Cretto G 1, 1975 di Alberto Burri

Touch & Hold

Nel 1973 Burri esordiva ancora con una nuova materia ed un nuovo procedimento: con i Cretti, ottenuti con un impasto di materiali diversi messo ad essiccare, riemergeva l’attitudine sperimentale dell’artista, presente sin dall’epoca delle Muffe, verso i sommovimenti e le reazioni delle materie.

Nei Cretti il procedimento di essiccazione della materia non conservava nulla di spontaneo ed era controllato dall’artista che riusciva a ponderare in queste opere tanto gli aspetti cromatici quanto quelli compositivi.

Il gesto creativo dell’artista si eclissa dietro quella che appare a chi guarda l’epifania della materia manifestata nella singola particella così come nell’insieme del dipinto. L’esito di questo lavoro è una pittura con una valenza ancora una volta fortemente plastica, considerando che la profondità e lo spessore della rete di fessurazioni creano nella materia monocroma, puro bianco o puro nero, singolari effetti di luce e forma.

I Cretti bianchi o neri creano effetti diversi e speculari: “Nei neri lo spazio si costituisce in contesto, nei bianchi il segno mantiene le ragioni del racconto recuperandone i dettagli interni. Mentre il nero assorbe il frammento, il bianco solleva i bordi delle tessere suscitando uno sciame di piccoli eventi ingovernabili. Due esecuzioni dello stesso spartito”
(Tomassoni 1996, p. 35).
In Cretto G 1, come negli altri Cretti di colore bianco, la luce si insinua nel reticolo della craquelure, riuscendo a ottenere un effetto quasi grafico.
Cretto G 1 venne esposto per la prima volta in occasione della retrospettiva dedicata nel 1976 a Burri dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

La rete delle fessurazioni non evoca il doloroso solco di una ferita, semmai ingrandisce il particolare della crettatura, sinonimo di degrado conservativo per molti dipinti delle epoche passate, soprattutto ad olio.
Dopo l’acmé drammatico delle Plastiche, le opere degli anni Settanta e Ottanta esibiscono il senso di un equilibrio formale ormai raggiunto. Quando nel 1985 Burri accolse l’invito del sindaco di Gibellina e realizzò il Grande Cretto nella Città vecchia che nel 1968 era stata distrutta dal terremoto, compì un intervento di arte ambientale unico nel suo percorso e di singolare importanza se confrontato con altre esperienze analoghe. Trasformando i resti della città nell’alternanza di pieni e dei vuoti delle crepe del cretto, Burri riusciva, grazie alla forza trasfigurante dell’arte, a infondere sulle rovine di Gibellina un nuovo alito di speranza e di vita.

Cretto G 1 by Alberto BurriLa Galleria Nazionale

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