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La scagliola fiorentina

Unioncamere

“La scagliola fiorentina, abbandonando l’imitazione della tarsia lapidea, raggiunse le sfumature e i contrasti chiaroscurali propri della pittura.”

La Storia

La tecnica dello stucco, usato per sostituire od evocare materiali più preziosi, affonda le sue origini nell’antichità. Tuttavia la tecnica che ne deriva, la scagliola, intesa quale impasto di selenite, acqua, colla e pigmenti naturali, si sviluppò ed assunse una propria autonomia espressiva a partire dal XVII secolo, trovando poi ampia diffusione in Europa fino a tutto l’Ottocento.

Per quanto riguarda l’Italia, i più antichi manufatti in scagliola vanno ricercati in Emilia Romagna, regione povera i marmi e di pietre pregiate, ma dove è facilmente reperibile la selenite, localizzata in particolar modo nell’Appennino modenese e reggiano. La storiografia ha riconosciuto il primato in questa tecnica a Carpi, in passato importante centro di produzione di opere in scagliola.

La cittadina modenese, inoltre, ha dato i natali a Guido Fassi (1584-1649), considerato dagli storici il primo esecutore di manufatti architettonici e decorativi in stucco marmorizzato.

La produzione in scagliola, databile al primo decennio del Seicento, riguardava soprattutto opere plastiche a finto marmo come lapidi, cornici, balaustre per altari; di poco successivi vennero realizzati anche altri manufatti decorativi , come paliotti ,tavoli, e pannelli imitanti non solo marmi e pietre dure ma anche materiali diversi quali l'avorio, i metalli, le stoffe ricamate.

Da Carpi e dall’Emilia, la tecnica si diffuse poi in Toscana, Lombardia, Campania ed altre regioni italiane. 

Nel Settecento a Firenze Enrico Hugford (Firenze 1695-1771) e il suo allievo Lamberto Cristiano Gori (Livorno 1730-1801) furono tra i grandi maestri della scagliola fiorentina trasformando la tecnica, più pittorica e meno imitativa, da “semplice artigianato” a vera arte. Nell'Ottocento e fino alla metà del secolo la scagliola conservò  una stagione fiorente che vide il suo massimo riconoscimento con i Fratelli Pietro e Giuseppe Della Valle, operanti a Livorno e molto noti per la loro particolare tecnica raffinata e “traslucida” molto apprezzata sul mercato internazionale.

Veduta di Castel Sant'Angelo - Roma
Veduta del Quirinale - Roma

La fine del XIX secolo segnò l’epilogo dei manufatti in scagliola con una tecnica riservata quasi esclusivamente alla realizzazione di opere plastiche a finto marmo. Successivamente la tecnica della scagliola ebbe una ripresa che durò fino alla fine del periodo di diffusione dello stile Liberty: usata soprattutto in funzione di stucco marmorizzato, venne utilizzata per l’imitazione di ampie e lucide superfici marmoree, colonne, bassorilievi ed altri elementi architettonici, trovando impiego per la decorazione ed il restauro di edifici sia civili che religiosi.

Agli inizi del Novecento non mancarono esempi di decorazione in stucco marmorizzato, ma la fine vera e propria venne decretata con l’avvento del Razionalismo e con l’introduzione di nuovi materiali, primo fra tutti il cemento che permise la riproducibilità meccanica e seriale degli oggetti. In molte realtà italiane, nonostante un glorioso passato, la tradizione e la produzione dei manufatti di scagliola è ormai andata definitivamente perduta; in altre, come Firenze, è stata mantenuta da pochi artigiani che hanno cercato di tramandare la tecnica e gli stili tradizionali. 

Solo recentemente stiamo assistendo ad un nuovo interesse e recupero della scagliola, connesso al moderno tentativo di valorizzare la tradizione artigianale locale.

La Scagliola Fiorentina

La produzione di scagliola fiorentina ebbe inizio nella prima metà del Seicento, quando i manufatti in stucco marmorizzato furono impiegati come versione più economica del contemporaneo commesso in pietre dure. Nel corso del Settecento, invece, la scagliola fiorentina si emancipò da questo impiego e si aprì a nuove possibilità espressive diventando un vero e proprio genere pittorico: abbandonando l’imitazione della tarsia lapidea raggiunse le sfumature e i contrasti chiaroscurali propri della pittura.

Nel primo Ottocento si inaugurò una fiorente stagione della scagliola prodotta da artigiani altamente specializzati che portarono la lavorazione ad un alto grado di raffinatezza adottando come soggetti figurativi i paesaggi ed i temi storici tanto cari alla sensibilità romantica. Tra gli artisti operanti a Firenze nel campo della scagliola molti erano di origine livornese, tra cui spiccano i fratelli Della Valle. Sempre nell'Ottocento è l'istituzione a Firenze della cattedra all'Accademia.

La loro produzione non si limitò agli arredi liturgici ma divenne ben presto moda e simbolo di affermazione sociale, fu usata per abbellire palazzi e ville signorili, trovando applicazione anche nell'ebanisteria tant'è che nel primo Ottocento ci fu un rinnovato fervore nella produzione di scagliole.

Negli anni Cinquanta del Novecento un gruppo di artisti operanti a Firenze diedero vita ad un breve revival della scagliola. Con un intento polemicamente antiaccademico e antiborghese, essi proponevano l’impiego dell’antica tecnica e quindi di materiali legati alla tradizione ed alla cultura artigianale. Ma tuttavia, nonostante i propositi programmatici di recupero della tecnica antica, questi sporadici tentativi ebbero soprattutto un carattere sperimentale in quanto, oltre ai materiali della tradizione artigianale, adottarono spesso l’uso di nuovi prodotti sintetici quali le resine ed i materiali poliesteri scoperti proprio in quegli anni che, pur consentendo una lavorazione simile a quella della scagliola, con questa non aveva niente a che fare.

Tra questi artigiani-artisti si ricordano Mauro Bini e Renato Bittoni a cui quasi contemporaneamente si affiancherà con le proprie sperimentazioni e il recupero della tecnica nei suoi materiali originali, Bianco Bianchi (1920-2006) artigiano collezionista il “cui lavoro, caratterizzato da rigore filologico e dall'adesione alla pura tradizione artigianale, ha contribuito alla rinascita di una tecnica che era stata ormai persa e dimenticata”.

Lavori in scagliola sono rintracciabili a Firenze nella chiesa di San Miniato al Monte, nell'Oratorio di San Tommaso d'Aquino, agli Uffizi, a Palazzo Pitti, all'Opificio delle Pietre Dure e nei dintorni come Settignano, nel Chianti, nel Valdarno, nella Valdisieve, senza dimenticare l'Abbazia di Vallombrosa che conserva ancora molte opere di Hugford. All'estero si possono ammirare nei più importanti musei tra cui Victoria and Albert Museum di Londra, Louvre a Parigi e collezioni private in USA.

Le tecniche di produzione

L’arte della scagliola deriva dalle tecniche di lavorazione dello stucco il quale, fin dall’antichità, è stato spesso utilizzato per sostituire ed evocare materiali più preziosi. Con la scagliola, in particolare, si ottiene un tipo di stucco che permette di imitare perfettamente il marmo e le pietre dure.

Le motivazioni del suo uso sono intuibili: era facilmente reperibile, si lavorava agevolmente abbreviando i tempi di esecuzione, era relativamente economica e permetteva di rinnovare e valorizzare un manufatto preesistente.

Particolare tavolo Arazzo

Nel XVII secolo la scagliola - imitando perfettamente non solo il marmo ma anche altri materiali pregiati come l’avorio, la porcellana, i metalli e le pietre dure - assecondava perfettamente quelle che erano le esigenze della poetica barocca, ossia l’esuberanza decorativa, lo sfarzo e la ricerca dell’effetto “sorpresa” ottenuto per mezzo dell’illusione del paradosso: le splendenti e compatte superfici a finto marmo suscitavano meraviglia anche al più accorto visitatore, che solo attraverso la percezione tattile dell’oggetto poteva accertarsi dell’inganno. Ecco, quindi che l’arte si serviva della finzione e dell’artificio per proporre una seconda realtà che, pur essendo illusoria, non era meno spettacolare ed emozionante.

Allo sviluppo di questa tecnica ha contribuito molto anche la committenza ecclesiastica legata al movimento della Controriforma che, interpretando l’arte come strumento di propaganda, si è servita del decorativismo e dell’illusionismo barocco per attrarre il fedele e coinvolgerlo emotivamente: l’inganno tra vero e verosimile, finzione e realtà, contribuiva a trasportare l’immaginazione dello spettatore dallo spazio fisico a quello celeste. Non a caso la fine della scagliola e delle altre tecniche dell’imitazione è stata decretata solo all’inizio del Novecento con l’avvento dell’architettura razionale che, eliminando ogni apparato decorativo, ha portato al disprezzo di tutto ciò che non era originale o strettamente funzionale all'uso dell’edificio.

Alla luce di queste considerazioni, quindi, sarebbe riduttivo interpretare l’uso della scagliola come una soluzione economica in alternativa a materiali più pregiati e costosi, attribuendo la fortuna di quest’arte solo a motivi di ordine pratico.

Piano in ardesia

Non si spiegherebbe, infatti, il successo riscontrato da questa tecnica presso i principi e i sovrani europei. Nonostante l’utilizzo di materiali ritenuti poveri, la scagliola ha assunto nel tempo connotazioni autonome, fondendo stilemi e tecniche derivanti da espressioni artistiche diverse, come l’incisione, la xilografia, il commesso, la pittura; e ha rivestito un ruolo importante nella storia dell’arte, raggiungendo piena autonomia artistica ed espressiva.

Le fasi di produzione

La preparazione della meschia

Gli ingredienti fondamentali che costituiscono la meschia, ossia gesso (selenite), acqua di colla e pigmenti naturali, non sono mai cambiati e solo con l’utilizzo di questi di può parlare di vera e propria lavorazione della scagliola.

Il materiale di base utilizzato per i lavori in scagliola è una varietà di gesso (chimicamente chiamato solfato di calcio biidratato) caratterizzata da una struttura a cristalli lamellari che si presentano sotto forma di scaglie trasparenti. Le caratteristiche principali di questo tipo di gesso sono la grana compatta e fine, la trasparenza e la lucentezza. Per queste sue doti, i greci lo usarono al posto del vetro e lo chiamarono selenite. La selenite per essere utilizzata nella meschia ( da mescolare) deve prima esser cotta in forno a 128° in modo tale perde tre quarti dell’acqua di cristallizzazione e si trasforma in solfato di calcio semiidratato. La scagliola essiccandosi ritorna molto dura e compatta, anche se rimane un materiale fragile se sottoposto alle intemperie.

I collanti usati in passato per ritardare l’indurimento della scagliola e conferire maggiore elasticità all’impasto potevano essere diversi, ma il più usato era sicuramente quello che nei ricettari è definito “colla tedesca” (o colla forte, o colla madre).

La Selenite

Doveva rimanere immersa in acqua per almeno 24 ore e quindi essere sottoposta a bollitura a fuoco lento per circa tre ore. Opportunamente miscelata con acqua, si creava quella che veniva definita “acqua di colla”, che non era pura ma molto diluita.

I pigmenti usati per la colorazione dell’impasto devono essere compatibili con il gesso e resistenti alla luce. Tradizionalmente i pigmenti usati per la colorazione della meschia possono essere classificati in minerali (naturali o artificiali); organici naturali (animali e vegetali); organici artificiali. I colori fondamentali per la scagliola, soprattutto quella delle origini, sono il bianco ed il nero. Il primo, tradizionalmente, si ricavava dal gesso alabastrino o dal titanio; il nero, invece, può derivare dalla calcinazione dell’avorio, dalla carbonizzazione della vite oppure dalla combustione di sostanze organiche. Per gli altri colori si usano sempre pigmenti minerali (solfuro di mercurio per il rosso, ossidi di ferro per il giallo ocra, alluminato di cobalto per il blu, carbonato basico di rame per il verde). 

Dopo essere stato cotto in forno, il gesso ormai polverizzato viene ulteriormente pestato in un mortaio e setacciato accuratamente onde evitare grumi e fino ad ottenere una polvere bianca finissima (oggi la scagliola è prodotta industrialmente ed è possibile trovarla già pronta).

Impasto

Dopo un breve periodo di stagionatura in ambienti asciutti, la polvere viene nuovamente reidratata con acqua, facendo attenzione all’equilibrio delle dosi per evitare di conferire troppa fragilità a porosità al prodotto. Nell’acqua deve essere già stato diluito il collante, che serve a rallentare la solidificazione del gesso, poi vanno uniti i pigmenti (a secco oppure con l’aggiunta di piccolissime dosi di acqua e colla). Infine possono essere aggiunti indurenti o impermeabilizzanti, o altri additivi (albumina o allume di potassio). 

La consistenza della meschia dipende dall’uso che se ne deve fare: per lo stucco marmorizzato si deve raggiungere un impasto simile a quello della pasta di pane, mentre per particolari di piccole dimensioni o per ritocchi a tinta unica la scagliola può essere colata allo stato più fluido.

Taglio dell'impasto
Incisione

In seguito verrà riportato il disegno sulla coperta attraverso lo spolvero. Una volta definita la composizione, il disegno verrà accuratamente riprodotto con tutti i dettagli su carta o su lucido ( in antico si preparava il cartone e si usava la tecnica dello spolvero) e poi, appoggiandolo perfettamente sulla coperta di scagliola, verrà lasciata la sua impronta.

Una volta riportato verrà inciso con l’ausilio di ferri appuntiti usati per l’incisione. Tracciati i contorni si passa alla vuotatura della parete interna del disegno, poi la meschia verrà inserita all’interno delle incisioni. Per particolari di piccole dimensioni o per ritocchi a tinta unica la scagliola può essere colata allo stato più liquido; negli altri casi è preferibile renderla più solida e pastosa. Le sfumature ed il chiaroscuro possono essere ottenute con ritocchi a punta di pennello come in uso nell'Ottocento.

I colori vanno inseriti e levigati uno alla volta fino ad arrivare alla policromia voluta: in questa fase del lavoro possono essere maggiormente definiti particolari, dettagli e rifiniture. 

I manufatti in scagliola non presentano particolari problemi di conservazione, i danni più consistenti possono derivare essenzialmente da un elevato tasso di umidità, dagli urti, dai graffi e dalle macchie che possono essere assorbite dal gesso. A questi danni si può comunque ovviare con una manutenzione periodica costituita da una semplice mano di cera d’apia protezione della superficie.

Restauro

Tecnica di esecuzione dello stucco marmorizzato

Fino a tutto l’Ottocento la scagliola ha avuto largo impiego anche come rivestimento architettonico e plastico a finto marmo. L’effetto si ottiene accostando ed impastando insieme masse di scagliola colorata in precedenza, in modo tale da ottenere il risultato voluto. Si tratta di una tecnica utilizzata anche per rivestire intere pareti o elementi architettonici (colonne, lesene, pilastri, balaustre). 

Il marmorizzato di solito può avere tre varianti: marmorizzazione a macchie (si ottiene ponendo uno accanto all’altro a distanze irregolari piccoli impasti di diverso colore); marmorizzazione venata (le meschie di diverso colore vengono sovrapposte e poi levigate assieme); marmorizzazione a granito (l’effetto si ottiene inserendo nell’impasto monocolore dei pezzetti di meschia colorata, seccata, sbriciolata e setacciata a parte).

Disegno

Pittura in scagliola

Ancora oggi il procedimento per ottenere effetti pittorici in scagliola non è del tutto chiaro, il segreto si è perso ma dall’analisi delle opere possiamo fare delle supposizioni.

La tecnica di base dei dipinti era quella della scagliola intarsiata (la composizione riportata sulla coperta era incisa e negli intarsi venivano colati gli impasti di diverso colore) e l’abilità consisteva nell'ottenere i mezzi toni con gli impasti variamente sfumati.

In genere comunque, le composizioni venivano rifinite a pennello in modo da ottenere effetti pittorici altrimenti impossibili con il solo intarsio.

Disegno

Gli strumenti di produzione

Polvere di selenite
Riconoscimenti: storia

Curator — Camera di Commercio di Firenze
Contributi — Bianco
Bianchi Scagliole, Firenze
(www.biancobianchi.com/)

Contributi — OMA – Osservatorio Dei Mestieri D’Arte (www.osservatoriomestieridarte.it/)

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
In alcuni casi, la storia potrebbe essere stata realizzata da una terza parte indipendente; pertanto, potrebbe non sempre rappresentare la politica delle istituzioni (elencate di seguito) che hanno fornito i contenuti.
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