Case notevoli e palazzi nobiliari

Mantova Museo Urbano Diffuso

Il panorama urbano della città di Mantova è punteggiato da numerosi palazzi nobiliari, talvolta di grande mole, le cui facciate di stili ed epoche diverse movimentano i percorsi della capitale gonzaghesca. A questi si aggiungono abitazioni più semplici, spesso di famiglie mercantili, che espongono rilevanti tracce di apparati decorativi, molto spesso di gusto fancelliano. Così, alla magnificenza della Corte e ai numerosi edifici di culto si aggiungono le testimonianze del fasto privato delle antiche casate.

Casa del mercante
La magnifica casa che appare sull’angolo tra Piazza Mantegna e Piazza Erbe, e mostra la sua facciata verso Piazza Erbe, venne edificata nel 1455 avendo come committente la famiglia brianzola da Concorezzo, in cui si distinguevano soprattutto le figure del padre Bertone e del figlio Giovanni Boniforte. Questi mercanti lanieri erano giunti a notevole ricchezza dopo il loro trasferimento in città. I buoni rapporti con la Corte Gonzaga, e in particolare con il marchese Ludovico, li spinsero a concepire questa singolare dimora, che ancora oggi spicca nel centro storico, a quel tempo sottoposto ad incisivi interventi urbanistici.

Sulle architravi del portico a quattro colonne, con bellissimi capitelli fioriti, appaiono le iscrizioni che testimoniano l’anno di costruzione e il nome del proprietario. Nei medesimi capitelli troviamo gli stemmi della famiglia, in particolare la Z e la B di Zoan Boniforte. Ma la bellezza della casa consiste nella strana unione tra una facciata decorata da gentili terracotte che uniscono i motivi veneziani a quelli toscani, e il solido portico in cui trionfa il Rinascimento. In particolare, i due ordini di tre finestre ciascuno, che si aprono sopra un motivo ad archetti gotici, rappresentano certamente una singolarità nel panorama artistico mantovano, presentando quasi un’aura quasi orientaleggiante.

Notevole è la fascia marmorea scolpita sull’architrave, che mostra una raffinata decorazione floreale alternata ad altre minuscole immagini.

Casa della Beata Andreasi
Al numero 9 di via Frattini, nell’antica contrada del Cervo, a fianco del Palazzo Valenti Gonzaga, si apre la casa della Beata Osanna Andreasi. Si tratta di una costruzione quattrocentesca, divenuta dimora dell’importante famiglia Andreasi attorno al 1470. Venne poi nel 1780, per via ereditaria, a cadere sotto la proprietà dei Conti Magnaguti. Il conte Alessandro Magnaguti la donò morendo alla Provincia Domenicana di Bologna. Oggi, divenuta museo, viene gestita dall’Associazione per i Monumenti Domenicani di Mantova, che la cura e la apre. Osanna Andreasi (Carbonarola, 1449 – Mantova, 1505) fu una terziaria domenicana circonfusa di santità e beatificata nel 1694, dopo che il culto era stato concesso già nel 1515. La sua importanza è duplice: da un lato la fede, le opere di bene, le stigmate che ella ricevette ne segnano il cammino terreno e spirituale; dall’altro, la sua vicinanza con la casa Gonzaga, di cui era anche lontana parente, ed in particolare con il marchese Francesco e la sposa Isabella d’Este, fanno di lei un’importante guida religiosa della dinastia.

La facciata della casa è di chiara impronta fancelliana, ritmata dunque dalle caratteristiche finestre rettangolari che si aprono sulla superficie rosata. All’interno, su vari piani, si aprono stanze in parte ornate da decorazioni mantegnesche o da più tarde grottesche, ricche delle testimonianze terrene della vita della Beata. Il cortile, segnato da un ampio portico isolato, è stato ricondotto dalle mani premurose degli associati a giardino rinascimentale, scegliendo piante opportune. Il complesso rappresenta dunque una vera e completa dimora rinascimentale dal fascino e dalla quiete impagabili, luogo di incontri culturali frequenti e diversi. Qui vennero girate anche alcune scene del film del 2001 di Ermanno Olmi “Il mestiere delle armi”, che narrava episodi della vita di Giovanni delle Bande Nere.

Casa di via Franchetti 13
Questa casa in una via minore della città, un tempo detta della Croce Bianca, testimonia come fossero diffuse le decorazioni fancelliane, che utilizzavano la terracotta per disegnare elementi delle facciate. Ci troviamo di fronte, all’ultimo piano del caseggiato, ad una fascia di colonnine scanalate con finti capitelli fioriti che ingentilisce l’aspetto complessivo dell’abitazione, per quanto l’opera sia più rozza rispetto ad altri ambiti nobiliari. Tuttavia, è da notare che in questa costruzione, tra Quattrocento e Cinquecento, sorgeva un ufficio del governo cittadino che ospitava anche delle carceri. Qui sembra che svolgesse le proprie funzioni Mario Equicola (1470, Alvito – 1525, Mantova), umanista,scrittore e segretario di Isabella d’Este.

Anche all’interno dell’abitazione troviamo la medesima tipologia decorativa, che un tempo era l’elemento costitutivo di una facciata che dava anch’essa verso l’esterno. Notevole in questo caso è la grande finestra fancelliana riadattata oggi a porta.

Palazzo Arrivabene
Il Palazzo dei conti Arrivabene, tra le più illustri e longeve famiglie mantovane, che parte dei fratelli Giovanni e Giovan Pietro nel quindicesimo secolo per arrivare al patriota Giovanni nel diciannovesimo secolo, è uno dei più imponenti della città. Oggi si estende tra il numero 14 dell’omonima via e il numero 18 di via Fratelli Bandiera, perpendicolare alla prima. Un tempo, invece, nella sua massima estensione, inglobava molti altri edifici su una strada e sull’altra, che oggi vivono esistenza e modi architettonici diversi. Restaurato nel primo decennio degli anni duemila, presenta un aspetto rinascimentale fondamentalmente toscano e fancelliano. Suo elemento distintivo è la torre angolare in cui si aprono belle finestre che ritmano, insieme ai marcapiani e al balcone, la vasta superficie ora caratterizzata dal colore rossastro.

Il Palazzo venne arricchito nel tempo e quindi si svolge secondo stili artistici diversi. Nelle sale e nei saloni si alternano dunque affreschi quattrocenteschi ad altri seicenteschi e settecenteschi. Nella dimora seguente in via Fratelli Bandiera, un tempo parte delle proprietà Arrivabene, si apre una grandiosa volta affrescata da Giuseppe Bazzani. Così il cortile quadrato, che si raggiunge passando da un portale del Settecento, è di disegno fancelliano con capitelli quattrocenteschi nella loggia; altre decorazioni del medesimo cortile rimandano invece al Geffels. All’esterno, sull’angolo fra le due vie, un pilastro marmoreo reca il simbolo del serpente che si avvolge intorno ad una lancia, mentre un’epigrafe ci racconta la fondazione del luogo: “I fratelli Giovanni e Giovan Pietro Arrivabene, unanimi, per sé e per il carissimo figlio Alessandro e i nipoti, vivi di questa casa posero le fondamenta nell’anno della salvezza 1481…”

Il grande balcone, certamente rinascimentale, è adornato da una bella balaustra in ferro settecentesca. Lo reggono cinque mensole finemente cesellate da motivi vegetali.

Casa di via Frattini 5
Questa bella casa fancelliana, appartenuta alla famiglia dei Valenti Gonzaga dal 1690 in poi, presenta le consuete decorazioni rinascimentali attribuibili al maestro toscano ma, fatto unico in città, espone anche in cinque nicchie, tra finte semicolonne, altrettante statue che ritraggono la Vergine, l’Angelo annunciante e tre santi. L’altissima qualità delle medesime, ora presenti in copia sulla facciata perché ospitate nel Museo della Città, indusse il Paccagnini a ritenere che la mano di Andrea Mantegna avesse preso parte alla loro preparazione.

L’equilibrio della facciata e delle sue quattro finestre viene completato dal coronamento delle statue, separate tra loro da quattro spazi rettangolari in cui spiccano aperture circolari.

Palazzo della Dogana
La storia dell’imponente facciata che si apre al numero 27 di via Pomponazzo è particolarmente curiosa. Essa nasce al tempo del trasferimento della Dogana e di altri edifici pubblici nell’ex convento del Carmine, di impianto quattrocentesco. La trasformazione avviene ad opera dell’architetto Paolo Pozzo (Verona, 1741-Mantova, 1803) che nel 1771 stabilì la sua dimora in città, compiendo nella medesima numerosissimi rifacimenti relativi al suo patrimonio storico. Egli tuttavia volle impreziosire la sua opera trasportando come ornamento della nuova Dogana l’antico portale marmoreo, sito nella vecchia sede di piazza Broletto, probabilmente opera del 1538 di Giulio Romano. Il portale è di ordine ionico con basi corinzie delle semicolonne, con facchini incastrati nei pennacchi dell’arco. Notevole è invece nell’insieme della facciata la ripresa neoclassica di suggestioni giuliesche, rese statiche da un’intenzione scenografica che non corrisponde più alla ricerca continua del movimento.
Casa del Bertani
La dimora di Giovanni Battista Bertani, allievo di Giulio Romano e Prefetto delle Fabbriche dopo la sua morte, mostra la propria particolare facciata in via Trieste 8. Il Bertani scelse questa come sua abitazione ristrutturando un edificio preesistente e facendo in modo che tutti i cittadini potessero comprendere gli studi a cui era rivolto. Egli infatti pose ai lati dell’ingresso due semicolonne di ordine ionico, puramente decorative e illustrative. Mentre quella di sinistra è posizionata come di costume, la seconda offre alla vista la sua parte interna. Questo dettaglio causò una certa apprensione nel popolo che vide nella bizzarria un intento maligno, tanto più che il Bertani venne processato dall’Inquisizione nel 1567, sotto l’accusa di aver aderito al Protestantesimo, e fu quindi costretto ad una pubblica abiura.

Nella sezione del finto basamento della semicolonna rovesciata Bertani volle fossero riportate le sue specifiche architettoniche, quasi un manuale di istruzioni squadernato davanti al pubblico. Accanto alle finestre del piano terreno appaiono anche due epigrafi con citazioni del De Architectura di Vitruvio, che vennero commentate dal Bertani medesimo nel suo libro “Degli oscuri e difficili passi dell’opera ionica di Vitruvio”.

Casa di Giulio Romano
In via Carlo Poma al numero civico 18 si apre la casa che Giulio Romano scelse come abitazione e che ristrutturò da edifici preesistenti, creando una facciata che, seppur rimaneggiata nel diciannovesimo secolo, si impone come lascito finale del suo genio. La complessità del disegno rivela pur nel suo apparente rigore la fantasia dell’artefice. Elemento fondamentale è il bugnato che ricopre tutta la superficie, la quale viene ritmata al primo piano da finestre ad edicola delimitate da archi. Sulla porta d’ingresso da notare il timpano incompleto che viene creato a partire dalla cornice che al centro si spezza.

Sopra l’ingresso si apre una nicchia in cui trova spazio una statua del dio Mercurio ricavata da un marmo classico originale, probabilmente restaurata da Primaticcio (allievo di Giulio, Bologna 1504- Parigi 1570). Mascheroni quasi irridenti spuntano all’apice dei timpani delle finestre, dentro gli archi. Certamente la decorazione della casa, di cui si ignora ancora l’esatto numero di porte e finestre originarie, era ravvivata da colori, tanto che il Vasari la descrive come: “facciata fantastica, tutta lavorata di stucchi coloriti”. L’abitazione è oggi di proprietà privata. Anche l’interno è ragguardevole: il salone centrale con camino cinquecentesco è ad esempio impreziosito da affreschi di allievi di Giulio.

Palazzo di Giustizia, un tempo Palazzo Guerrieri
Il palazzo di via Poma oggi sede del Tribunale di Mantova venne fatto erigere da Giovanni Battista Guerrieri dal 1599 al 1603. Fu poi venduto ad un ramo dei Gonzaga, quindi passò ulteriormente di mano, finché giunse al Comune di Mantova nell’Ottocento. L’autore pare essere Antonio Maria Viani, in quel tempo prefetto delle fabbriche dei Gonzaga. Spicca nella grande facciata esterna la presenza di figure gigantesche di gusto grottesco. Sono personaggi sia maschili che femminili, inseriti in falsi pilastri, che sembrano sostenere con le loro spalle possenti la parte superiore dell’edificio.

Il gusto di Antonio Maria Viani tende ad alleggerire anche le apparenze architettoniche più complesse. Nel Palazzo Guerrieri l’effetto è ottenuto unendo gli elementi geometrici delle finestre e delle altre decorazioni sagomate all’espressività immobile delle figure fantastiche, quasi demoniache.

Palazzo detto del Rabbino
Posto al numero 54 dell’odierna Via Bertani, faceva parte a pieno titolo del Ghetto di Mantova ovvero la zona in cui viveva la fiorente comunità ebraica della città. Si tratta certamente di una dimora molto antica, ricostruita la prima volta nel Quattrocento, che poi prese aspetto attuale nella seconda metà del Seicento. La facciata, mossa da diversi elementi, viene attribuita al fiammingo Frans Geffels (1625, Anversa – 1694, Anversa). Egli fu il prefetto delle fabbriche ducali gonzaghesche, dal 1663 in poi. Progettò diverse costruzioni cittadine, tra cui forse questa, terminata probabilmente intorno al 1680. Si ritiene che il rinnovamento seicentesco venne commissionato da qualche ricca famiglia ebraica. L’alternarsi di elementi architettonici diversi rende particolarmente affascinante questa facciata. In particolare il portale marmoreo è sovrastato da un bel barcone con una caratteristica ringhiera di ferro.

La decorazione delle finestre è quasi di gusto spagnolo, e dimostra quanto l’evoluzione dello stile barocco tendesse sempre più verso la raffinatezza formale dei particolari.
Ma la fantasia dell’architetto si esplica soprattutto nei pannelli a stucco che rappresentano paesaggi stilizzati di città, forse reali, forse fantastiche.

Ecco uno dei pannelli che mostra la veduta di una città, vagamente simile a Mantova. Alcuni studiosi hanno avanzato l’ipotesi che i luoghi qui descritti corrispondessero in gran parte a riferimenti a città citate in vario modo nella Bibbia.

Palazzo Sordi
La grande facciata appare al numero 23 di via Pomponazzo, e si erge maestosa. I colori chiari, riportati alla luce da un eccellente restauro, esaltano il suo volume, frutto dell’ingegno dell’architetto fiammingo Frans Geffels (1625, Anversa – 1694, Anversa). La stessa facciata è dominata da un sopralzo centrale, corrispondente alla sala da ricevimento. Il bugnato si alterna alle superfici lisce, il portale è associato ad un balcone marmoreo. Sopra questo balcone, all’interno i un timpano arricchito da graziosi finti capitelli, appare un tondo recante una bella Madonna con il Bambino, opera dello stuccatore della Val d’Intelvi Gian Battista Barberini.

Ecco una veduta più ravvicinata della bella Madonna con il Bambino che orna lo spazio sopra il balcone marmoreo. Notevole è il gesto patetico della Vergine.

Nell’edicola sull’angolo destro del Palazzo appare il busto del committente Benedetto Sordi, alto dignitario della Corte dei Gonzaga.

Palazzo Valenti Gonzaga
La maestosa facciata di Palazzo Valenti appare al numero 7 di via Frattini. La famiglia committente si chiamava per l’esattezza Valenti Gonzaga, e fin dal sedicesimo secolo qui abitava. Fu Odoardo ad affidare la ristrutturazione in stile barocco all’architetto Frans Geffels. Venne mantenuto in facciata il cinquecentesco zoccolo marmoreo a punta di diamante ma vennero anche aperte nuove grandi finestre barocche, rettangolari e quadrate, che, contrastando con il colore dei mattoni grazie al bianco del loro marmo, regalano a questa dimora gentilizia il suo caratteristico aspetto.

Il grande cortile interno è certamente opera del Geffels. L’apparato decorativo mira semplicemente alla spettacolarizzazione delle superfici, alternando elementi che non hanno alcuna funzione strutturale, bensì esistono solamente nel contesto di un gioco reciproco di apparenze.

Palazzo Canossa
Il monumentale palazzo, che costituisce tutto un lato dell’omonima piazzetta, trae origine dalla ristrutturazione di un edificio cinquecentesco proprietà della famiglia Alberigi, che venne acquistato dai Canossa nel 1659. Costoro erano una stirpe di provenienza veronese, di lontanissima parentela con la celebre dinastia medioevale che resse anche Mantova. Nel diciassettesimo secolo essi ottennero dai Gonzaga il feudo di Calliano nel Monferrato e il titolo di Marchesi. Il nuovo aspetto del palazzo, che ancora oggi si mostra, è da collocare entro il 1675, anche se il portone di ingresso, caratterizzato da cani marmorei, emblemi della casata, è da situare nel settecento. Ma l’origine cinquecentesca dell’edificio è avvalorata dal fatto che l’attuale bugnato, che caratterizza entrambe le due ampie facciate, prese spunto dal sottostante bugnato di gusto giuliesco. Anche il disegno delle finestre risale in effetti all’epoca del manierismo architettonico. La costruzione nel suo complesso appare dunque una singolare unione di stilemi manieristi evoluti nell’epoca barocca.

Anche l’interno, oggi proprietà privata dopo essere appartenuto al Comune di Mantova, ha un carattere spettacolare. Lo scalone oltre il portone d’ingresso è infatti considerato uno fra i più belli d’Italia. Gli affreschi che ornavano le sale, quasi completamente perduti, erano opera del pittore bolognese Giovanni Battista Caccioli. Ritornando nella piazza, è da notare che le facciate sono movimentate da inserti con figure, paesaggi e bizzarre decorazioni geometriche. Sul fondo della piazzetta venne fatta erigere nel Settecento dagli stessi Canossa una casa con portico, che riprende i temi del palazzo, alleggerendoli.

Riconoscimenti: storia

Ideato e promosso da / Founded and Promoted by:
Mattia Palazzi (Sindaco del Comune di Mantova)
con Lorenza Baroncelli (Assessore alla rigenerazione urbana e del territorio, marketing urbano, progetti e relazioni internazionali del Comune di Mantova)

Coordinamento Scientifico / Scientific Coordinator:
Sebastiano Sali

Curatore testi e immagini / Superintendent texts and images:
Giovanni Pasetti

Foto di / Photo by:
Sara Crimella
Gian Maria Pontiroli
Alessia Lodi Rizzini

Redazione / Editors:
Erica Beccalossi
Sara Crimella
Carlotta Depalmas
Veronica Zirelli

Un ringraziamento speciale a / A special thanks to:
Paola Somenzi

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
In alcuni casi, la storia potrebbe essere stata realizzata da una terza parte indipendente; pertanto, potrebbe non sempre rappresentare la politica delle istituzioni (elencate di seguito) che hanno fornito i contenuti.
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