Soldati di origine italiana negli eserciti alleati

Durante la Seconda Guerra Mondiale, all'interno degli eserciti nazionali di alcuni dei principali paesi alleati combatté un numero significativo di soldati di origini italiane. Molti di questi appartenevano a famiglie di immigrati che avevano lasciato l'Italia tra gli anni Ottanta del XIX e gli inizi del XX secolo. Altri, invece, erano nati in Italia ed emigrati all'estero nel periodo tra le due guerre, perché in cerca di fortuna e nuove opportunità, o costretti alla partenza dalle persecuzioni del fascismo. Dopo l'ingresso in guerra dell'Italia fascista a fianco delle potenze dell'Asse nel giugno 1940, le comunità italiane presenti nei paesi alleati furono sospettate di mancanza di fedeltà. Questo in virtù della simpatia e dell'appoggio che gli italiani all'estero in buona parte avevano riservato al regime fascista di Benito Mussolini. Etichettati come potenziali nemici, in molti casi furono sottoposti a restrizione dei propri diritti civili, mentre coloro che furono considerati maggiormente pericolosi per la sicurezza nazionale vennero internati. A dispetto del marchio di attentatori della sicurezza nazionale, la partecipazione di molti giovani di origine italiana nelle file degli eserciti alleati, impegnati a combattere il nazifascismo nei diversi teatri bellici (talvolta come volontari), contribuisce ad arricchire, riequilibrandolo in parte, il giudizio complessivo sul ruolo degli italiani all'estero nel periodo tra le due guerre. Nella foto: a sinistra il soldato italo-australiano Francesco Circosta (Italian Historical Society, Melbourne). In copertina, alla slide precedente: fotografia di Enrico e Olinto Sauro in uniforme militare. Senza data (Gentile concessione della famiglia di Libero e Clementina Sauro tramite il Columbus Centre of Toronto, Canada, www.italiancanadianww2.ca, DICEA2011.0025.0007).
1. GLI ITALIANI ALL'ESTERO E IL FASCISMO
Nel 1922 Benito Mussolini prese il potere in Italia e in pochi anni instaurò una dittatura, sopprimendo le libertà civili e politiche del popolo italiano. Nel suo programma di politica estera il duce incluse lo sviluppo di maggiori legami con le comunità italiane all'estero, le quali sarebbero dovute diventare strumenti degli interessi e delle ambizioni del regime. Lo sforzo propagandistico promosso da Roma ebbe il sostegno di ambasciate, consolati e di molte associazioni etniche di orientamento filo-fascista. A queste si aggiunsero organizzazioni create dal regime (come i fasci all'estero, il dopolavoro, la Gioventù Italiana del Littorio all'Estero), o sulle quali Roma fu in grado di imporre la propria influenza, come le scuole di lingua italiana. Nella foto: giovani militanti fascisti a New York (Archivio Storico-Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri, Roma).
Il consenso e l'Impero
Nonostante la sua natura reazionaria, il fascismo venne accolto favorevolmente da molti italiani residenti fuori d'Italia. Con il suo nazionalismo che enfatizzava la grandezza del "genio italico" nel mondo, Mussolini faceva leva sulle difficoltà affrontate da molti migranti che spesso venivano etichettati, soprattutto nei paesi anglosassoni, con stereotipi degradanti che ne descrivevano la natura violenta e criminale. Dietro le sollecitazioni di Roma, le comunità italiane si spaccarono fra filo-fascisti e anti-fascisti. Per coloro che espressero apprezzamento per Mussolini il sentimento filo-fascista non era tanto connotato ideologicamente, ma era piuttosto da inquadrarsi nell'ottica di un nazionalismo nostalgico che identificava il Duce come una sorta di "redentore" della madrepatria. Il massimo di tale consenso si registrò in occasione dell'invasione italiana dell'Etiopia e la susseguente proclamazione (9 maggio 1936) dell'impero da parte di Mussolini.Tra coloro che combatterono in Etiopia, vi furono anche volontari italiani provenienti dall'estero, inquadrati entro la Legione Parini dei Fasci italiani all'estero. Nella foto: italiani all'estero della Legione Parini durante la guerra in Etiopia (Galeazzo Ciano, "Italiani d'Oltr'Alpi e d'Oltremare", a cura di Celso Maria Garatti, Bologna, Linicio Cappelli, 1937).

Italiani di Boston festeggiano la vittoria dell'Italia fascista in Etiopia nel 1936 («Italian News», Boston, 15 maggio 1936).

2. LA QUINTA COLONNA
Il 10 giugno 1940 l'Italia fascista entrò in guerra a fianco della Germania nazista contro la Francia e l'Inghilterra. L'11 dicembre 1941 Mussolini fece consegnare la dichiarazione di guerra anche agli Stati Uniti. Il fascismo aveva pertanto scelto di schierarsi contro le potenze democratiche in cui risiedevano tanti immigrati italiani. Lo stato di guerra fra la terra di origine e quella di adozione rese molto difficile la vita degli italiani all'estero. Già prima dello scoppio della guerra, le loro comunità erano state sottoposte a stretta vigilanza per timore che in queste si nascondessero agenti del duce. Coloro che erano ritenuti possibili quinto-colonnisti di Mussolini e pericolosi per la sicurezza nazionale vennero schedati, in modo da poter essere arrestati in caso di conflitto. Nella foto: «Il Giornale Italo-Canadese», Montreal, 1 agosto 1940.
Gli internamenti
Con l'entrata dell'Italia in guerra la reazione nei paesi alleati fu molto dura, tanto che vennero imposte a molte persone di origine italiana limitazioni della libertà individuale. Per alcuni fu disposto l'internamento in speciali campi di detenzione. Talvolta fra coloro che vennero detenuti si trovavano anche persone che non erano in realtà militanti fascisti e persino alcuni anti-fascisti. La situazione per gli italiani fu particolarmente dura in Australia, paese in cui si temeva un'imminente invasione giapponese e dove nel settembre 1942 erano oltre 3.500 gli italiani internati. In Gran Bretagna alla fine del 1941 il numero degli italiani trattenuti in speciali campi di detenzione era di circa 2.000, mentre in Canada se ne contavano 600. Negli Stati Uniti entrarono nell'occhio del ciclone circa 600.000 italiani che non avevano ancora acquisito la cittadinanza americana, che furono perciò etichettati come "enemy aliens". Negli Stati Uniti, le comunità italiane furono sottoposte a coprifuoco e fatte divieto, tra le altre cose, di ascoltare le trasmissioni radiofoniche. Italo-americani furono in alcuni casi costretti a lasciare le zone costiere della California, mentre a pescatori di origine italiana fu fatto divieto di esercitare la propria professione. Anche in Brasile, paese che entrò in guerra a fianco degli Alleati nell'agosto 1942, si chiusero le scuole e i giornali italiani nel timore che vi agissero simpatizzanti di Mussolini. In tutto il continente sudamericano furono particolarmente attivi i servizi di intelligence statunitense che, allo scoppio della guerra, si fecero carico dell'arresto di simpatizzanti fascisti. Nella foto: «Il Progresso Italo-Americano», New York, 10 dicembre 1941.

Le autorità statunitensi nei giorni successivi l'entrata in guerra del paese fecero scattare un piano di arresti di cittadini delle potenze dell'Asse sospettati di attività anti-americane («Il Progresso Italo-Americano», New York, 11 dicembre 1941).

Lo stigma di stranieri nemici danneggiò considerevolmente anche la cultura italiana oltreoceano, dal momento che gli italo-americani ridussero drasticamente l'utilizzo in pubblico della lingua d'origine a favore dell'inglese (Poster di propaganda statunitense che invita a non parlare le lingue dei paesei dell'Asse).

Anche in Brasile, nonostante la presenza di una vasta e integrata comunità italiana, il governo di Getúlio Vargas non esitò ad arrestare sospetti agenti di Mussolini dopo l'entrata in guerra del paese a fianco degli Alleati («Il Progresso Italo-Americano», New York, 27 agosto 1942).

L'esperienza degli italo-canadesi negli anni di guerra fu caratterizzata da gravi discriminazioni. Fra queste si ebbe anche l'internamento di persone innocenti, come raccontato nella miniserie televisiva "Il Duce Canadese”, trasmessa in Canada dall'emittente CBC (Cine Tele Action, 2003). Nella foto la copertina del libro di Bruno Ramirez basato sull'omonimo film (Bruno Ramirez, "The Canadian Duce",Toronto, Guernica 2007).

3. LEALTA' DELLE COMUNITA' ITALIANE
Nonostante fossero percepiti come nemici, gli italiani residenti nei paesi alleati reagirono mostrando lealtà agli stati che avevano scelto come patria elettiva. Il loro patriottismo trovò espressione nel ripudio di ogni precedente legame con il fascismo. Molte associazioni e giornali etnici - soprattutto negli Stati Uniti - furono particolarmente attivi nel promuovere l'acquisto di buoni di guerra a sostegno dello sforzo bellico degli Alleati. L'atteggiamento patriottico degli italo-americani fu così rilevante che il 12 ottobre 1942, giorno del Columbus Day, le autorità statunitensi rimossero lo status di "enemy aliens" affibbiato ai cittadini italiani. La generale assenza di atti di sabotaggio da parte di immigrati  italiani allentò la tensione nei loro confronti. A ciò contribuì anche l'evoluzione della guerra dopo la caduta del regime fascista nel luglio 1943 e la firma dell'armistizio in settembre. Tali eventi permisero all'Italia di schierarsi con gli Alleati in qualità di co-belligerante. L'armistizio fu del resto funzionale per il rilascio degli internati in Gran Bretagna. Inoltre, con la scomparsa del timore di un'invasione giapponese, anche in Australia fu allentata la pressione sugli italiani e i detenuti vennero gradualmente rilasciati. Nel paese, nel settembre 1944 rimanevano nei campi di internamento appena 135 irriducibili fascisti. Nella foto: appello all'acquisto di buoni di guerra («Il Progresso Italo-Americano», New York, 17 aprile 1942).

Gli italo-americani del New Jersey acquistano buoni di guerra a sostegno dello sforzo bellico alleato («Il Progresso Italo-Americano», New York, 17 aprile 1943).

Ancora appelli agli italoamericani per l'acquisto dei buoni di guerra («Il Progresso Italo-Americano», New York, 5 settembre 1943).

La comunità italo-canadese a sostegno dello sforzo bellico del Commonwealth («Il Giornale Italo-Canadese», Montreal, 30 settembre 1940).

Il patriottismo degli italo-canadesi si espresse anche attraverso il sostegno alla Croce Rossa Canadese («La Vittoria», Toronto, 16 maggio 1942).

Anche gli italo-brasiliani non esitarono a sostenere lo sforzo bellico brasiliano contro l'Italia fascista («Nazione Unite», New York, 2 aprile 1942).

4. GLI ARRUOLAMENTI
Lo scoppio della guerra portò migliaia di persone di origine italiana ad entrare negli eserciti alleati a difesa della propria terra di adozione. Ingentissima fu la presenza di americani di etnia italiana fra le truppe statunitensi, stimata da varie fonti addirittura fra 500.000 e 1.500.000 unità. Plausibile sembra tuttavia la cifra riportata dal congressista Harold D. Donohue, secondo il quale i soldati di origine italiana nel corso della Seconda Guerra Mondiale sarebbero stati 850.000, di cui 40.000 nati in Italia. In alcune aree caratterizzate da una forte immigrazione italiana la presenza di soldati italo-americani fu predominante. Ad esempio, il «Newark Star Ledge» stimò che il 65% dei coscritti provenienti dalla contea di Essex County, in New Jersey, avesse origine italiana. Ben 75.000 furono invece i combattenti provenienti da famiglie i cui membri erano stati etichettati come "enemy aliens". Nella foto: documento dell'Ambasciata Italiana a Washington (Archivio Storico-Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri, Roma).
A fronte di una comunità che nel giugno 1940 ammontava a circa 35.000 persone, nel Regno Unito furono oltre 7.000 gli uomini di origine italiana che servirono nell'esercito inglese. In Canada si impose una divisione fra i volontari, a cui fu consentito di prestare servizio oltreoceano, e i coscritti, i quali furono utilizzati esclusivamente a difesa del territorio nazionale. Agli "aliens"  italiani venne fatto divieto di unirsi alle truppe canadesi. Fu invece consentito agli italo-canadesi con cittadinanza. Il giornale antifascista italo-canadese « La Vittoria» nell'estate del 1942 stimò in 3.000 le reclute di origine italiana prossime a unirsi alle forze armate canadesi. Fra le forze armate australiane si contarono circa 1.400 combattenti nati in Italia. Degli oltre 25.000 brasiliani che prestarono servizio in Italia con la Força Expedicionária Brasileira sono oltre 1.200 coloro i cui cognomi richiamano una presunta italianità (Foto, «Il Progresso Italo-Americano», New York, 14 dicembre 1941).

Dopo l'attacco giapponese alla flotta navale statunitense di stanza a Pearl Harbor, furono molti gli italo americani che si arruolarono nella forze armate statunitensi («Il Progresso Italo-Americano», New York, 24 dicembre 1941).

Anche giovani donne italo-americane contribuirono alla sforzo bellico statunitense arruolandosi nei corpi ausiliari dell'esercito statunitense («Il Progresso Italo-Americano», New York, 22 marzo 1943).

Joe Di Maggio, stella del baseball americano è chiamato sotto le armi («Il Progresso Italo-Americano», New York, 18 febbraio 1943).

Le famiglie italo-americane fra le due guerre erano piuttosto numerose. Questo fece sì che molti fratelli venissero arruolati nell'esercito statunitense. Un fattore che giocò a favore della lealtà e del patriottismo degli italo-americani («Il Progresso Italo-Americano», New York, 6 settembre 1944).

Nick Bosco, italoamericano di New York trasferito da anni a Honolulu, è tra i superstiti di Pearl Harbor («Il Progresso Italo-Americano», New York, 15 dicembre 1941).

Giuseppe Zappalà, soldato di Roslindale, è tra i primi italo-americani caduti in guerra durante l'attacco di Pearl Harbor («Il Progresso Italo-Americano», New York, 17 dicembre 1941).

Antonio (Tony) Basciano, nato a Rocca San Giovanni (Chieti) nel 1921 ed emigrato con la famiglia in Canada, fu uno dei primi italo-canadesi di Peterborough, Ontario, ad arruolarsi volontario nell'esercito canadese (Ritratto di Tony Basciano, gentile concessione di Gina Basciano Martin).

Tony Basciano (sulla destra) durante il suo periodo di addestramento nel campo militare di Borden (gentile concessione di Gina Basciano Martin).

5. COMBATTENTI SU TUTTI I FRONTI
Soldati alleati di origine italiana furono impiegati su tutti i fronti mondiali contro le potenze dell'Asse,  dal Pacifico al Nord Africa fino a giungere al cuore dell'Europa. Fra gli italo-americani in particolare, alcuni caddero già il 7 dicembre 1941 durante l'attacco giapponese alla flotta navale americana di stanza a Pearl Harbor (presso le Isole Hawaii), altri versarono il loro sangue in Normandia nel 1944, contribuendo ad aprire la strada verso l'occupazione della Germania. Nella foto: Albert F. Pishioneri, soldato italoamericano durante il suo addestramento (Albert F. Pishioneri, "Me, Mom, and World War II", Bloomington, Author House 2008).
Sul fronte del Pacifico
Fra i molti soldati alleati di origine italiana che prestarono servizio si distinse John Basilone, figlio di campani stanziatisi a Raritan (in New Jersey), che ottenne la Medaglia d'Onore per le sue azioni in combattimento a Guadalcanal, nel Pacifico. Basilone, celebrato negli Stati Uniti come un eroe, morì combattendo i giapponesi a Iwo Jima, venendo sepolto presso il Cimitero nazionale di Arlington (Virginia). Nella foto: il Sergente dei Marine John Basilone («La Rivista Illustrata de Il Progresso Italo-Americano», New York, 19 settembre 1943).

Il sindaco italo-americano di New York Fiorello La Guardia riceve il sergente Basilone («Il Progresso Italo-Americano», New York, 5 settembre 1943).

Soldati italo-americani a riposo sul fronte del Pacifico: tra di loro (al centro) il soldato Edward Foglia e (a destra) il soldato Pietro Giuniperi («Il Progresso Italo-Americano», New York, 26 agosto 1944).

Ufficiali italo-americani partecipano alla sanguinosa battaglia di Guadalcanal («Il Progresso Italo-Americano», New York, 3 novembre 1942).

I cugini Alessandroni si incontrano sul fronte del Pacifico («Il Progresso Italo-Americano», New York, 15 ottobre 1944).

Il Capitano Leo Checchi, italiano originario di Livorno, nella sua uniforme della Australian Imperial Forces (Italian Historical Society, Melbourne).

Joe e Pasquale Faiella, due fratelli italo-australiani arruolati nelle forze armate australiane durante la Seconda Guerra Mondiale (Italian Historical Society, Melbourne).

Profili di soldati di origine italiana in servizio nell'esercito degli Stati Uniti durante la Seconda Guerra Mondiale («La Rivista Illustrata de Il Progresso Italo-Americano», New York, 13 giugno 1943).

Truppe alleate sul fronte nordafricano
L'occupazione del territorio nordafricano da parte delle forze armate alleate costituì l'anticamera del successivo sbarco in Sicilia. Fu in questa occasione che nei due opposti schieramenti si fronteggiarono per la prima volta anche soldati italiani del Regio esercito e anglo-americani di origine italiana. Accadde talvolta che soldati italiani, catturati in Nord Africa dalle truppe anglo-americane, fossero portati come prigionieri negli Stati Uniti, dove ebbero occasione di ricevere la visita di parenti emigrati oltreoceano. Nella foto: il soldato italo-americano Patti sul fronte africano («Il Progresso Italo-Americano», New York, 29 marzo 1943).

Soldati italo-americani sul fronte nordafricano («Il Progresso Italo-Americano», New York, 1 giugno 1943).

Discendenti di italiani in guerra nella terra di origine
Nel settembre 1943, dopo l'invasione alleata della Sicilia e la caduta del regime fascista, il nuovo governo italiano guidato dal generale Pietro Badoglio firma l'armistizio con gli Alleati. È l'inizio della campagna d'Italia per la liberazione del paese dall'occupazione nazifascista. Fra i soldati alleati di origine italiana che combatterono contro le potenze dell'Asse ve ne fu una parte che prestò servizio proprio nella terra di origine, in particolare italo-americani, italo-canadesi e italo-brasiliani. Fra questi la guerra nel paese degli avi provocò reazioni diverse. Vi fu chi temeva di essere costretto a combattere contro parenti e amici. E' il caso di Antonio (Tony) Basciano, italo-canadese impiegato sul fronte italiano che aveva un fratello arruolato nell'esercito italiano. Alcuni aviatori italo-americani, come Frank Bartolomei - i cui genitori erano emigrati da Maresca (Pistoia) verso Pittsburgh in Pennsylvania -, cercarono di evitare di prendere parte a missioni aeree in cui era stato comandato loro di bombardare i paesi di origine. Altri ancora, consapevoli della propria responsabilità di contribuire allo sforzo bellico degli Alleati contro i fascismi italiano e tedesco, non ebbero remore a combattere in Italia. Tuttavia, per la maggior parte di coloro che prestarono servizio in Europa con le uniformi degli eserciti alleati l'incontro con l'Italia e la popolazione italiana rappresentò un'esperienza assai forte. OAlcuni italo-americani in Italia ebbero anche un ruolo di gestione dei territori occupati. E' ad esempio il caso di Charles Poletti, governatore alleato della Sicilia e poi di Napoli, Roma e Milano.  Nella foto: le bandiere di Stati Uniti e Italia sanciscono l'armistizio di Cassibile dell'8 settembre 1943 («Rivista Illustrata de Il Progresso Italo-Americano», New York, 12 settembre 1943).

Dopo la firma dell'armistizio tra Italia e Alleati, nelle Littles Italies statunitensi si ebbero numerose manifestazioni di giubilo. Vivo era il desiderio che l'Italia uscisse presto dalla guerra («Il Progresso Italo-Americano», New York, 9 settembre 1943).

Il marinaio Anthony Corrente (seduto a sinistra) ad Anzio («Il Progresso Italo-Americano», New York, 9 maggio 1944).

Il soldato Robert G. Perriello promosso maggiore dopo lo sbarco ad Anzio (Silvano Casaldi, "Gli uomini dello sbarco – Anzio/Nettuno 22 gennaio 1944", Roma, Edizioni Herald 2006).

Il soldato italo-americano Stephen M. Messineo ucciso durante lo sbarco di Anzio (National WWII Memorial Washington D.C. - www.wwiimemorial.com).

Rocco Siciliano, futuro assistente del Presidente Dwight D. Eisenhower, in Italia durante la Seconda Guerra Mondiale (Rocco Siciliano,"Walking on sand: the story of an immigrant son and the forgotten art of public service", Salt Lake City, University of Utah Press 2004).

Molti soldati italo-americani rimasero colpiti dalla città d'arte toscane («Il Progresso Italo-Americano», New York, 13 febbraio 1945).

Il capitano italo-americano Dominic Salvatore “Don” Gentile, eroe di guerra, in un campo d'aviazione alleato in Italia («Il Progresso Italo-Americano», New York, 13 aprile 1944).

Il capitano "Don" Gentile insignito dal Generale Kenneth B. Wolfe della Oak Leaf Cluster («Il Progresso Italo-Americano», New York, 15 agosto 1944).

Il Sergente Carl Graziano è radiotelegrafista e cannoniere in un gruppo di bombardieri di stanza in Italia («Il Progresso Italo-Americano», New York, 9 agosto 1944).

L'italo-canadese Antonio (Tony) Basciano (il secondo da sinistra) lascia nel 1940 il campo di addestramento di Camp Borden, diretto in Europa. Dopo un primo periodo in Inghilterra, Basciano verrà mandato a combattere in Italia. Questa destinazione provocò in lui sensazioni contrastanti: da un lato il privilegio di poter combattere per la liberazione della sua terra natia, dall'altro la paura di doversi scontrare militarmente con i suoi connazionali. Per di più Basciano sapeva che un suo fratellastro era arruolato nell'esercito italiano. In Italia, Basciano prese parte alle battaglie di Ortona e di Cassino (gentile concessione di Gina Basciano Martin).

Il caporale italo-brasiliano José Militelo è tra i soldati che dal 1944 combatterono in Italia col Corpo di Spedizione Brasiliano (Força Expedicionária Brasileira). Il padre Antonio dal Brasile gli manda un saluto tramite il giornale della FEB («O Globo Expedicionario», Rio de Janeiro, 7 settembre 1944).

Cássio Abranches Viotti, soldato italobrasiliano che combatté in Italia con il corpo di spedizione brasiliano. Il suo bisnonno, Francesco Viotti, era emigrato in Brasile alla metà dell'Ottocento da Genova (Cássio Abranches Viotti, "Crônicas de Guerra. A Força Expedicionária na Itália" O Lutador, Belo Horizonte 1998).

Parenti e amici
Durante la campagna d'Italia molti soldati oriundi visitarono, alcuni per la prima volta, i paesi dei genitori e dei nonni. Qui ebbero modo di incontrare membri della propria famiglia. Forti furono i legami che si crearono con le popolazioni italiane, come nel caso delll'italo-brasiliano Miguel Garófalo. Alcuni trovarono persino l'amore, come il soldato italo-americano Mario Piccirilli, che a Livorno incontrò la sua futura sposa, Marisa Petrucci. Mentre una parte di questi soldati tornò nei paesi d'adozione, talvolta  con medaglie al valore, altri trovarono invece la morte nella terra di origine. Nel cimitero militare americano di Nettuno e in quello di Firenze sono sepolte decine di combattenti di origine italiana. A questi si aggiungono soldati canadesi commemorati nei cimiteri del Commonwealth sparsi sul territorio italiano e quelli brasiliani presso il Monumento votivo militare brasiliano di Pistoia. Nella foto: il soldato italo-americano Nick Santarelli in Sicilia («Rivista Illustrata de Il Progresso Italo-Americano», New York, 15 agosto 1943).

Il soldato Anthony Caponi incontra i suoi paesani in Abruzzo (Anthony Caponi, "Voice from the Mountains: a Memoir", Minneapolis, Nodin Press, 2002).

Vincent J. Crivello incontra delle sue parenti in Sicilia («Il Progresso Italo-Americano», New York, 18 novembre 1943).

Il soldato Enrico Caruso incontra per la prima volta i propri parenti in Italia («Il Progresso Italo-Americano», New York, 20 novembre 1943).

Il soldato italo-americano Gino Piccirilli incontra a Livorno la compagna di una vita (per gentile concessione della famiglia Piccirilli).

Il soldato italoamericano Gino Piccirilli e la giovane livornese Marisa Petrucci si sposano in Italia (per gentile concessione della famiglia Piccirilli).

Sul fronte europeo
Soldati alleati di origine italiana contribuirono alla liberazione del continente europeo e all'occupazione della Germania. Fra essi alcuni parteciparono allo sbarco in Normandia del 6 giugno 1944, presero parte ai raid aerei sulle città tedesche e combatterono sugli altri campi di battaglia europei. Altri ancora, come il soldato italo-americano Nick Mustacchio (autore di "Prisoner of War and Peace", Raleigh, Pentland Press 1999) vissero invece il dramma della prigionia nei campi di detenzione tedeschi. Nella foto: l'italo-canadese Ernesto Marchese protagonista della battaglia di Dieppe in Francia («La Vittoria», Toronto, 7 novembre 1942).

Il soldato italo-americano Augustus D. Labate caduto durante lo sbarco in Normandia (National WWII Memorial Washington D.C. - www.wwiimemorial.com).

Bombardieri italo-americani in missione su Berlino («Il Progresso Italo-Americano», New York, 11 marzo 1944).

Il soldato italo-americano Perry J. Novelli caduto in Polonia (National WWII Memorial Washington D.C. - www.wwiimemorial.com).

Il capitano italo-americano Sam Alfred Mauriello protagonista di numerose missioni aeree sui cieli della Germania («Il Progresso Italo-Americano», New York, 18 febbraio 1943).

Il Sergente Victor P. Intoccia, di origine toscana da parte di madre, prigioniero di guerra in Germania («Il Progresso Italo-Americano», New York, 14 novembre 1943).

LA GUERRA VOLGE AL TERMINE

Il tenente italoamericano Fred J. Olivi, co-pilota a bordo del bombardiere B-29 "Bockscar", che sganciò l'atomica su Nagasaki il 9 agosto 1945. Olivi era nato a Pullman, vicino a Chicago nel 1922, ma i suoi genitori erano nativi di Corsanico nei pressi di Viareggio, in Toscana. Olivi, fino alla sua morte avvenuta nel 2004, difese sempre la scelta dei comandi americani di sganciare l'atomica sul Giappone, decisione ritenuta necessaria per terminare rapidamente la guerra (Fred Olivi,"Nakasaki per scelta o per forza. Il racconto inedito del pilota italo-americano che sganciò la seconda bomba atomica", Milano, FBE, 2009).

6. MEMORIA E PACE
Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, la costruzione di una nuova e duratura cultura di pace passò anche attraverso la rielaborazione di una memoria pubblica del conflitto e delle sue tragedie. In Italia la memoria del passaggio delle truppe alleate risiede soprattutto nelle decine di cimiteri del Commonwealth sparsi nel territorio nazionale, nel Sacrario Militare Brasiliano di Pistoia, oltre che nei due grandi Cimiteri statunitensi di Firenze e Nettuno. Testimonianza della lotta contro i fascismi, sono centinaia le tombe di soldati i cui cognomi indicano una origine italiana. Nei decenni successivi alla guerra questi cimiteri sono stati meta di pellegrinaggi di migliaia di veterani degli eserciti alleati, inclusi quelli di origine italiana che hanno così reso ancora una volta omaggio alla terra dei loro avi. Nella foto: il Florence American Cemetery (American Battle Monument Commission - www.abmc.gov).
Nel corso della campagna d'Italia, numerosi soldati italo-americani prestarono servizio entro l'Office of Strategic Services (OSS), il servizio d'intelligence militare statunitense, al cui interno, già in vista dello sbarco alleato in Sicilia, era stata creata una specifica sezione italiana coordinata dal siculo-americano Max Corvo. Tra le numerose missioni portate a termine nella penisola dagli uomini dell'OSS, rimase tristemente nota l'Operazione Ginny del 22 marzo 1944. Nel tentativo di sabotare la linea ferroviaria Pisa-Genova 15 militari statunitensi, gran parte di origine italiana, vennero infatti catturati dai nazifascisti e successivamente fucilati. Alcuni di loro sono oggi sepolti e commemorati nel Cimitero Americano di Firenze. Nella foto: il sepolcro di Rosario F. Squatrito, uno dei caduti della missione Ginny (gentile concessione del Florence American Cemetery).

Il sepolcro del soldato italo-americano John J. Leone presso il Cimitero Americano di Firenze. Membro dell'OSS, Leone partecipò alla Operazione Ginny, a seguito della quale venne catturato e fucilato dai tedeschi (gentile concessione del Florence American Cemetery).

Il sepolcro di Angelo Sirico, un altro dei soldati dell'OSS caduto in seguito all'Operazione Ginny, al Cimitero Americano di Firenze (gentile concessione del Florence American Cemetery).

A ricordo della tragica missione Ginny del 22 marzo 1944, il comune di Ameglia (La Spezia) ha posto nel 1990 una targa commemorativa dei 15 soldati fucilati (gentile concessione dell'American War Memorials Overseas).

Lapide commemorativa di Fábio Pavani, soldato brasiliano di presunta origine italiana, fra i 462 brasiliani caduti in Italia e commemorati presso il Monumento votivo militare brasiliano di Pistoia (per gentile concessione di Mario Pereira).

Lapide commemorativa di Geraldo Berti, soldato brasiliano di presunta origine italiana (Monumento votivo militare brasiliano di Pistoia; per gentile concessione di Mario Pereira).

Nel documento si dà notizia di un pellegrinaggio nel 1952 di un gruppo di veterani della Quinta Armata statunitense sui campi di battaglia italiani (Archivio Storico-Diplomatico del Ministero degli Affari Esteri, Roma).

Il soldato James De Pino commemorato come caduto di guerra al National WWII Memorial Washington D.C. (www.wwiimemorial.com).

Negli Stati Uniti, la memoria di molti soldati italo-americani viene ricordata nell'Italian-American Veterans Museum and Library di Stone Park in Illinois (foto di John Haubert).

Memorie private
Sono decine le testimonianze di soldati alleati con discendenti italiani - specialmente italo-americani - raccolte in volumi di memorie, oppure in interviste orali. Queste rammentano la drammaticità della guerra e la volontà dei combattenti di lasciarsi presto alle spalle un periodo tragico dell'umanità, per promuovere una cultura di pace.  Nella foto: le memorie di prigionia del combattente italo-americano Anthony N. Iannarelli ("The Eighty Thieves: American P.O.W.s in World War II Japan" San Diego, Patriot Press, 1991).

Memorie di Daniel J. Petruzzi, combattente italo-americano in Italia (Daniel J. Petruzzi, "My War Against The Land of My Ancestors", Irving, Fusion Press 2000).

La storia di Rosario F. Squatrito (Joseph Squatrito, "Code Name Ginny: A Hero's Story", New York, Forever Free Pub., 2002)

Già durante la guerra il romanzo di John Hersey "Una campana per Adano" (vincitore nel 1945 del Premio Pulitzer) aveva reso omaggio all'esperienza bellica degli italo-americani. Vi si narra infatti la storia del maggiore Victor Joppolo durante l'occupazione alleata della Sicilia (John Hersey, "Una campana per Adano" Roma, Castelvecchi Editore, 2013).

L'esperienza della guerra rimane viva nella memoria del veterano Miguel Garófalo. Figlio di emigranti avellinesi in Brasile, Miguel prestò servizio in Italia con la Força Expedicionária Brasileira. Ancora oggi Garófalo partecipa attivamente a celebrazioni del contributo bellico brasiliano alla lotta contro il nazifascismo (gentile concessione di Miguel Garófalo).

Antonio (Tony) Basciano in uniforme da veterano dell'esercito canadese. Basciano, dopo la fine della guerra, tornò molte volte in Italia con i propri parenti e con i veterani della Royal Canadian Legion. In queste occasioni si recò a visitare i campi di battaglia sui quali aveva combattuto, oltreché il proprio paese natio (gentile concessione di Gina Basciano Martin).

La memoria sugli schermi
Anche Hollywood ha contribuito alla memoria dei soldati alleati di origine italiana. Tali combattenti sono presenti in pellicole come "Da qui all'eternità" (Fred Zinnemann, 1953), film vincitore di otto Premi Oscar in cui Frank Sinatra interpreta il soldato Angelo Maggio. Ma anche in epopee belliche come "Salvate il Soldato Ryan" (Steven Spielberg, 1998) e nelle miniserie televisive "The Pacific" e "Band of Brothers", prodotte dal regista Steven Spielberg e dell'attore Tom Hanks per l'emittente HBO. Anche il cinema italiano mantiene tracce del passaggio in Italia di combattenti di origine italiana con gli eserciti alleati. E' il caso del capolavoro di Roberto Rossellini "Paisà" (1946) e di "La Notte di San Lorenzo" (Paolo e Vittorio Taviani, 1982). Nella foto: soldati americani in Sicilia  «La Rivista Illustrata de Il Progresso Italo-Americano», New York, 29 agosto 1943). Anche la documentaristica americana e italiana si è occupata dell'argomento. In particolare,  "5,000 Miles from Home: The Untold Story of Chicago's Italian Americans and World War II" (2009) racconta l'esperienza bellica dei soldati di Chicago di origine italiana. "Fighiting Paisanos" (2013) del regista Marco Curti, narra il passaggio in Italia di quattro soldati americani di etnia italiana.

Copertina del documentario "5,000 Miles from Home: The Untold Story of Chicago's Italian Americans and World War II" (2009) prodotto dall'Italian American Veterans Museum and Library di Stone Park, Illinois (gentile concessione dell'Italian American Veterans Museum and Library di Stone Park, Illinois).

Eugenio (Gene) Giannobile, uno dei protagonisti del documentario di Marco Curti "Fighting Paesanos". Fuggito negli Stati Uniti dall'Italia con la famiglia per sottrarsi alle persecuzioni del fascismo, durante la Seconda Guerra Mondiale Giannobile si arruolò nell'esercito statunitense e fu mandato a combattere nella sua terra d'origine (snapshot del documentario "Fighting Paesanos", gentile concessione di Marco Curti).

Foto e ricordi di Eugenio Giannobile al tempo della campagna d'Italia (snapshot del documentario "Fighting Paesanos", gentile concessione di Marco Curti).

Frank Monteleone, nato a New York da famiglia di origini siciliane, combatté anch'egli in Italia contro i nazifascisti (snapshot del documentario "Fighting Paesanos", gentile concessione di Marco Curti).

Louis Zamperini: l'uomo della riconciliazione
Hollywood ha reso omaggio anche al noto soldato italo-americano Louis Zamperini, la cui storia è raccontata nel film "The Unbroken" (Angelina Jolie, 2014), ispirato al libro di Laura Hillebrand, "Sono ancora una uomo. Una storia epica di resistenza e coraggio" (ed. it. Milano, Mondadori 2012). Velocista olimpionico a Berlino nel 1932, Zamperini servì nell'aviazione statunitense. Dopo un incidente aereo nel Pacifico, sopravvisse in mare per settimane prima di essere preso prigioniero dai giapponesi. Internato su territorio nipponico fu sottoposto ad incredibili angherie da parte dei suoi carcerieri. Nel dopoguerra, Zamperini è divenuto simbolo di pacificazione con gli ex nemici, avendo perdonato pubblicamente i suoi aguzzini. In segno di riconciliazione, all'età di ottantuno anni ha portato la torcia olimpica ai Giochi olimpici invernali del 1998 di Nagano, in Giappone. Nella foto: Lou Zamperini promosso a Tenente Aviatore («La Rivista Illustrata de Il Progresso Italo-Americano», New York, 23 agosto1942).

Lou Zamperini venne scelto come tedoforo in cinque diverse Olimpiadi. Nella foto è ai giochi di Los Angeles del 1984 (Laura Hillebrand, "Sono ancora un uomo. Una storia epica di resistenza e coraggio", Mondadori, Milano 2012).

Istituto Storico della Resistenza in Toscana
Riconoscimenti: storia

La presente esposizione e il materiale raccolto sono il risultato di una più ampia ricerca sviluppata dall'Istituto Storico della Resistenza in Toscana su progetto della Consulta dei Toscani all'Estero (Toscani nel Mondo) - Regione Toscana.

Curatori della mostra: Matteo Pretelli, Francesco Fusi

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
In alcuni casi, la storia potrebbe essere stata realizzata da una terza parte indipendente; pertanto, potrebbe non sempre rappresentare la politica delle istituzioni (elencate di seguito) che hanno fornito i contenuti.
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