Kenya, Tanzania, Zanzibar: The Witchcraft Of Art

Imago Mundi

Artisti contemporanei dal Kenya, Tanzania And Zanzibar

L’estetica africana fa il suo ingresso nell’arte globale
Si dice che l’uomo africano sia un artista naturale, il risultato di un ambiente culturale vivace intriso di espressioni artistiche che possono diventare musica, linguaggio, disegno o scultura. Questa tesi non tiene conto dell’isolamento dell’Africa dal mercato dell’arte moderna e contemporanea - un ostacolo davvero grave. È quindi confortante che l’arte africana contemporanea riceva l’attenzione internazionale che si merita. Finalmente. Gli intenditori ritengono che questo sia il secolo dell’arte africana.

Akily Issa Abdallah - Untitled (2013)

Alcuni africani contestano l’uso del termine ‘arte africana’, sottolineando il fatto che l’arte sia arte e che ogni categorizzazione regionale sia inaccettabile. Si tratta di un falso problema. Sì, ci sono risonanze che rimandano a spazi culturali e geografici diversi. Sì, ci sono state correnti minori che hanno esoticizzato e sottovalutato ciò che proviene dall’Africa. Oggi la regionalizzazione in arte è puramente tecnica, senza intenti gerarchici. C’è l’arte cinese, quella brasiliana, quella latinoamericana. Gli artisti contemporanei di maggior successo sono quelli che rivelano nelle loro opere un’appartenenza a tradizioni culturali e geografiche riconoscibili. La specificità culturale costituisce un fattore di meravigliato apprezzamento in più, e rende la scena globale artistica varia, non fossilizzata e in continuo rinnovamento.

Sarange Ramadhani - Masai (2013)

L’arte contemporanea nell’Africa Orientale

Il concetto di arte per l’arte è estraneo all’Africa. Tradizionalmente, per l’uomo africano la creazione artistica deve corrispondere a un’intenzione d’uso, ad esempio come elemento per la divinazione spirituale, per curare, per rendere fertile, per celebrare la nascita, per commemorare i defunti, per la pacificazione degli antenati o per rendere più bella la comunità. Spesso i migliori artisti africani sono ispirati dalle esperienze della comunità. Creano arte dalle immagini di ciò che hanno vissuto o sognato, cose suscitate dai riti di passaggio tra la nascita e la morte, dalla felicità individuale, dai sogni o dagli incubi o dalle vicissitudini della vita quotidiana.

Joseph Mwalyombo - Future Use Not Be The Same (2013)

Ancora, ci sono particolarità nazionali, regionali e locali nella resa di queste realtà - esattamente come c’è un numero esorbitante di tipologie e stili nella nostra arte antica, come si può vedere nel lascito scultorio degli antichi Ashanti, dei Baulé, dei Chokwe, dei Fang, dei Makonde o degli Yoruba. Anche l’arte contemporanea nell’Africa Orientale tra gli Anni ’50 e i ’60 del Novecento mostra dei tratti distintivi. Le influenze chiave del Modernismo africano orientale e dell’Afromodernismo in generale sono l’etnicità e la cultura tradizionale dell’artista, il tipo di istruzione formale o informale che l’artista ha ricevuto e il mercato e i collezionisti di riferimento, sia locali che esteri.

Mussa Wasia - Zebra (2013)

Tanzania e Zanzibar

La maggior parte delle opere artistiche scultoree o su tela del territorio urbano della Tanzania e di Zanzibar è stata creata ed esiste meramente per rispondere alla domanda di un mercato specifico - i visitatori e i turisti europei. Lo stile predominante raffigura un manufatto chiamato Tingatinga, che si trova in quantità massicce negli aeroporti e nelle località turistiche con i suoi colori vivaci smaltati che riproducono la pletora di flora e fauna africani in ogni forma su ogni genere di oggetti artigianali. Nel bene e nel male sono due le figure iconiche che dominano il paesaggio dell’arte locale, Edward Saidi Tingatinga e George Lilanga, e il genere che essi hanno creato.
Il duo Tingatinga e Lilanga ha avuto un tale successo nell’accattivarsi la notorietà che rischia di definire l’arte contemporanea della Tanzania.

Maurus M. Malikita - Untitled (2013)

All’inizio l’arte era l’ultima cosa nella mente di Edward Tingatinga (1937-1972), lavoratore occasionale in una piantagione di sisal, impiegato d’ospedale e guardia del corpo. Ma negli anni che seguirono all’indipendenza del paese (1960), c’era la possibilità di guadagnare bene nel vendere del kitsch ai residenti e ai turisti europei. E Tingatinga imparò da solo a dipingere. Cominciò ad attingere alle immagini della casa rurale della sua infanzia, dove le donne decoravano le case con arte naif. Aveva visto una gran quantità di animali, e dipinse anche quelli - il leone, il bufalo, l’elefante, la scimmia, il rinoceronte. Aggiunse gli shetani, il gruppo di spiriti dispettosi, non particolarmente malevoli della tradizione locale, che amano mescolarsi agli umani.
Tingatinga ha fatto uso di smalti e di vernici industriali su masonite, cartone, stoffa, pelle e, più tardi, su tela. Le sue opere più belle sono dipinte su gomma. Attirò un gran numero di epigoni, alcuni della sua famiglia, che proseguirono il suo ‘stile’ dopo la sua morte improvvisa, quando Tingatinga fu colpito dalle armi da fuoco della polizia a Dar es Salaam nel 1972. Ha creato circa 200-300 opere durante la sua vita. Gli originali sono ora oggetti da collezione.

Rajabu Duke - Masai And Mama Africa (2013)

Se è stato Tingatinga a tracciare il percorso fondamentale, è stato Lilanga a portare gli inizi dell’arte contemporanea africana sulla scena globale. Figlio di uno scultore Makonde, si mise a dipingere per dare la caccia ai dollari dell’onnipotente ‘uomo bianco’. Ispirato da Tingatinga e dagli shetani, Lilanga ha creato degli umanoidi asessuati e dispettosi dalla pancia rotonda, costantemente occupati in inganni e monellerie. I visitatori americani, europei, giapponesi e coreani amavano questi avatar contorsionisti dalle lunghe membra. La domanda di arte di Lilanga, incluse le sue sculture multicolori, crebbe sempre di più. Martina Corgnati ha definito Lilanga un pittore infinitamente ripetitivo che tuttavia non si ripete mai, con le sue immagini piatte ma non superficiali, che mancano di un punto focale e si espandono in ogni direzione ‘come se le leggi della prospettiva e della gravità non esistessero’.

Fatma Mohamed - Africa Rally (2013)

Lilanga è stato uno dei primi artisti africani contemporanei a fare la sua comparsa nelle gallerie d’arte americane ed europee. Le sue mostre al Maryknoll Ossining Center di New York e alla Banca Mondiale di Washington nel 1978 hanno ispirato l’arte del giovane Keith Haring. Il resto è storia, anche se Haring non riconosce Lilanga nella genesi della sua arte. Lilanga si è occupato anche di batik, all’epoca una forma d’arte recente in Africa Orientale. Ha prodotto anche alcune stampe. Oggi i collezionisti sono a caccia di quei pezzi. Lilanga ha partecipato anche alla mostra itinerante Africa Remix organizzata da Simon Njami, evento di importanza storica che girò l’Europa, il Giappone e gli Stati Uniti (2004-2006). La casa di moda Hermès di Parigi ha prodotto una sciarpa Lilanga nel 2010, a tutt’oggi l’unico design di Hermès dedicato a un artista africano. Il quartier generale dell’UNAIDS di Ginevra ha fatto uso dell’arte di Lilanga per la sua campagna per la protezione di vite umane. Jean Pigozzi, imprenditore cosmopolita e collezionista di arte africana, ha usato uno shetani di Lilanga come logo per la sua marca di abbigliamento Limoland. Enrico Mascelloni ha pubblicato un catalogue raisonné delle opere di Lilanga, uno dei primi dedicato a un artista africano contemporaneo.

Ole Lei - Thinking Maasai (2013)

Oggi innumerevoli artisti in Tanzania e a Zanzibar fanno riferimento all’arte di Tingatinga con poche innovazioni dalla morte di Lilanga e di Msagula. L’unica eccezione è Hendrik Lilanga, che ha innestato una verve vibrante sull’eredità del nonno. Inoltre Robino Ntila, Fred Hala e Haji Chilonga, che provengono dagli splendori della Nyumba ya Sanaa, non hanno ceduto alla rivoluzione di Tingatinga e mantengono stili distinti. Altri hanno lasciato da parte l’idea del guadagno veloce ‘dell’arte da aeroporto’ e hanno sviluppato espressioni individuali usando legno, pietra e metallo. La galleria Nafasi Art Space di Dar Es Salaam, finanziata dal British Council, offre un forte potenziale nell’incoraggiare la diversificazione e la professionalizzazione dell’arte in Tanzania.

Vincent Mdira - In The Wild (2013)

Il caso del Kenya

La scena dell’arte keniota è differenziata e fertile, con un amalgama di generi appartenenti alla tradizione, al moderno e all’avanguardia, su supporti che vanno da tela, batik, giunco, creta, marmo, granito ai frammenti di metallo e alla fotografia. Ultimamente alcuni artisti si sono avventurati nell’installazione e nella performance art in un progresso naturale, poiché le tradizioni culturali africane sono intrise di espressioni simili, frutto di un discorso ben radicato tra il religioso e il divino.
La sensibilità più moderna dell’arte del Kenya deriva dall’infrastruttura più avanzata del paese. Istituzioni didattiche come il Go Down, il Kuona Trust e il Museo Nazionale ora ristrutturato, per non menzionare i corsi di laurea in arte e design attivi presso alcune delle università nazionali, offrono una gamma di sostegni creativi agli artisti con seminari, lezioni, spazi di lavoro, mostre, ritiri artistici e soggiorni.
Ogni anno diversi kenioti partono per soggiorni internazionali, soprattutto in Europa e Nord America. Il professionismo e le sinergie che essi portano con sé al ritorno sono immediatamente evidenti nel loro lavoro.

Otieno Ondongo - Flamingo (2013)

La vitalità dell’arte del Kenya si basa su tre generazioni di artisti professionisti, dalle figure iconiche ottantenni agli adolescenti dalle splendide premesse. I committenti museali e privati non hanno che l’imbarazzo della scelta tra le monumentali sculture in granito di Elkana Ong’esa, Gerard Motondi e Samuel Wanjau, i paesaggi densi di materia e i murali di Camille Wekesa, i nudi gloriosi di Anne Mwiti, la poesia della visione urbana di Richard Onyango, Peterson Kamwithi e Samuel Githi, la pop art di Michael Soi, Leonard Ngure, Joseph Cartoon ecc. e l’ultimo arrivato, il designer di arte da occhiali C-Stunners Cyrus Kabiru, rappresentato al TED (Technology Entertainment & Design) in California.
Tra i rappresentanti della vecchia guardia i più importanti sono Jak Katarikawe (nato tra il 1937 e il 1940), maestro analfabeta e autodidatta che qualcuno ha chiamato lo Chagall africano per la finezza della sua palette pittorica, il suo humour e la vena di cantastorie naif, soffusa di atmosfera onirica. Originario dell’Uganda, Katarikawe ha vissuto la maggior parte della sua vita in Kenya ed è l’artista più di successo dell’Africa orientale (non diaspora) per la sua immediata riconoscibilità e per la forza costante della sua arte. Primo artista ad avere un quadro al Cremlino, Katarikawe ha vinto numerosi premi nazionali e internazionali. Le sue opere si trovano in case private, ambasciate, e 50 tra le collezioni e i musei più prestigiosi del mondo. Nessuno celebra la vita della natura con più fantasia poetica e sensualità di Katarikawe. Le sue vacche dalle lunghe corna, le zebre e gli elefanti si radunano in conversazione e sussurrano di nascosto facendosi beffe dei capricci umani. Il suo è un Eden onirico in cui non c’è separazione tra il mondo umano e quello animale. Madri con i bambini avvolti sulla schiena si librano sopra gli alberi, le case e gli animali. Uccelli, vacche, leoni, zebre ed elefanti maliziosi si innamorano, si sposano, ingannano i coniugi, proteggono la prole, tradiscono fiducia e alleanze, fanno guerra e pace - come gli uomini.

Suleiman - Zanzibar Time (2013)


Due raffinati amici artisti ed esteti, Wanyu Brush e Sane Wadu, rappresentano quanto vi è di più importante e serio nel lavoro artistico keniota di oggi. Brush è un cultore dell’Art Brut con un penchant per Pollock, che dipinge in una compagine di horror vacui fatta di figure umane e animali. Le sue opere sono perlopiù scure, con spruzzate occasionali di colori vivaci. È un libero spirito tormentato, dalla vena sociale acuta, che commenta l’elemento grottesco e brutale della società. Fino a poco tempo fa Brush godeva dello status di artista keniota non appartenente alla diaspora meglio retribuito per il suo lavoro. Wadu è invece un postimpressionista, anche lui attirato verso lo horror vacui in molti dei suoi tableaux. È molto abile nelle raffinatezze di colore e ha un delicato senso della luce e dell’equilibrio.

Ochie - Our Culture (2013)

Il Kenya ha il numero più alto di punti di vendita di arte di tutta l’Africa Orientale. Dopo l’indipendenza ottenuta nel 1963 sono state aperte parecchie gallerie. Molte di esse fanno fatica a sopravvivere ma la famosa Galleria Watatu, che a un certo punto ha avuto anche 150 artisti nei suoi cataloghi, prospera da oltre 40 anni anche se ora la sua stessa esistenza è minacciata da una controversia processuale familiare da quando l’ultimo proprietario è morto nel 2011. Esiste il progetto di riaprire lo splendido spazio del RaMoma dopo che ha chiuso nel 2010. Gli alberghi turistici, i ristoranti più importanti, i centri commerciali e i punti di promozione per i collezionisti come il Sarenco a Malindi e la rinnovata Circle Art Agency contribuiscono alla creazione di una base commerciale moderna e professionale per l’arte. Purtroppo il patrocinio rimane più che altro un fenomeno legato agli espatriati. I kenioti residenti o gli africani in generale costituiscono forse il 5-10% dei compratori d’arte. Questa triste situazione ha cause puramente economiche e non è dovuta a una mancanza di apprezzamento. La classe di espatriati, perlopiù investitori finanziari e professionisti internazionali, hanno maggiore liquidità, anche se alcune famiglie keniote sono tra le più ricche d’Africa. Ma queste devono ancora dimostrare una propensione costante al collezionismo d’arte o al mecenatismo, e ai benefici ad essi collegati.
Ci sono momenti in cui sembra che gli artisti in Kenya siano troppi. Il campo è molto popolato, con tre generazioni di cultori dei quali la maggior parte sopravvive a stento del suo lavoro. Ma in fin dei conti una cosa buona non è mai in eccesso se si parla di creatività artistica. Per tanti artisti è, semplicemente, una vocazione dello spirito.

Osei G. Kofi
Curatore, Presidente della Fondazione Nana Dede, Ginevra Consulente di Arte Africana Contemporanea

Shabani Mkalekua - Untitled (2013)

http://imagomundiart.com/collections/kenya-tanzania-zanzibar-witchcraft-art

Riconoscimenti: storia

Project management
LA BIENNALE DI MALINDI LTD

Organization
VALENTINA GRANZOTTO

Editorial coordination
ENRICO BOSSAN

Texts
LUCIANO BENETTON
OSEI G. KOFI
SARENCO

Editing and translation
EMMA COLE
JOZEF FALINSKI
PIETRO VALDATTA

Art direction
NAMYOUNG AN

Photography
MARCO PAVAN (Artworks)
ORIANO MABELLINI (P. 326-327)

Production
MARCO PAVAN

Special thanks to
ORIANO MABELLINI
FONDAZIONE SARENCO

Cover
MIKIDADI BUSH - Mchawi

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
In alcuni casi, la storia potrebbe essere stata realizzata da una terza parte indipendente; pertanto, potrebbe non sempre rappresentare la politica delle istituzioni (elencate di seguito) che hanno fornito i contenuti.
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