riesco a dire cos'è, non lo posso portare come esem
pio, non c'è un termine che mi faccia sentire. Man-
giamo con la sensazione che tu devi andare a studio,
ritorni la sera con la sensazione che ti devi ricaricare e
la mattina parti per studio, questa è la visione che
ho io. Anche quando siamo all'Elba che non vuoi an-
dare sulle rocce, perché? Perché vuoi lavorare a un
disegno, a un progetto, a una cosa, sempre con l'ac-
cusa che io strappo del tempo al tuo lavoro; quello
che dedichi a me è il riposo pomeridiano, e dopo si
lavora. Non abbiamo girato l'isola mai, non facciamo
una passeggiata, incontriamo delle persone sempre
se
è per il lavoro, ci siamo ristretti il mondo a chi si
occupa del tuo lavoro, e quello chiunque sia, tonto
intelligente becero_non importa, è il lavoro. Devi ca-
pisto che tutta la nostra vita è strutturata sul lavoro,
ma tutta, non che poi stiamo insieme, insieme per
noi due non ci stiamo mai. E' un riposo, una pausa dal
Tavoro. Il momento vitale, cosciente, attivo, la terra
promessa è il lavoro. Io vivo questo, non ti posso
dire il momento a cui si deve rimediare perché è tutto
un insieme, tutto un concatenamento Se poi se ne
parla piú a fondo tu ancora pretendi e pensi che io ti
prendo troppo tempo, che parlo troppo, che rompo le
palle, che metto questioni che non c'entrano; sei sem-
pre ostico, ostile alla parte che riguarda me e te. Che
io non la concepisco come una cosa idilliacche ti
deve distrarre dal lavoro. Ma che tu abbia la mente
su quello che noi siamo, su quello che accade fra di
noi ... Non è che tu lavori, è il significato che dai al
tuo lavoro: il lato immaginario, emotivo, ideologico
che metti nel lavoro. Forse non è neanche il fatto che
frequenti della gente cosí alienata intorno all'arte ...
E' che tu devi rivendicare che quella gente è necessa-
ria, che il tuo lavoro è necessario, che la cosa piú im-
portante del mondo è quella, che tu vuoi fare quello,
che il resto non è cosí importante: è l'appropriazione
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di quello che fai, non è quasi quello che fai. Capisci
che voglio dire? Pensaci, adesso staremo soli avre-
mo Ha pensare a queste cose. Io non vengo a studio
perché è il luogo che tu metti a discriminante fra noi,
è il posto dove tu vuoi inserire qualcuno se io non
ci sono, dove vuoi essere libero, autonomo, creativo.
E' un posto mitico.
P. No, Carla, ti sbagli. Se prendi un uomo politico
fa la mia stessa vita, se pigli qualsiasi altro uomo vuo-
le fare la stessa mia vita. Dipende dall'uomo, dipende
che non c'è altro da fare, dipende che non si sa altro
da fare. Perché tu hai l'immagine di una vita libera,
pacifica, felice, allegra, di viaggi, di viaggetti ...
C. Ma no di viaggi e viaggetti. Anche di lavoro.
P.... di passeggiate, tu hai questa immagine qui. Hai
capito?
C. Io posso anche stare a studio, posso starti vicino,
se non sento questo mito di cui devo essere complice.
P.
Ed è cosí, ci vuole un complice, ci vogliono dei
complici altrimenti si ha la sensazione di trovarsi dei
nemici. Se non c'è un complice vicino non si può
stare.
C. Va beh, Pietro, allora non c'è niente da fare, sei
tu che metti la cosa cosí.
P.
Non si può, lo capisci, rubare con uno che ti
guarda senza che partecipi al furto.
C. Questo furto che viene dato proprio come inelut-
tabile
P. No, allora cambio esempio. Non si può fare l'amo-
re mentre l'altro fischia, ecco.
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