La Collezione del Mart è composta da circa ventimila opere. L'allestimento permanente, che attraversa oltre 150 anni di storia dell’arte italiana e internazionale, è suddiviso in due percorsi: "L'invenzione del moderno" e "L'irruzione del contemporaneo". Questa mostra digitale propone un viaggio tra alcuni dei capolavori realizzati dal 1830 fino alla prima metà del Novecento.

Frammenti di una storia. Un museo per Trento e Rovereto
Le opere d’arte dell’Ottocento e del primo Novecento che erano esposte nel rinascimentale Palazzo delle Albere a Trento rappresentano un prologo che intreccia il passato e il presente delle attuali collezioni del Mart. Fino al 2010, in antiche sale affrescate, si sono avvicendate molte grandi mostre e hanno trovato una stabile collocazione dipinti e sculture in parte provenienti da importanti depositi e donazioni, tra cui le opere di Hayez, Bonazza, Disertori, Moggioli e Vallorz. Su questa fondamentale eredità si innesta un percorso che introduce alla narrazione de "L’invenzione del moderno".

Il dipinto di Francesco Hayez, Venere che scherza con due colombe (1830), è uno dei capolavori più noti delle Collezioni. Nel ritrarre la ballerina Carlotta Chabert nei panni mitologici di Venere, l’artista prende le distanze dal modello classico che pur ne costituisce il riferimento principale. La posa, infatti, ricalca quella della Venere Callipigia, copia romana di una statua ellenistica conservata al Museo Archeologico di Napoli.

Il corpo dipinto da Hayez è quello di una donna in carne e ossa e ne ritrae fedelmente anche le imperfezioni. La carnale sensualità femminile di questo nudo scandalizza i contemporanei dell’artista e prende il sopravvento su elementi ancora legati alla tradizione neoclassica, come la scenografia fittizia che costituisce l’ambientazione e il nastro rosso portato dalle colombe, simbolo dei legami d’amore.

Il Mart conserva numerose opere di Moggioli, molte delle quali provenienti dalla donazione concessa dagli eredi dell’artista alle Raccolte d’arte della Provincia di Trento.

Nei primi anni del Novecento, Moggioli studia pittura all’Accademia di Belle Arti a Venezia, espone alle Biennali e alle mostre della Fondazione Bevilacqua La Masa a Ca’ Pesaro. Qui entra in contatto con artisti che hanno una conoscenza di prima mano dell’avanguardia francese, come Gino Rossi, e il naturalismo della sua prima maniera evolve in un simbolismo influenzato dall’arte di Gauguin e della scuola di Pont-Aven.

Dal 1911 risiede stabilmente sull’isola di Burano, dove dipinge i paesaggi della laguna veneziana con una tavolozza in cui dominano le tinte azzurre e le atmosfere sospese.

Figure della modernità
La prima sezione della mostra "L’invenzione del moderno” si apre con alcune figure dipinte in stile divisionista da Balla, Boccioni e Severini. Queste opere sono contraddistinte da un'indagine sulla luce che crea i presupposti per un più accentuato dinamismo, successivamente al centro della poetica futurista. Dopo essere stati protagonisti del Futurismo, alcuni artisti come Carrà avviano il loro personale dialogo con l’arte del Trecento e del Quattrocento. Negli anni Venti molti altri, da Casorati a Martini, da de Chirico a Sironi, guardano agli antichi maestri per restituire alle figure una saldezza plastica e una sintesi costruttiva, alla ricerca di una moderna classicità.

Nei primi anni del ’900 Boccioni è a Roma: qui stringe amicizia con Gino Severini, con il quale condivide un profondo senso di insoddisfazione per le regole accademiche. Questo comune desiderio di rinnovamento li porta a frequentare lo studio di Giacomo Balla, che trasmette loro la sua particolare interpretazione della pittura divisionista.

Nudo di spalle non è solo uno dei molti ritratti dal vero che hanno per protagonista Cecilia Forlani, la madre di Boccioni, ma è innanzitutto un esercizio sul tema del controluce, un effetto luministico particolarmente amato dall’artista.

Questa tela mostra molto chiaramente i segni dell’influenza di Balla nella stesura del colore attraverso sottili e brillanti filamenti di colore puro, accostati l’uno all’altro secondo il principio divisionista della scomposizione dei colori.

Carlo Carrà, dopo aver aderito al Futurismo, sente l’esigenza di rivolgere la sua attenzione ai maestri del passato. Con i saggi pubblicati nel 1916, Parlata su Giotto e Paolo uccello costruttore, l’artista approfondisce la sua riflessione sull’arte dei maestri pre-rinascimentali. Negli anni seguenti sperimenta un nuovo linguaggio di sapore arcaico, venato di ingenuità e ricco di rimandi agli affreschi giotteschi. Questo quadro di soggetto biblico esprime chiaramente la volontà di Carrà di fare un’arte senza tempo, che esprima quella che egli definisce “la magica quiete della forma”, frutto di un raffinato processo di spoliazione che conduce alla semplicità delle figure e alla chiarezza delle tinte.

Insieme a Le figlie di Loth, quest'opera di Arturo Martini figurava nella collezione del noto sarto milanese Adriano Pallini, che l'aveva acquistata alla Galleria del Milione.
La terracotta, che rivisita lo schema classico del ritratto a mezzo busto, ritrae lo scrittore Cechov che reclina romanticamente la testa in una posa malinconica e solenne. La scultura si colloca alla fine dell'esperienza di "Valori Plastici", rivista edita a Roma tra il 1918 e il 1922 che sosteneva il ritorno alla classicità e alla tradizione pittorica nazionale.

Metafisica e classicità
La pittura metafisica di Giorgio de Chirico, con la sua poetica di rarefazione formale, visionaria percezione della realtà e straniante relazione tra i luoghi e le cose, anticipa all’inizio degli anni Dieci la ricerca di un’arte nuova che affonda le sue radici nel passato. Immagini classiche – gessi o busti di statue antiche – convivono con oggetti della vita moderna e i paesaggi urbani sono sospesi in una dimensione priva di una collocazione spaziale e temporale certa, dominati da molteplici costruzioni prospettiche e popolati da manichini senza volto e identità.

De Chirico dipinge i suoi primi quadri metafisici negli anni Dieci, ispirato dalla geometria delle piazze rinascimentali. Le sue celebri Piazze d’Italia, infatti, si nutrono del ricordo di spazi reali riletti in chiave onirica. Nel 1913 il poeta Apollinaire definisce i dipinti dell’artista “stranamente metafisici”: opere che ci mostrano una meta-realtà, capace di coglierci di sorpresa, di rivelarci presenze inquietanti e contenuti enigmatici proprio come i sogni.

Negli anni Trenta, i dipinti di Mario Sironi, uno dei maggiori esponenti di Novecento italiano, riportano alle dimensioni della pittura da cavalletto la scansione ritmica dello spazio delle grandi decorazioni murali, degli affreschi e dei mosaici. È Sironi stesso a definire queste opere “moltiplicazioni”, per via dello spazio suddiviso in riquadri che incasellano e assommano narrazioni in schemi policentrici che annullano la costruzione prospettica naturalistica.

Avanguardia futurista
Nel giro di pochi anni alcuni artisti divisionisti, come Boccioni e Balla, divengono i protagonisti della prima avanguardia italiana: il Futurismo. Una tendenza dalla dirompente modernità e dal linguaggio fortemente sperimentale pensato per rispecchiare il cambiamento dei tempi, così come si legge nel manifesto programmatico pubblicato da Marinetti su "Le Figaro" nel 1909.

In Velo di vedova + paesaggio Balla somma ricordi e impressioni visive, associate secondo il principio della simultaneità. Quest’opera è ispirata a un’esperienza che l’artista vive nel parco di Villa Borghese nel 1916, negli anni della Prima guerra mondiale. Riflettendo su una notizia appresa dal giornale del mattino, secondo cui nel porto di Napoli era approdata una corazzata con a bordo il cadavere di un marinaio, Balla vede una vedova di guerra, coperta da un velo e vestita a lutto. Le impressioni del momento, tra cui i riflessi metallici di una nuvola che richiama una nave da guerra, si concentrano in questo dipinto, creando un’atmosfera di grande impatto emotivo.

La pittura futurista predilige soggetti tratti dal mondo contemporaneo e contraddistinti dal dinamismo. Il Ritratto di Madame M.S. appartiene a una serie di dipinti dedicati a madame Meyer-See, moglie di un noto gallerista londinese. Nelle sue memorie, l’artista indica questi lavori come una delle primissime applicazioni della teoria futurista al genere del ritratto, rendendo dinamica la visione di un soggetto fisso. Nell'opera, sostiene Severini, interferiscono due psicologie: quella del pittore e quella del soggetto ritratto.

Firmatario nel 1915 del Manifesto Ricostruzione futurista dell'universo, Fortunato Depero attua una nuova sintesi plastica delle forme, una scomposizione di superfici dai contorni nitidi, come se fossero ritagliate da stoffe di colori brillanti (una tecnica che utilizza davvero nella produzione di arte applicata, a partire dalla fondazione della sua Casa d’arte roveretana, nel 1919).

L'interpretazione del movimento è molto particolare: alle pennellate fluide e frantumate del primo Futurismo, preferisce una scomposizione della figura in piani definiti da tinte piatte, come il ventaglio di spicchi e di dischi che sintetizzano il frullare delle ali di un uccello in movimento.

Verso l'astrazione
Equilibrio, rigore, geometria, armonia: sono queste le parole d’ordine della prima ricerca astratta in Italia, quando alcuni artisti scelgono di sperimentare un linguaggio non figurativo, fatto di forme prive di corrispondenze con la realtà visibile. Tali concetti si riflettono nelle nitide geometrie dei quadri dipinti dagli artisti del Gruppo di Como, ma si riconoscono anche nelle opere esposte alla Galleria del Milione da Magnelli, Melotti, Munari, Reggiani, Veronesi.

Negli anni in cui Veronesi realizza 14 variazioni di un tema pittorico (1936), si impone un astrattismo geometrico che cerca di trasferire in ambito pittorico concetti musicali come ritmo e armonia. In quest’opera vi è il ricorso al linguaggio musicale del tema con variazione, una proposizione che viene sviluppata attraverso minime varianti.

Fausto Melotti appartiene a un milieu culturale che ha origine nella città di Rovereto, ma che assume ben presto una rilevanza nazionale. Negli anni Trenta l'artista è al centro degli sviluppi dell’Astrattismo italiano con le sue sculture dalla rigorosa geometria, espressione di una poetica che definisce un “incontro fra immaginazione e raziocinio”. Elementi che ritornano in alcune opere successive, come in Scultura G, realizzata alla fine degli anni Sessanta.
A Melotti la sua città dedica uno spazio permanente nelle sale del settecentesco Palazzo Alberti Poja, punto di accesso al Polo culturale del Mart, dove sono presentati disegni, sculture, ceramiche e installazioni, realizzati dall’artista tra il 1930 e il 1980.

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