Uno spazio infinito

Mantova Museo Urbano Diffuso

Nonostante le molte vicissitudini vissute dal Tempio, ancora oggi il suo interno ci stupisce non soltanto per la bellezza delle proporzioni ma soprattutto per il volume vuoto che costringe lo sguardo a precorrere le mura della pianta quadrata, le superfici delle cappelle, mentre la luce penetra dagli oculi creando un’atmosfera di sospesa meraviglia.

Luce ed ombra
L’interno del Tempio è una strana commistione. Non soltanto venne costruito nel corso di un lungo cantiere punteggiato da ripensamenti, non soltanto venne rimaneggiato durante i secoli, presentando oggi una copertura diversa rispetto al progetto dell’Alberti. Il luogo cadde in abbandono, e venne nell’Ottocento usato in modo improprio dai militari austriaci della vicina caserma. Ma, dopo la terza guerra d’Indipendenza e il ritorno di Mantova nello Stato italiano, la cura delle autorità civili lo trasformò progressivamente in un Famedio, ovvero una sede di memoria dei caduti per la libertà.

L’intervento dell’ingegnere Andrea Schiavi consentì nel 1925 di riaprire il luogo, inaugurato come Famedio da Benito Mussolini. Il cosiddetto restauro Schiavi, pur controverso, ci restituisce comunque un interno del Tempio di notevole fascino. Alcuni studiosi ritengono che Leon Battista Alberti si ispirasse in questo caso alle opere di Filippo Brunelleschi, l’inventore della prospettiva, in particolare alla Sagrestia Vecchia in San Lorenzo a Firenze e alla Cappella Pazzi presso Santa Croce. Giustamente, però, Amedeo Belluzzi nota che l’attenzione dell’Alberti si focalizza sulla forma circolare, che secondo la sua visione prevale in natura, poiché la natura tende a “far sì che tutti i suoi prodotti riescano assolutamente perfetti”. È in ogni caso certo che Leon Battista volle rendere San Sebastiano una singolarità assoluta, elaborando le figure del quadrato e del cerchio, che d’altra parte apparivano in modo nitido nella vicina Casa del Mantegna. D’altronde, anche l’intuizione di creare un luogo sopraelevato, che ha come sottostante una cripta di concezione non medioevale, testimonia come l’edificio nel suo complesso si presenti con la qualità di uno spazio ideale quasi sospeso, adatto a celebrare le virtù del Principe e, forse, ad accogliere la sua sepoltura.

Echi del Pantheon romano sono chiaramente riconoscibili nell’edificio. Ma Leon Battista Alberti è custode di una raffinatezza stilistica senza pari. Le cappelle si aprono a sinistra, a destra e in fondo rispetto al quadrato centrale. Esse sono arricchite dalle superfici a semicerchio dei semicilindri absidali, che accentuano centralmente i relativi bracci della croce. Le cappelle creano archi di altezza minore rispetto a quelli che, unendosi, determinano l’aspetto generale dell’interno del Tempio. Tra ogni arco minore e ogni arco dell’abside si apre oggi una finestra circolare, che dà luce all’ambiente. Con ogni probabilità la concezione originaria non rispondeva a quello che oggi ammiriamo. Resta tuttavia visibile l’intenzione profonda, quasi una forma della forma.

Ecco la decorazione delle cornici e dei pennacchi, che non appartengono probabilmente all’epoca dell’Alberti, ma sono certamente preesistenti rispetto al restauro dello Schiavi. In questo vasto lasso di tempo è da immaginare la loro realizzazione. Come nota il Calzona, tuttavia, non è da escludere che una soluzione simile fosse già presente nel progetto originario, in quanto la loro funzione è di interrompere lo sguardo, creando una barriera tra la volta e i bracci della croce greca. Da notare anche il sottile gioco delle rientranze in cui sono inseriti i pennacchi medesimi.

Il finto pennacchio viene dipinto con una fantasia di stile cinquecentesco, che verso l’alto diventa lacunosa.

All’interno del Famedio, diversi gruppi di caduti vengono ricordati. Nel 1930 fu smontato il monumento ai Martiri di Belfiore che sorgeva in piazza Sordello. Le urne con le loro ceneri vennero portate nel Tempio. Altre testimonianze onorano i soldati scomparsi nella Prima Guerra Mondiale. Infine, è essenziale ricordare la presenza di un monumento che celebra la Resistenza, opera degli scultori Albano Seguri (1913-2001) e Aldo Bergonzoni (1899-1976), così come è da notare la presenza di lapidi che omaggiano i caduti della Seconda Guerra Mondiale.

La cripta dei caduti
La cripta del Tempio è un luogo estremamente suggestivo a cui si accede scendendo nello spazio sotto il pronao, tra le due scalinate erette nel ventesimo secolo. Essa è divisa da ventiquattro pilastri intonacati su cui sono incise targhe commemorative dei caduti della Prima e della Seconda guerra mondiale. Sono qui presenti anche cinque pali di legno a cui vennero impiccati alcuni dei Martiri di Belfiore, ed una cassa contenente loro reliquie. Benché sia stata spesso sottolineata un’incongruenza tra la parte inferiore e superiore dell’edificio, non vi è dubbio che la cripta facesse parte integrante del progetto dell’Alberti. Anzi, l’intero complesso del Tempio di San Sebastiano vive sulla relazione tra parte inferiore e parte superiore, la quale si eleva proprio grazie al luogo più segreto che ne è basamento e fonte.
Un sole raggiante
Ecco una delle tre lastre proveniente dalla decorazione del San Sebastiano, oggi custodite nel Museo della Città per ragioni di conservazione e sostituite in loco da copie. I tre reperti sono simili fra loro, ma non uguali. Tutti sono scolpiti in calcare tufaceo. Questo esemplare mostra due putti alati che sostengono una ghirlanda al cui interno appare l’impresa gonzaghesca del sole raggiato. Ricordiamo che nella Carta del Cielo di Ludovico Gonzaga il sole appariva sul Medio Cielo, presagio di gloria certa.

In questo caso i quattro putti alati sostengono lo stemma marchionale dei Gonzaga, che appare all’interno di una ghirlanda. Quanto all’autore delle tre pregevoli opere, il dibattito è sempre stato acceso. Tra i vari nomi proposti ricordiamo quello illustrissimo di Donatello, oppure del Fancelli su disegno del Mantegna, oppure di Pellegrino ArdizzonI. Anche sul significato di queste sculture non vi è convergenza. Tutti gli studiosi però concordano sulla loro grande qualità, che probabilmente comporta una sintesi originale tra differenti modi di intendere la decorazione scolpita negli ultimi decenni del Quattrocento.

Il retro di ognuna delle tre lastre è sempre caratterizzato da un vaso simile ad una coppa da cui escono due grandi foglie di acanto che occupano in modo simmetrico lo spazio rettangolare. Ciascuna di loro termina con un motivo floreale.

Riconoscimenti: storia

Ideato e promosso da / Founded and Promoted by:
Mattia Palazzi (Sindaco del Comune di Mantova)
con Lorenza Baroncelli (Assessore alla rigenerazione urbana e del territorio, marketing urbano, progetti e relazioni internazionali del Comune di Mantova )

Coordinamento Scientifico / Scientific Coordinator:
Sebastiano Sali

Curatore testi e immagini / Superintendent texts and images:
Giovanni Pasetti

In collaborazione con / in cooperation with:
Stefano Benetti (Palazzo Te e Musei Civici)

Foto di / Photo by:
Gian Maria Pontiroli

Redazione / Editors:
Erica Beccalossi
Sara Crimella
Carlotta Depalmas
Veronica Zirelli

Un ringraziamento speciale a / A special thanks to:
Veronica Ghizzi
Paola Somenzi

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
In alcuni casi, la storia potrebbe essere stata realizzata da una terza parte indipendente; pertanto, potrebbe non sempre rappresentare la politica delle istituzioni (elencate di seguito) che hanno fornito i contenuti.
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