1588

Commesso Fiorentino

Unioncamere

“Con l'istituzione nel 1588 della Galleria dei Lavori da parte di Ferdinando I de' Medici, l'arte del Commesso Fiorentino raggiunse vertici di grande virtuosismo, diffondendo la sua fama e le sue opere in tutta Europa”

La Storia

La storia del commesso in pietra dura a Firenze si intreccia strettamente con quella della famiglia Medici.

Collezionisti di oggetti in pietra dura già nel Quattrocento, i Medici nel secolo successivo continuarono a coltivare la passione per questa forma di arte sino a istituire, nel 1588, una manifattura ad essa dedicata.  Fu, infatti, Ferdinando I de’ Medici a dare stabile ordinamento alle varie officine a servizio dei Granduchi, riunendole sotto il nome di Galleria dei Lavori, in seguito nota come Opificio delle Pietre Dure. 

Il primo impegno artistico e finanziario della Galleria fu volto a un progetto quanto meno ambizioso: il rivestimento di pietre policrome del grandioso mausoleo familiare, presso la Basilica di San Lorenzo di Firenze, che doveva custodire le sepolture della dinastia medicea e la cui realizzazione si protrasse per oltre duecentocinquanta anni.

Il nuovo Granduca, inoltre, si prodigò per garantire al laboratorio di corte un primato artistico riconosciuto in tutta Europa grazie alle sue sofisticate realizzazioni.

Il progresso tecnico del commesso fiorentino alla fine del XVI secolo arrivò a raggiungimenti altissimi: dalle composizioni geometriche in pietre dure e dagli ornati astratti di pietre tenere, tipici dell’intarsio romano, si passò a complessi temi pittorici. Il mosaico fiorentino ambì a farsi “pittura di pietra”, avvalendosi delle infinite possibilità della tavolozza naturale delle pietre e della sapiente precisione degli artefici nel taglio delle sezioni lapidee.

Nel 1737 con l’estinguersi della dinastia medicea, il Granducato venne retto dagli Asburgo – Lorena. Il periodo lorenese, durato fino al 1859, vide proseguire la fortuna artistica della Manifattura e dei suoi lavori, in virtù della realizzazione di prestigiosi oggetti artistici, destinati ad arredare le dimore granducali o ad essere donati ai Grandi di tutta Europa.

Con il Regno d’Italia e la fine del Granducato di Toscana, venne a mancare il principale committente dell’Opificio, che subì una grave crisi e rischiò la chiusura. Ma la lunga tradizione e l’abilità tecnica delle maestranze furono convertite dal nuovo direttore Edoardo Marchionni all’attività nascente del restauro.

Quasi un secolo dopo, il settore di Commesso in pietra dura dell’Opificio, discendente in linea diretta dal laboratorio artistico fondato dai Medici, coltiva e tramanda tutt’oggi la sofisticata manualità, che consente di restaurare i mosaici di pietre pregiate ad un altissimo livello di specializzazione.

L'Opificio delle Pietre Dure

L'Opificio delle Pietre Dure è un Istituto autonomo del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, la cui attività operativa e di ricerca si esplica nel campo del restauro delle opere d'arte, sul territorio italiano e in ambito internazionale.

L'Istituto ha origini composite, frutto di un’antica e illustre tradizione e di una moderna e articolata attività, già evidenti nella sua insolita denominazione.

Nato per volere di Ferdinando I de' Medici nel 1588, come manifattura per la lavorazione di raffinati arredi in pietre dure, l'Opificio venne trasformando la sua attività lavorativa, negli ultimi decenni del secolo XIX, in attività di restauro, prima dei materiali prodotti durante la sua plurisecolare storia, per poi ampliare dal 1975 la propria competenza verso una vasta gamma di manufatti artistici.

Il brillante passato dell'Opificio rivive nel raffinato Museo che abbraccia tre secoli di attività della manifattura granducale e in particolare nel Laboratorio di Mosaico e Commesso in Pietre dure, l'unico laboratorio al mondo in grado di produrre e restaurare opere eseguite con questa tecnica assai complessa.

Tre le sedi dell’Opificio a Firenze: quella storica di via degli Alfani; quella della Fortezza da Basso e la Sala delle Bandiere in Palazzo Vecchio dove si restaurano gli arazzi.

Oggi l'attività dell'Istituto si articola per Settori di restauro e di ricerca individuati in base ai materiali costitutivi delle opere d’arte. Dispone altresì di un Laboratorio scientifico chimico, fisico e biologico, nonché di un servizio di Climatologia e conservazione preventiva.

La sua attività si estende anche all'estero, sia in forma di cantieri operativi che di consulenze tecnico-scientifiche, rivolgendosi dietro richiesta, a tutti i beni di interesse storico-artistico.

L'Istituto è sede di una delle Scuole di restauro ufficiali dello Stato, definita di Alta Formazione: essa accoglie ogni anno, dopo una severa selezione, allievi provenienti anche da paesi extraeuropei e rilascia la laurea di restauratore di opere d’arte, a conclusione di un percorso didattico nel quale lo studio teorico affianca l'attività pratica.

Un network di collaborazioni internazionali garantisce anche l’opportunità di stage formativi presso i vari laboratori di restauro, aperti a studenti di tutto il mondo interessati ad una specializzazione nel campo della conservazione.

Nella ormai quarantennale attività condotta dall’Opificio sono stati realizzati centinaia e centinaia di restauri, molti dei quali su opere tra le più significative dell'arte mondiale.

In particolare si ricordano: Alchemy di Jackson Pollock della collezione Guggenheim, la Croce di Giotto in Santa Maria Novella a Firenze, la Madonna del cardellino di Raffaello, l’Adorazione dei Magi di Leonardo da Vinci, il San Matteo di Michelangelo, il pulpito di Donatello per il duomo di Prato, gli affreschi di Piero della Francesca ad Arezzo e quelli di Leonardo presso il Castello Sforzesco di Milano, la Porta del Paradiso e la Porta Nord del Battistero di Firenze di Lorenzo Ghiberti, i mosaici sempre del Battistero fiorentino e quelli di Madaba in Giordania; infine alcuni opere in commesso di pietre dure provenienti da Los Angeles, Madrid, Lisbona e Vienna.

Il Commesso Fiorentino

La parola “commesso” deriva dal verbo latino “committere”, mettere insieme, unire.

Tale è la denominazione usata da sempre per indicare queste particolari opere d’arte formate da tante piccole sezioni di pietra dura, sagomate secondo un determinato disegno e quindi accostate con estrema precisione le une alle altre.

Il realismo della composizione è reso possibile grazie alle naturali cromie delle pietre dure, che con le loro ricche modulazioni cromatiche permettono di raggiungere effetti di grande pittoricismo.

All’estro della Natura si aggiunge poi l’abilità dei commettitori, che grazie alla loro esperienza riconoscono già nel materiale grezzo le potenzialità pittoriche di ogni pietra, e, sostenuti da una sapiente manualità, sono in grado di sfruttarle come il pittore con la tavolozza dei colori.

Il complesso ciclo operativo che approda alla realizzazione di un commesso fiorentino è sostanzialmente rimasto immutato nei secoli fino ai giorni nostri. Ciò che accomuna i nobili esempi granducali ai prodotti realizzati tutt’oggi a Firenze sono innanzitutto la ricchezza e la varietà delle materie prime, ma anche l’esecuzione tutta manuale del lavoro, che si avvale di strumenti tradizionali.

Prendendo spunto da un modello pittorico, l’operatore realizza un lucido in cui l’immagine di partenza è scomposta in piccole sezioni, così da ottenere una mappa di riferimento per l’esecuzione dei pezzi che andranno a comporre l’intarsio.

Selezionate le pietre più idonee alla resa pittorica finale, le singole sezioni del lucido vengono riprodotte su carta e ritagliate: ogni modello sarà incollato sulla fetta di pietra prescelta con collante naturale, nella zona che presenta la tonalità cromatica voluta; la mascherina di carta servirà da modello guida durante il taglio, suggerendo all’operatore l’andamento da seguire per dare forma alla sezione lapidea.

Gli attuali banchi da taglio ripropongono un modello di derivazione cinquecentesca, consistente in un piccolo tavolo da lavoro ligneo a cui è fissata una morsa, necessaria per bloccare la fetta di pietra in posizione verticale e tenerla ben ferma. Il taglio si effettua muovendo avanti e indietro un ramoscello di castagno incurvato e sotteso da un filo di ferro dolce. A ogni movimento dell’archetto corrisponde il passaggio di una spatola metallica, intrisa di acqua e polvere abrasiva. L’azione combinata di filo e abrasivo consente il taglio della pietra, ma secondo un andamento esclusivamente verticale: è compito dell’operatore ruotare sulla morsa la fetta di pietra così da guidare il taglio lungo il perimetro della mascherina di carta.

I bordi delle sezioni così tagliate vengono ulteriormente rifiniti con passaggi di lime diamantate affinché le linee di giunzione tra i vari pezzi risultino perfettamente combacianti e per questo impercettibili. Una volta provata la perfetta coincidenza, le sezioni sono unite tra loro da rovescio mediante l’impiego del solito collante naturale sciolto a caldo.

Dopo aver composto gli elementi principali della raffigurazione, questi vengono a loro volta incassati alla lastra di fondo sempre con l’ausilio del taglio ad archetto e delle lime per ottenere la perfetta connessione, e infine fissate con collante naturale.

Il commesso risulta così completato e manchevole solo della lucidatura finale, necessaria per accendere di lucentezza le modulazioni cromatiche delle pietre.

A tal fine le superfici vengono sfregate ripetutamente con acqua e abrasivi di grana via via più sottile, trascinati da un blocchetto di pietra.

E’ con questa operazione che le pietre dure acquistano la luminosa accensione cromatica che tanto le valorizza: una volta ultimata la lucidatura, infatti, le pietre manterranno uno splendore inalterabile, vanto di questo tipo di preziosi manufatti e risposta adeguata alla ricerca di perennità che aveva affascinato tanto i loro artefici e committenti.

Gli strumenti

L’antica Manifattura granducale ha lasciato in eredità non solo i preziosi materiali lapidei, ma anche l’esecuzione tutta manuale del lavoro, che si avvale ancora oggi di strumenti tradizionali.

Questi, conservati nel Museo dell’Opificio e presenti al tempo stesso nei suoi laboratori, risalgono alla fine del secolo scorso, ma ripropongono sostanzialmente invariati i modelli più antichi.

Si tratta di un’attrezzatura molto varia, in particolare per  l’esecuzione della tecnica del commesso fiorentino è esposta la serie di banchi da taglio con i rispettivi archetti.

A questi si aggiungono le diverse tipologie di compassi, di trapani a mano, i “gattucci”, utensili che consentivano l’esecuzione d’incisioni pulite e tagli netti di pannelli lapidei; le “rande”, strumenti studiati con molta ingegnosità per eseguire con un movimento manuale tagli di lastre piane in forma ovale o circolare. Infine le lime diamantate per rifinire le singole sezioni e rendere assolutamente impercettibili le linee di giunzione.

Diaspro di Volterra bruciato

Uno dei materiali più sfruttati dalla Manifattura fu il Calcedonio di Volterra e in particolare la sua varietà di Diaspro giallo, famoso per i suoi modulati cangiantismi.

Estratto soprattutto nella zona di Monterufoli, veniva cavato con sistematica periodicità e preparato per l’anno successivo.

Il Diaspro veniva, infatti, sotterrato e sottoposto a riscaldamento tramite braci ardenti; quindi veniva raffreddato lentamente, cosicché la pietra dai toni naturalmente gialli assumesse tonalità rosso ocracee, che ben si confacevano alle esigenze pittoriche proprie della Manifattura.

Credits: Story

Curatore — Laboratorio di Commesso Fiorentino dell'Opificio delle Pietre Dure

Credits: All media
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