si lascia fotografare, interpretando il ruolo di quelle persone nel loro ambiente domestico. La sua è una sorta di personale psicogeografia, tradotta in espressione artistica mediante l’utilizzo del medium fotografico e del video, che affronta i temi del visibile/invisibile, privato/pubblico.

Il titolo di questa serie di lavori riecheggia il termine displacement (spostamento), un esplicito riferimento al tema del viaggio (nel caso particolare ai viaggi da lei compiuti dal 2007 ad oggi) e alla messa in discussione dell’identità del singolo, che ne è conseguenza inevitabile. A proposito dell’Oriente, destinazione di molti suoi viaggi, Sabina afferma: “Mi affascina l’Oriente, per me l’Oriente è la follia, un tipo di follia che mi godo ogni volta che la visito”.

Christian Niccoli vive e lavora a Berlino.
Il mezzo che predilige è il video, con cui inizia a lavorare durante il suo periodo di formazione presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze e con il quale sviluppa un percorso autonomo e personale. La sua ricerca si concentra sui bisogni dell’uomo, partendo dalla dimensione privata del sé per poi affrontare i meccanismi delle relazioni umane all’interno di un contesto sociale di riferimento.
Nel dittico fotografico Die Projektion vengono ripresi due soggetti tra cui non interviene apparentemente alcuna relazione: in primo piano un bambino che sta prendendo parte a una competizione sportiva; in secondo piano un uomo adulto, forse il padre. Si trovano in un bosco, forse in Alto Adige. Niccoli fa uso degli strumenti che la fotografia offre, come la messa a fuoco, per produrre un effetto di straniamento e costruisce la scena mettendo in campo un sistema di relazioni in potenza. Il tutto è in realtà permeato dall’incomunicabilità, espressa dal silenzio dei gesti e degli sguardi.

Luca Pancrazzi vive e lavora a Milano. Dopo gli studi liceali e accademici a Firenze lavora negli Stati Uniti come assistente di Sol LeWitt e a Roma per Alighiero Boetti.
I temi che predilige sono la città e il paesaggio metropolitano. Si esprime attraverso discipline e tecniche diverse, come la pittura, il disegno, la fotografia, l’installazione ambientale, la scultura, azioni in condivisione con altri artisti e progetti editoriali. Della sua arte parla come “un fare funzionale al pensare”. Il suo “fare arte” parte dall’esperienza del mondo compiuta da corpo e mente insieme.
Land Escape è un dittico fotografico, un “paesaggio attraversabile”, un “paesaggio che necessita dell’incognita temporale, è quindi il risultato dell’equazione moderna di attraversamento di un territorio infrastrutturato per questa necessità”. Nella visione di paesaggio di Pancrazzi “il movimento è una componente dinamica necessaria”. Il movimento non può che realizzarsi nel tempo, altro concetto fondamentale nel suo lavoro: mentre lo spazio fugge, il tempo “è concreto e sempre presente”.

Intervista a Pancrazzi su www.talkingart.it

Benedetto Pietromarchi ha studiato scultura all’Accademia di Belle Arti di Carrara e architettura a Londra, dove ha vissuto per quasi vent’anni. La sua attività è strettamente connessa alle sue numerose esperienze di viaggio, durante le quali assorbe immagini e suggestioni che riversa nel suo lavoro.
Noon Clouds è una delle 12 opere di una serie, parte del progetto Of Saints and Sailors, che Pietromarchi ha sviluppato durante una residenza di un mese sulla nave dry cargo “Cielo de Vaiano”, partita dall’Uruguay per raggiungere l’Olanda. La nave trasportava un carico di polpa di legno, la materia prima per la produzione della carta. Noon Clouds documenta un istante preciso del suo viaggio, indicato dal rapporto di bordo di mezzogiorno, punzonato sulla linea dell’orizzonte. Una radice è collocata al centro del quadro, sospesa idealmente su una nuvola, in mezzo al cielo.
Il lavoro ha un valore fortemente concettuale: durante un viaggio nel quale il “qui ed ora” è definito solo da dati numerici, la radice è intesa come ultima possibilità di ancoraggio.

Giuseppe Pietroniro nasce a Toronto ma fa ritorno, ancora bambino, in Italia. Si diploma in scenografia all’Accademia di Belle Arti di Roma, città nella quale oggi vive e lavora.
La sua ricerca prende le mosse dagli interrogativi che si pone sulla realtà quotidiana, della quale intende fornire un’interpretazione che, pur servendosi del mezzo fotografico, lo supera, denunciandone i limiti intrinseci. Realizza i suoi lavori attraverso l’estrapolazione dei frammenti visivi di un luogo o di un’architettura e la loro ricombinazione. Costruisce così, con fotografie, disegni e installazioni, degli interventi ambientali, nei quali mette in dialogo concettuale forme, luoghi e prospettive, offrendo al pubblico nuove possibilità di visione. A un presente nel quale il limite tra realtà e finzione è sempre più labile, Pietroniro reagisce assumendosi la responsabilità, come artista, di “fare vedere ciò che non si vede”.
In quest’opera l’artista crea, con estremo rigore formale, una virtuale duplicazione dello spazio della Galleria Zacheta, mettendo in discussione la percezione della struttura architettonica.

Intervista su www.talkingart.it

Marco Poloni è italo-svizzero e vive e lavora a Berlino. La sua ricerca si sviluppa attraverso diversi mezzi: dal cinema alla fotografia, dalle installazioni ai testi e alle narrazioni.
Nelle 67 fotografie della serie Displacement Island Marco Poloni sviluppa la sua personale narrazione dell’isola di Lampedusa, un luogo difficile, abitato da grandi contrasti. Lampedusa è per molti una destinazione, il punto di arrivo dopo un viaggio: sia per i turisti, che la scelgono come meta delle loro vacanze, sia per i rifugiati tunisini e libici, che la raggiungono spesso in inverno, con grandi difficoltà e sopportando condizioni di viaggio disumane e avversità meteorologiche. Le tracce di questi due gruppi antitetici sono documentate da fotografie tratte da cataloghi di tour operator, riprese personali dell’artista, foto amatoriali, immagini tratte da giornali o fotogrammi di film.
Il lavoro di Marco Poloni ha una forte caratterizzazione socio-politica: Lampedusa è di fatto il più meridionale avamposto d’Europa ed è lì che Europa e Africa si incontrano.

Fotografo italo-palestinese, consegue la laurea in architettura allo IUAV di Venezia e si trasferisce a Londra, dove lavora come assistente di Richard Avedon. Vive oggi a Ferrara ma lavora in giro per il mondo. Come dichiara egli stesso, le sue fonti di ispirazione sono la pittura nordica del XVII secolo, Pieter Paul Rubens, Caravaggio e il cinema di Kubrick. La sua ricerca si concentra sulla pelle intesa come tramite, un mezzo che racconta la storia dell’uomo attraverso i segni, le cicatrici e le imperfezioni che la vita lascia vi lascia impresse.
Senza titolo fa parte della serie dei dittici composti da ritratto e paesaggio affrontati. Al loro interno la dimensione umana e quella paesaggistica dialogano, avendo l’anima come denominatore comune, l’anima umana e l’anima mundi. Spiega Sabbagh “l’uomo e il paesaggio accostati – in perfetta sintonia, o in assoluta distonia, di un elemento comune a entrambi […], a dimostrare che la matrice è madre”.

Intervista su sky.it

Intervista su messaggeroveneto.it

Loris Cecchini combina fotografia, disegno, scultura e installazione creando un unico e multiforme linguaggio di espressione artistica. Il ricco serbatoio della sua immaginazione si nutre prevalentemente dell’esperienza diretta di un’ampia gamma di mezzi di comunicazione e della sua accesa curiosità. È affascinato dalla sintesi tra arte e vita: incorporando elementi da vari discipline, dalla chimica alle tecnologie più innovative, indaga con il suo lavoro i limiti della creazione, generando forme di creatività artistica dai confini non sempre definibili.
Nel 2001 inizia a dedicarsi alla serie Zooffice, lavori basati sulla tecnica del fotomontaggio, nei quali fa abitare elementi organici, sia umani sia animali, in ambienti di lavoro ricostruiti da lui in miniatura. Per Cecchini “è la ricerca di un paradosso visuale. Nell’accumulazione dei dati, nella resa convenzionale della funzione, nella consuetudine dei paradossi il teatro dell’esistere si ricompone in assemblaggi fortuiti, in territori in cui non è prevista né stanzialità né definitiva occupazione”.

Marco Bazzini e Stefano Pezzato. Loris Cecchini. Dotsandloops, Catalogo della mostra (Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato, 4 aprile ­­­– 2 agosto 2009), Skira, Milano 2009, p. 234.

Installazioni
Nessun ambiente è neutro; questo vale soprattutto per un luogo come il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, dove alcuni lavori, anche se non site-specific, acquistano connotazioni inedite.

Il lavoro di Favelli si origina dalla sua storia personale. Racconta, a chi lo intervista, che sua nonna aveva un appartamento in via Guerrazzi, a Bologna, e che lui si occupò di ristrutturarlo, scegliendo persino mobili e rifiniture. Da qui la volontà di costruire e ricostruire, fattore integrante delle sue sperimentazioni artistiche, che cominciano nel 1995. Celeberrimi i suoi specchi composti da un mosaico di vetri neri incorniciato da cornici dorate a pastiglia, nei quali non si possono osservare le proprie sembianze riflesse, ma si può lasciare parlare la propria interiorità e il proprio immaginario. Lo specchio diventa così un archivio di memoria, capace di raccontare il passato a chi vi si specchia. Come afferma Favelli “lo specchio nero, inserito in una grande cornice, corrisponde ad una mia idea di bellezza […] è importante il processo, oltre che l’opera finita. Espongo anche un tempo di lavoro, di gioco, di concentrazione, che serve a fare questo domino nero che brilla un po’”.

Sergio Risaliti e Sandra Solimano, Flavio Favelli. Prima sala d’aspetto, catalogo della mostra (Genova, 6 –29 maggio 2005), Neos Edizioni, Genova 2006, p. 9.

Il lavoro di questa coppia di artisti, attivi dal 1991, sopporta difficilmente le tradizionali classificazioni. Simeone Crispino e Stella Scala si sono formati all’Accademia di Belle Arti di Napoli, e oggi vivono e lavorano a Milano. Con i loro lavori, per i quali impiegano i mezzi delle arti visive, della scultura, del video, delle installazioni, intendono spiazzare l’osservatore, ricombinando con la loro sottile ironia elementi della realtà e facendo così emergere il significato simbolico degli oggetti e la rigidità delle convenzioni sociali. In questo sono perfetti interpreti della precarietà dei significati e delle contraddizioni del nostro tempo. Secondo P. Pancotto, i primi vent’anni di attività di Vedovamazzei rappresentano un’evoluzione che corrisponde al ciclo biologico di un essere umano, dal tema della nascita a quello della morte. A questo allude in maniera giocosa Wood and Wood, che altro non è che un kit di assi di legno per costruire una croce, disegnata a penna sul fondo, che allude al gesto artistico creativo come occasione per sfuggire, ironicamente, alla morte.

P. Pancotto, Vedovamazzei par Stella Scala e Simeone Crispino, 2011.

Pietro Sanguineti è nato a Stoccarda e vive e lavora a Berlino.
Nel suo lavoro agisce secondo quella da lui stesso definita "slow-down strategy": Sanguineti preleva immagini digitali e virtuali dal mondo dei media e le isola, rallentandole e rendendole oggetto di contemplazione artistica. Le sue opere si presentano così come immagini-logo, nelle quali la parola si fa oggetto plastico, vibrante di significato. La parola Sore (dolore) si riempie di nuovi significati, isolata nella sua pura materialità, interagendo sia con il luogo in cui è allestita, sia con l’osservatore a cui è lasciata l’ultima possibilità interpretativa.
Il suo lavoro si sostanzia dunque in una analisi critica delle immagini della contemporaneità. Sanguineti, che tra i suoi maestri ha avuto anche Joseph Kosuth, prende le mosse dai principi dell’arte concettuale, rifiutando però l’epurazione dalla materialità di colore, forma e presenza oggettuale, che la caratterizza.

Daniele Puppi ha frequentato le Accademie di Belle Arti di Venezia, Bologna e Roma, città nella quale oggi vive e lavora. Le sue opere sono pensate in base allo spazio destinato a ospitarle e il loro scopo è quello di sovvertire la percezione degli elementi architettonici che lo compongono. Nel corridoio di un ufficio pubblico, un telefono a disco inizia a squillare. Chi decidesse di rispondere, ignaro spettatore, non ascolterebbe frasi o parole di un misterioso interlocutore ma soltanto suoni che, considerato il luogo dove si trova, risultano piuttosto irriverenti: l’imitazione di un ululato, un triste singhiozzo seguito da una pernacchia, i sospiri di piacere di una donna colta in un momento d’intimità. Con London Calling l’artista lavora sul modo in cui uno spazio è percepito in base alla sua funzione, in questo caso quella di essere un’istituzione, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Rispetto ai lavori precedenti, in cui Puppi si concentra sulle peculiarità fisiche dello spazio, qui gioca la sua percezione mentale e rende ancora più forte lo spaesamento dello spettatore.

Testo di Emanuele Riccomi.

Videoarte
Esperimenti di video-arte, dai Turbo Film disseminati sul web (Alterazioni Video) al lavoro site-specific di matrice concettuale (Bellantoni).

Alterazioni Video è un collettivo di artisti (Paololuca Barbieri, Alberto Caffarelli, Andrea Masu, Giacomo Porfiri e Matteo Erenbourg) fondato a Milano nel 2003 e dislocato tra New York, Berlino e Milano. I cinque componenti si ritrovano solo in occasione di progetti specifici e utilizzano la rete come mezzo di comunicazione.
Don Puke/Mama was right è una stampa lenticolare che fa parte del progetto che ruota attorno a FRED, un Turbo Film realizzato dal collettivo nel 2012. Il Turbo Film – genere cinematografico ideato da Alterazioni Video, a cui il gruppo ha dedicato gli ultimi cinque anni della propria attività – nasce per essere disseminato nella rete e i suoi principi sono enunciati in un manifesto: non ci sono regole e non c’è copione, le soluzioni creative sono definite dalla necessità e si fa uso solo delle tecnologie disponibili. Infine, la location scelta ha un ruolo fondamentale. Il film diventa così un mezzo senza fine, che nasce dalla storia stessa del girato, giorno per giorno. Le vicende, narrate con un linguaggio impetuoso, hanno un andamento circolare, più volte interrotte e riprese.

Elena Bellantoni vive e lavora a Roma.
Uno dei suoi temi di ricerca è il concetto di potere all’interno delle relazioni, che indaga a più livelli con il video The Struggle for Power: the Fox and the Wolf girato nella Sala delle conferenze internazionali del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Al centro della sala due ballerini di tango, un uomo e una donna, indossano una maschera da lupo e una da volpe. I due danzano contendendosi lo spazio del loro movimento come se fosse il raggio di ampiezza del proprio potere. L’audio è una voce che, come in una conferenza scientifica, declina linguisticamente i termini fox e wolf, con riferimenti al “Wolfsmann” di Sigmund Freud, al racconto dei fratelli Grimm Der Wolf und der Fuchs e alle teorie sul potere enucleate dall’antropologo Eric Robert Wolf.
Bellantoni sceglie di utilizzare il tango, un ballo dove è l’uomo a portare e la donna ad assecondarlo e ne sconvolge le dinamiche. Ad un tratto, infatti, sarà proprio la donna a condurre questo gioco delle parti tra maschile e femminile, bestialità e violenza, spazio pubblico e privato.

Riconoscimenti: storia

Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale

Paolo Gentiloni
Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale

Elisabetta Belloni
Segretario Generale

Raffaele Trombetta
Capo di Gabinetto dell’On. Ministro

Vincenzo De Luca
Direttore Generale per la Promozione del Sistema Paese

Massimo Riccardo
Vice Direttore Generale per la Promozione del Sistema Paese - Direttore Centrale per la Promozione della Cultura e della Lingua Italiana

Giovanni Battista Iannuzzi
Vice Direttore Centrale per la Promozione della Cultura e della Lingua Italiana e Capo dell’Ufficio IV - Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese

Enrico Vattani
Capo dell’Ufficio VIII - Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese

Ufficio VIII - Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese
Michela de Riso, Stefania Eusebi, Paolo Ivaldi, Nicola Locatelli, Tiziana Mirabelli, Christian Emanuel Norberg-Schulz, Fabrizio Petricca


Comitato scientifico della Collezione Farnesina

Gabriella Belli
Fabio de Chirico
Luigi Ficacci
Gianfranco Maraniello
Anna Mattirolo
Angela Tecce


Referenze fotografiche

Giorgio Benni

Dove non altrimenti specificato, i testi sono di Michela De Riso

Un particolare ringraziamento agli artisti e ai prestatori delle opere

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
In alcuni casi, la storia potrebbe essere stata realizzata da una terza parte indipendente; pertanto, potrebbe non sempre rappresentare la politica delle istituzioni (elencate di seguito) che hanno fornito i contenuti.
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