Guida alle collezioni

Ceramiche dell'Estremo oriente
La sezione dedicata alle ceramiche dell’Estremo Oriente si collega idealmente agli spazi espositivi del pianoterra, espressione della creatività umana in contesti culturali ‘altri’ (le culture precolombiane, la civiltà classica, il Vicino Oriente antico, il mondo islamico). Le ceramiche esposte sono rappresentative dei principali centri di produzione ceramica dell’Asia estrema, che hanno fatto la storia del commercio internazionale della porcellana dai tempi di Marco Polo fino all’epoca delle Compagnie delle Indie Orientali, grazie alle quali l’Europa conobbe, apprezzò e imitò la genialità tecnica e artistica dei vasai della Cina, del Giappone e del sud-est asiatico. Introduce al percorso di visita l’eccezionale statua in bronzo dorato e dipinto del XVIII secolo, raffigurante Duo Wen Tianwang ("Colui che tutto ode"), Re Celeste del Nord. Il percorso espositivo si dipana poi alla scoperta delle meravigliose ceramiche cinesi: dai forni del principale centro manifatturiero dell’Asia, Jingdezhen nella provincia cinese del Jiangxi, provengono le porcellane qingbai (fig. 1), o “azzurrine” così dette dalla tonalità della vetrina, di epoca Song (960-1279); a tale periodo risalgono anche i grés dalla spessa invetriatura grigio-verde, noti in Europa con il termine céladon. Ricercatissimi nell’Europa del Rinascimento furono quelli prodotti nel XIV-XV secolo dalle rinomate fornaci di Longquan, nella provincia del Zhejiang. Particolarmente rappresentativa per qualità, quantità e varietà tipologica è la raccolta di porcellane con decoro dipinto all’ossido di cobalto sotto la vetrina: i famosi “bianchi e blu”. Tra le opere esposte si segnalano splendide stoviglie prodotte a Jingdezhen, sia per il raffinato mercato cinese nel periodo delle ultime due dinastie Ming (1368-1644) e Qing (1644-1911), sia per l’esportazione verso i ricchi mercati islamici ed europei. Due tipi di “bianchi e blu” da esportazione, noti con i termini kraak e swatow, erano particolarmente ricercati in Europa dove, nel periodo della supremazia olandese sul commercio con le Indie orientali (1550-1650 ca.), se ne iniziò l’imitazione proprio a Delft. Mentre in Europa si importavano porcellane cinesi, in Cina giungevano nuove tecniche, nuovi modelli decorativi e nuove forme vascolari. Nella porcellana a smalti policromi di epoca Qing, ad esempio, primeggiò la celebre “famiglia rosa”, così detta per le varie tonalità del rosa ottenuto dall’oro colloidale, introdotto in Cina tra la fine del XVII secolo e l’inizio del secolo successivo. Il percorso continua con la produzione giapponese, partendo dal vasellame in grès, di straordinaria raffinatezza, che le fornaci di Seto, della prefettura di Aichi, nell’isola di Honshu, annoverate tra i “Sette antichi forni” del Giappone, produssero a partire almeno dal XII secolo. Questo complesso di forni, dove inizialmente si cuocevano rustiche stoviglie con vetrina “a cenere”, a partire dal XIII secolo orientò la sua produzione in base alle richieste dell'aristocrazia locale, ispirandosi ai severi, ma costosi, manufatti importati dalla Cina e dalla Corea, ritenuti essenziali per le pratiche del Buddhismo Zen. Non mancano, quindi, numerosi esempi dei grès con coperte di diverso tipo e stile (tra cui tazze a coperta rossa o nera nel ben noto stile dei Raku) usati nella “Cerimonia del tè” o quelli, molto meno formali, usati per conservare e consumare un’altra tradizionale bevanda giapponese, il sakè, noto in Europa come ‘vino di riso’. Nel periodo Edo (1603-1868) il Giappone conobbe una grande fioritura artistica ed economica: nell’industria della ceramica, grazie alla scoperta di depositi di caolino, si iniziò a produrre porcellane, sia “bianco e blu” (fig. 2) che a smalti policromi, di qualità certamente non inferiore a quella delle coeve produzioni cinesi. Nelle fornaci di Arita, principale centro di produzione dell’arcipelago, furono realizzate splendide stoviglie nello stile noto come “Imari”, sulle quali agli ornati “bianco e blu” si aggiungeva lo smalto rosso e l’oro. In questo caso, furono i vasai cinesi che dovettero imitare e competere con quelli giapponesi per soddisfare la domanda dei mercati Occidentali. La produzione del sud-est asiatico è rappresentata da un nucleo di ceramiche thailandesi e vietnamite. Tra il XIV e il XVI secolo, nel periodo di massima intensità del commercio delle ceramiche invetriate asiatiche, i centri di produzione Thai, assieme a quelli del delta del Fiume Rosso in Vietnam, riuscirono a competere sia per la qualità dei prodotti sia per il volume di merci esportate con i grandi centri manifatturieri della Cina, anche se per l’uso esclusivo della Corte del Re del Siam (oggi Thailandia) si ricorreva ai forni cinesi di Jingdezhen e ai mastri decoratori di Canton che eseguivano decori thai a smalti policromi e oro. Di tali porcellane sino-thai si segnalano due eccezionali esempi ottocenteschi, tipici dello stile Bencharong e Lai Nam Thong (fig. 3), prodotte a Jingdezhen in Cina, splendidamente decorati con scene di ispirazione buddhista. Conclude la sezione uno spazio dedicato alle espressioni dell’arte ceramica contemporanea, per sottolineare come nei linguaggi più attuali dei ceramisti dell’Oriente estremo si conservi ben viva l’eredità del passato e il rispetto per una tradizione millenaria. (RC, FR)

L’eccezionale statua raffigura uno dei quattro Re Celesti, divinità poste nei templi buddhisti cinesi a protezione dell'altare principale. Si tratta di Duo Wen Tianwang ("Colui che tutto ode", versione cinese del corrispondente indiano Vaisvarana noto anche, in una sua precedente vita, come Kubera), Re Celeste del Nord.

Originari della Cina meridionale, dove furono esclusivamente prodotti fino al X secolo, i céladon con rivestimento grigio-verde erano noti in Cina come ceramiche Yue.

Nel variegato repertorio dei temi decorativi usati dai ceramisti cinesi hanno sempre avuto successo quelli tratti da fonti mitologiche e religiose: in particolare, dall’epoca della dinastia Song (960-1279), è frequente il gruppo di esseri sovrannaturali, noti come gli “Otto Immortali” (Ba Xian), protagonisti di numerose leggende taoiste. Questi personaggi, di solito eremiti, sono spesso raffigurati in gruppo mentre attraversano l'oceano, come in questo caso, o avanzano lungo i sentieri tortuosi della montagna della Longevità, per convenire una volta all'anno nel Paradiso Taoista assieme a numerosi altri Immortali

A partire dal XVII secolo, con la rinascita delle fornaci di Jingdezhen, le porcellane monocrome occupano un posto di rilievo nella produzione cinese. Il colore giallo, simbolo della famiglia imperiale, era considerato una tinta importante per il vasellame cerimoniale.

La statua raffigura la divinità buddhista della misericordia Guanyin ("Colei che ode" le voci del Mondo) con "vaso dell'ambrosia" (kundika, il balsamo che lenisce tutte le ferite) e scacciamosche (chenwei, lo strumento che scaccia il Male), stante sulle acque ribollenti dell'oceano.

Questo grande vaso di tipo coreano (maebyong) usato per contenere alcolici rientra nella produzione di vasellame in grès dalla forme molto sobrie e prive di decorazione.

Il piatto è decorato nello stile Shoki Imari, derivato dagli ornati cinesi in "bianco e blu" delle porcellane kraak, ed esemplifica la produzione delle fornaci di Arita riservata al commercio con i nanban (“barbari del Sud”), vale a dire i mercanti portoghesi e olandesi che dal XVI secolo detenevano il monopolio degli scambi tra Europa e Giappone.

Il vaso con coperchio (“potiche”) presenta presa a forma di cane cinese (karashishi) ed è decorato con motivi augurali su fondo “a broccato”. L’Imari “a broccato d’oro” (Imari kinrade) è la tipologia di porcellane giapponesi più nota in Occidente.

Queste porcellane del tipo Bencharong e Lai Nam Thong (“cinque colori e bagno d'oro”) erano d’uso esclusivo della casa reale thailandese. Queste ricche e raffinate porcellane sono anche conosciute come “ceramica sino-thai”.

La galleria della ceramica precolombiana
Il MIC ha una ricca collezione, in parte in mostra e in parte in deposito, delle testimonianze di numerose civiltà precolombiane. Queste sono per lo più ceramiche, con una presenza abbastanza significativa di altri materiali (tessuti, lavori in metallo, pietra, legno e manufatti di conchiglie). I pezzi della collezione provengono da nove delle diciassette aree in cui il continente americano è diviso per motivi archeologici e culturali. Molti di questi sono visualizzati in sette vetrine, suddivisi per tipologia, oltre ad una vetrina di studio e due cassetti. Le vetrine sono integrate da pannelli e didascalie poste sui lati dei vetri e sui cassetti, che esplorano elementi culturali specifici con l'aiuto di disegni, brevi testi e riproduzioni iconografiche. I visitatori sono quindi aiutati a scoprire le piante, gli animali, le attività, le divinità, riti, simboli, significati palesi ed occulti, elementi e tecniche decorative della regione. Le popolazioni precolombiane vivevano in un suggestivo ambiente naturale che ha stimolato il loro modo di pensare e la creatività nell'uso di materiale differente, sociale e vie spirituali. La prima vetrina mostra la scultura e la pittura di materiali non ceramici e tessitura. Da sottolineare sono un vaso di legno Inca decorato con colori, una testa intessuta inca con Pachamama (Madre Terra), la testa di una maschera di mummia Chancay di legno (fardo), una tromba Peruviana creata da un guscio e una macina zoomorfa per il mais da Costa Rica. Con la seconda vetrina entriamo nelle civiltà del centro Mesoamerica (Messico e Guatemala). Le culture più antiche sono rappresentate da figurine e vasi, alcuni a forma di bottiglia risalente al secolo aC 13 ° al 4 ° secolo dC. Questi lasciano il posto a produzioni successive del periodo classico con le ceramiche figurative e altre forme appartenenti a Teotihuacan, Zapotec, Huastech, Veracruz e Maya tipico, dal 4 al 10 ° secolo. Completa le ceramiche la vista panoramica della civiltà azteca Mixtec e postclassico (10 ° 16 ° secolo), con caratteristici vasi treppiede, coppe e figurine. La terza vetrina è ancora dedicata alla zona mesoamericana, ma più in specifico alle sue culture più periferiche. Questi includono la ricca produzione di Messico occidentale (Chupicuaro, Nayarit, Colima, Jalisco, con le figure realistiche), El Salvador, Nicaragua e le forme perfette di nord della Costa Rica, che coprono un periodo che va dal terzo al XVI secolo. Anche qui caratteristica è la produzione policroma Casas Grandes (secoli 11 ° 14 °) che appartiene culturalmente al deserto occidentale degli Stati Uniti. Nella quarta vetrina sono esposte ceramiche provenienti da zone meno conosciute, con una vista panoramica che si estende dal sesto al XVI secolo. Le culture incluse sono: l'Amazonia, con elementi caratteristici della cultura regionale e Marajoara Tapajoara (figurine, urne coperte e infradito), i Caraibi, con una figurina di Valencia e un Taino Ocarina, le Ande del Sud, con i vasi, frammenti e fusaiole da Bolivia, nord-ovest dell'Argentina e del Cile, e la Pampa, con alcuni frammenti Guarani. La quinta e la sesta vetrina è dedicata al Perù con il suo mosaico di civiltà che producono ceramiche vascolari e figurative con alta espressività e colorazione. Sono inclusi manufatti del Chavín, Paracas, Viru, Vicus, Recuay, Nasca, Mochica, Wari e post-Wari, sicano, Cajamarca, Chancay, Chimu e culture Inca. Questi coprono quasi tutti i periodi archeologici peruviani, dalla più antica alla conquista europea, attraverso un periodo che si estende dal VI secolo aC al 16 ° secolo dC. Caratteristici sono vasi con collo a forma di staffa, doppi becchi con manico, ritratto e vasi a fischio, raffigurazioni pittoriche o scultoree, naturalistiche o stilizzate. Le ultimi due vetrine, la settima e l'ottava, mostrano ceramiche da aree intermedie. Queste includono figurine, ocarine, caratteristici vasi treppiede e incensieri provenienti dal Costa Rica e ceramiche policrome con raffigurazioni di pesci da Panama. Poi a seguire manufatti dal Venezuela, Colombia ed Ecuador tra cui figurine con le braccia aperte, ceramica policroma con treppiedi e piedistalli con decorazioni positivi e negativi; che copre i periodi tra il 21 ° secolo aC (Valdivia, Ecuador) e il 16 ° secolo dC. Alla fine del percorso, due cassetti contengono tessuti peruviani, sia integri e in frammenti. Il cassetto A contiene una suddivisione cronologica di manufatti (Paracas, Nazca, Ica-Pachacamac, Chancay tricolore e Chancay, Ica-Chincha, Chimu e Inca, dal 4 ° secolo aC al 16 ° secolo dC. Il cassetto B sottolinea argomenti legati alla tecnologia tessile e abbigliamento pre-colombiana, i visitatori possono vedere i tessuti multicolori - dipinti e ricamati, un copricapo, alcuni tipi di vestiti e cinture.

La decorazione principale consiste nella raffigurazione di due dignitari seduti con le gambe incrociate, nell’atto di levare una ciotola contenente una sostanza rossastra, separati da un recipiente contenente un liquido spumeggiante. Si tratterebbe di una scena di offerta e assunzione rituale di sostanza inebriante o allucinogena.

Sono raffigurate sei donne gravide che circondano una partoriente assistita da tre personaggi maschili, uno dei quali facilita il parto mentre gli altri due preparano e somministrano un probabile narcotico per lenire i dolori. È visibile la testa del nascituro.

Possibile rappresentazione di Cihuateo, dea madre o divinità delle donne morte di parto.

La superficie superiore reca il motivo doppio di un Essere Mitico Occhialuto Nasca provvisto di numerose appendici e di teste umane.

Sono accennati la testa del nascituro e le braccia di un’assistente, mentre nella schiena sono visibili le vertebre. Possibile rappresentazione legata al culto della Madre-terra.

Recipiente a forma plastica di testa di dignitario con decorazione pittorica nei colori rosso e bianco su arancione. La pittura facciale divide il volto, eseguito finemente nella fiera espressione tipica Moche, in tre bande verticali.

La decorazione è resa da volpi di profilo e batraci di fronte, circondati da piccoli motivi circolari. La volpe è considerata un animale mitologico associato al culto lunare, mentre i batraci simboleggiano la fertilità del raccolto agricolo.

Si tratta probabilmente della rappresentazione di una donna gravida con riferimento diretto al culto della fertilità dell’uomo e della terra.

Le macine servivano per triturare il mais e le più elaborate si ritiene fossero destinate all’uso rituale.

Nella parte superiore è raffigurato l’imperatore inca su di una portantina, circondato da portatori e guerrieri, mentre altri personaggi impugnano una lunga catena; la fascia inferiore reca motivi geometrici del tipo tocapu e floreali. Uso rituale.

Ceramiche dell'antichità classica
La presente sezione espone manufatti provenienti dal bacino del Mediterraneo cronologicamente collocabili all’Età del Bronzo all’epoca romana. Si segnalano l’ambito greco con le ceramiche attiche; l’area italica con i manufatti della Magna Grecia; la produzione etrusca con i buccheri e le ceramiche a vernice nera; la produzione fittile romana da mensa e i grandi contenitori per il commercio. I ricchi e approfonditi apparati didattici forniscono al visitatore uno spaccato della vita, della cultura e delle civiltà dell’epoca, con tematiche relative alle tecniche (decorative e produttive), i commerci e la divulgazione dei materiali nel Mediterraneo attraverso una carta di distribuzione che evidenzia le principali rotte seguite dalle navi; l’importanza e il ruolo della ceramica nelle scoperte e negli scavi archeologici per definire non solo datazioni ma anche usi, costumi, abitudini dell’epoca; la ceramica nella vita quotidiana (il banchetto, la mensa e la cucina, il lavoro, con una esposizione di lucerne finemente decorate, considerate per l’epoca un bene prezioso). La visita permette di individuare cronologicamente e per aree lo sviluppo di ciascuna epoca e territorio. Per l’area greca sono esposti manufatti egei, geometrici e italo-geometrici, corinzi ed etrusco-corinzi, greco-orientali e attici; per le zone italiche si trovano ceramiche apule, magno-greche, figurate, sovradipinte e a vernice nera; per la fattura etrusca di rilievo sono il bucchero, la ceramica a vernice nera e dipinta. Da segnalare le ceramiche attiche, provenienti dall’omonima regione della città di Atene, la cui produzione ebbe inizio attorno al VII secolo a.C., dapprima con decorazione a figurazioni nere, sostituita dal 530 a.C. circa dalla tecnica a figure rosse, una vera rivoluzione per l’epoca, che darà ad Atene un assoluto predominio e prestigio artistico, con una ricca esportazione verso il mercato occidentale. Tra le forme più diffuse vi sono i crateri, le idrie (hydria), le coppe per bere (kylix), i vasi porta unguenti (lekythos) e i comuni vasi a campana biansati. Importanti e ben rappresentati nella sezione sono i buccheri etruschi, produzione risalente al VII secolo a.C. collocabile nella zona di Cerveteri. Attraverso una raffinata tecnica di lavorazione e cottura, il vasellame prodotto principalmente per il simposio era destinato alle classi aristocratiche, che ne apprezzavano la preziosità (pareti sottili per l’Etruria meridionale, superficie lucida, forme particolari che ne richiamano i metalli).

Nel VII secolo a.C. Corinto sviluppò uno stile orientalizzante molto originale, con mostri, animali esotici ed elementi vegetali di completamento (rosette, palmette), decorati su piccoli vasi (aryballoi e alabastra) per profumi e unguenti.

In ambito greco si distinse la produzione attica, dapprima “a figure nere” (secc. VII-VI a.C.), poi “a figure rosse” (secc. VI-V a.C.).

Questa caratteristica morfologia di versatore (epichysis) presenta corpo cilindrico, stretto collo slanciato con beccuccio obliquo e sinuosa ansa a nastro. Il manufatto si caratterizza anche per la vivace decorazione dipinta in bianco, giallo e rosso-bruno su vernice nera e composta da motivi vegetali (rami di foglie d’ulivo e d’alloro, rosetta), baccellature, ovuli.

Ceramiche del vicino Oriente antico
La sezione del Vicino Oriente antico è di grande interesse perché copre una vasta area geografica che ha registrato alcune delle tappe più importanti della storia dell’umanità, dalla rivoluzione neolitica all’avvio del processo di urbanizzazione all’introduzione della scrittura. Attraverso i frammenti e un certo numero di pezzi perlopiù integri sono documentate varie culture tra le più antiche. Le ceramiche dell’Iraq coprono un arco temporale di oltre 5.000 anni, dalle culture neolitiche del VI millennio al periodo partico (sec. III a.C. – sec. III d.C.), con alcuni frammenti provenienti dal sito di Baghouz della Siria nord-orientale prossimo culturalmente all’Iraq settentrionale. Le ceramiche anatoliche vanno dal Calcolitico Tardo (II parte del IV millennio a.C.) fino al periodo frigio (sec. VIII-VII a.C.). Le ceramiche dell’Iran rappresentano periodi limitati ma di grande rilevanza: oltre ai frammenti dell’Iran nord-orientale del Calcolitico Tardo, si segnalano i due splendidi vasi zoomorfi dell’Età del ferro e i mattoni smaltati del periodo achemenide provenienti dal palazzo di Dario I a Susa. Completamenti ideali della sezione sono le due collezioni, attualmente non esposte, dedicate a Palestina ed Egitto. La Palestina è rappresentata da ceramiche databili tra Bronzo antico ed età romana, giunte dal Dipartimento di Antichità Palestinese alla fine degli anni Venti del secolo scorso. L'Egitto è rappresentato da otto vasi e un grande numero di frammenti, sia in terracotta che in faïence invetriata. La maggior parte degli otto vasi risale all’Epoca Predinastica; i frammenti di ceramica appartengono a vasi di Epoca Copta e a terrecotte ellenistiche provenienti da Naukratis e dalla zona di Menfi. I numerosi frammenti di faïence invetriata sono di epoca diversa e appartengono sia a contenitori che a oggetti di tipo diverso, come ushabti, intarsi, amuleti, ecc.

Si tratta probabilmente di una giara per acqua, nota fin dagli inizi del periodo imperiale. La produzione ceramica di epoca akkadica (2350-2180 a.C.) comprende varie forme di vasellame di uso domestico (bottiglie tozze, vasi ad ampia imboccatura, ciotole coniche).

Si tratta di vasellame di uso rituale funerario, riferibile al dio Teshub, identificato dal toro che vomita l’acqua dispensatrice di vita.

In Mesopotania si ebbero le prime attestazioni di utilizzo in architettura di mattoni smaltati con funzione decorativa, soprattutto nelle pareti esterne dei palazzi. Tale applicazione architettonica è brillantemente esemplificata da questi mattoni del famoso Fregio degli Arcieri del palazzo di Dario I a Susa.

Ceramiche islamiche
La collezione di arte islamica del MIC permette di apprezzare le numerose produzioni ceramiche dell’Islam attraverso una selezione di oggetti che coprono un’area geografica molto vasta - dalla Spagna al Pakistan, passando attraverso l’Egitto, la Siria, l’Afghanistan e l’Iran - e un ampio intervallo di tempo compreso tra il IX e la metà del XX secolo. Alle ceramiche esposte nelle vetrine si accompagna una ricca selezione di frammenti, per la maggior parte donati da Frederick Robert Martin tra la fine degli anni Venti e i primi anni Trenta del secolo scorso. Nel cassetto A1 sono conservati i frammenti più antichi della collezione, databili al IX secolo e provenienti dall’Iraq: coppe e forme chiuse decorate con cangianti lustri policromi, nonché i primi esempi di ceramica in “bianco e blu”, che sarà poi apprezzata in tutto il mondo islamico. Nelle vetrine del piano inferiore è esposto il vasellame proveniente dall’Iran: gli esemplari più antichi risalgono al IX-inizio X secolo e sono caratterizzati dalle tecniche slip-painted e graffita-splashed. Il desiderio di imitare le porcellane estremo-orientali indusse i ceramisti persiani a sviluppare alcune tecniche per ottenere prodotti ugualmente sottili e traslucidi, il che portò in epoca selgiuchide (XI-XIII secolo) ad adottare la faenza silicea, con invetriature monocrome, soprattutto turchesi o blu cobalto, o con decorazioni dipinte a lustro. Con questo impasto sono modellati anche i raffinati esempi (cassetto B14) di ceramica mina’i, le cui decorazioni su smalto richiamano le contemporanee miniature. Al XIV secolo, in epoca ilkhànide, risale la produzione ceramica caratterizzata da decorazione a lustro o dipinta sotto vetrina, come le coppe di tipo Sultanabad e Juveyn. L’imitazione di prodotti estremo-orientali perdura durante la dinastia safàvide (XVI-XVII secolo) con la ceramica in “bianco e blu” che imita con precisione le contemporanee porcellane; dello stesso periodo è testimoniata la classe detta di Gombrun, caratterizzata da pareti sottili spesso intagliate. Alcuni vasi e mattonelle sono riconducibili alla produzione di epoca qajàr (XVIII-XIX secolo), caratterizzata da un lato dalla continuità con la tradizione e dall’altro dall’apertura a suggestioni occidentali. Al piano terra sono collocati anche alcuni arredi contemporanei, di notevole interesse etnografico, provenienti da varie regioni. Le diverse produzioni dell’Egitto fatimide (fine X-fine XII secolo) sono testimoniate (cassetti A2-A8), con una varietà di tecniche, colori e motivi decorativi che sbalordisce: si possono apprezzare frammenti decorati a lustro e le sgargianti invetriature in faenza silicea. Straordinaria la varietà degli ornati dipinti sotto vetrina: arabeschi, iscrizioni, motivi figurati e complessi intrecci geometrici prodotti in Egitto e Siria in epoca ayyùbide (fine XII-metà XIII secolo; cassetti B1-7), quando la tavolozza si arricchisce del rosso scuro. Diffusa in epoca mamelucca (fine XIII-inizio XV secolo) è la faenza silicea dipinta sotto vetrina, sia in nero e blu con motivi disposti in settori, sia ornata con il solo blu, di cui il MIC possiede una ricca campionatura; in particolare nei cassetti B2 e B3 sono esposti dei fondi di coppa che recano la firma dei ceramisti. All’Egitto mamelucco sono da attribuire i frammenti nei cassetti C3-C5 dalla caratteristiche decorazioni con bande epigrafiche ed emblemi araldici su corpo di argilla. Al piano superiore sono esposti i lustri spagnoli: albarelli, piccole ciotole e grandi piatti da parata, a volte arricchiti da motivi in blu, con un ricco repertorio decorativo di motivi stellari, foglie di brionia ed eleganti scritte in caratteri gotici. Non mancano le tipiche mattonelle, così frequenti nelle corti degli edifici spagnoli, decorate sia a cuenca che a cuerda seca, di cui altri esemplari si possono ammirare nella sezione dedicata alle piastrelle. Il panorama della Spagna si completa con alcuni frammenti in bruno e verde da Paterna del secoli XIV-XV (cassetto D13). Altrettanto ricca è la raccolta del materiale proveniente dalla Turchia ottomana (XVI-XVIII secolo): mattonelle, piatti e boccali dai colori accesi - tra i quali spicca il rosso, caratteristico delle ceramiche di Iznik - e dai motivi fantasiosi. La produzione si completa con le due vetrine dedicate al vasellame di Kutahya e Çhanakkalè, certamente più popolare, ma testimone di un’intensa attività che perdura adattandosi alle nuove esigenze. Trasposizione più semplice di quelle di Iznik, le vivaci mattonelle qallaline (cassetto D5) attestano la produzione dell’Ifriqiya sotto il dominio ottomano. A conclusione del percorso sono esposte le produzioni moderne dell’Afghanistan e del Pakistan, non solo interessanti documenti di continuità con tecniche antiche, ma vivaci espressioni di un artigianato ancora attivo. (GM)

In epoca abbáside i ceramisti iracheni produssero ciotole e vasi dai profili sottili, ricoperti di smalto bianco e impreziositi dalla decorazione a lustro. Mutuata dall’arte vetraria, la complessa tecnica del lustro metallico donava ai motivi dipinti sulla superficie già cotta il colore cangiante dell’oro, in seguito ad una seconda speciale cottura.

A partire dalla fine dell’XI secolo fu introdotto un nuovo impasto di colore bianco e consistenza zuccherina, la faenza silicea, probabilmente ideata dai vasai persiani per imitare le porcellane di epoca Song (960-1279) che in sempre maggiore quantità giungevano dall’Estremo Oriente.

Durante il sultanato di Solimano il Magnifico (1520-1566) il centro di Iznik (antica Nicea) diventò la sede della più importante manifattura dell’impero ottomano. Furono prodotte numerose forme (piatti, ciotole, bottiglie, boccali, bricchi, vasi e lampade da moschea), con un’ampia varietà di motivi decorativi. Tra questi il più frequente è quello a “quattro fiori” con tulipani, garofani, rose canine e giacinti.

Anche nell’Egitto di epoca fatimide la tecnica a lustro raggiunse esiti di grande virtuosismo, caratterizzandosi per la notevole varietà di motivi decorativi, sia epigrafici sia figurativi con animali (pesci, volatili, leoni, gazzelle) e con scene di caccia e libagione legati alla corte.

Il vaso si colloca nella seconda metà del XIV secolo, periodo di massimo splendore della produzione mamelucca, caratterizzato dall’ornato fitto. Recipienti di questo tipo erano impiegati per il trasporto di spezie, unguenti, profumi, sciroppi e preparati farmaceutici, talvolta commerciati con l'Europa.

La celebre decorazione a “fiori e foglie di brionia” è tipica della produzione ispano-moresca di Manises (sobborgo di Valencia), attorno alla metà del XV secolo.

In epoca ilkhànide, oltre al ricco vasellame da mensa, furono fabbricate numerose mattonelle e lastre per il rivestimento parietale. Tale produzione raggiunse livelli quasi industriali nel centro di Kashàn, da cui le mattonelle erano esportate in tutto l’Oriente. Il particolare valore di questo esemplare è legato alla presenza della data 1282-83 (681 E.).

Durante l’epoca safàvide si diffuse un tipo di vasellame noto come Gombrun, dal nome di un importante porto sul Golfo Persico da cui veniva commerciato verso Occidente. L’estrema leggerezza dei manufatti, a pareti sottili, è accentuata da ornati traforati a “chicco di riso”, visibili sulla parete di questa coppetta.

Riconoscimenti: storia

Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza

Presidente
Eugenio Maria Emiliani

Direttore
Claudia Casali

Segretario Generale
Giorgio Assirelli

Conservatore
Valentina Mazzotti

Segreteria
Emanuela Bandini
Federica Giacomini
Monica Gori

Ufficio amministrativo
Rita Massari
Elisabetta Montuschi
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Allestimenti
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Catalogo e restauro
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con la collaborazione di
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Archivio fotografico
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Servizi informatici
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Ufficio Stampa e comunicazione
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con la collaborazione di
Cooperativa Atlantide, Ravenna
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Daniela Brugnoto
Anna Gaeta

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con la collaborazione di
Elena Dal Prato
Marcela Kubovova

Archivio storico
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Servizi di accoglienza
Marco Attanasio
Paola Baldani
Angela Cardinale
Emanuela Ghetti
Norma Sangiorgi

Soci Fondatori
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Provincia di Ravenna
Camera di Commercio
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Fondazione Cassa di Risparmio di Cesena
Fondazione Banca del Monte e Cassa di Risparmio Faenza
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Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna
Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini
Banca di Romagna – Gruppo Cassa di Risparmio di Cesena
Credito Cooperativo Ravennate e Imolese
CNA Ravenna
Confartigianato della Provincia di Ravenna
Cometha Soc. Coop. p.a.
Confindustria Ceramica
Diemme S.p.A.
GI.MO Gruppo Immobiliare
Sacmi Imola s.c.
GVM CARE & RESEARCH
Cooperativa Cultura e Ricreazione
In Cammino Società Cooperativa Sociale Onlus
Zerocento Società Cooperativa Sociale Onlus

Consiglio di Amministrazione
Vittorio Argnani
Giancarlo Dardi
Alberto Mazzoni
Alberto Morini

Revisore unico
Romano Argnani

GUIDA del Museo Internazionale delle Ceramiche in Faenza
a cura di
Claudia Casali e Valentina Mazzotti

Testi di
Claudia Casali
Roberto Ciarla
Antonio Guarnotta
Fiorella Rispoli
Gabriella Manna
Valentina Mazzotti
Stefano Anastasio

Schede scientifiche
Elena Dal Prato

Glossario
Elena Dal Prato
Dario Valli

Traduzioni
Elisa Paola Sani
con la collaborazione di
Monica Gori

Redazione
Claudia Casali e Valentina Mazzotti

Crediti fotografici
Archivio MIC, Elena Giacometti

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
In alcuni casi, la storia potrebbe essere stata realizzata da una terza parte indipendente; pertanto, potrebbe non sempre rappresentare la politica delle istituzioni (elencate di seguito) che hanno fornito i contenuti.
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