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Le storie di Regium Lepidi nel Portico dei Marmi

Da Musei Civici di Reggio Emilia

Benvenuti a Regium Lepidi

Ci troviamo nel Portico dei Marmi dei Musei Civici di Reggio Emilia: qui sono esposte le iscrizioni di Regium Lepidi, una piccola città romana del Nord Italia. La città era posta lungo la via Emilia, una strada che attraversa tutta la Pianura Padana, costruita dagli antichi romani durante la conquista dell’Italia. Subito fuori dalla città, lungo la grande strada, si distendeva la necropoli, il cimitero: file di tombe, alcune grandi e maestose, raccontavano la storia degli abitanti della città.

I Romani raccontavano, attraverso le tombe, gli aspetti più importanti della loro vita a cominciare dalle relazioni: sposi innamorati, figli di cui andare orgogliosi, schiavi e liberti considerati parte della gens, commilitoni, colleghi. Una rete di relazioni che andava ben oltre la famiglia di sangue e che qualificava il ruolo di ogni individuo nella società.

Il sepolcro

L’area di sepoltura veniva consacrata attraverso riti religiosi molto antichi e posta sotto la protezione degli dei Mani, gli antenati della famiglia. Violare il sepolcro era un atto grave: a volte venivano incise sulle lapidi le dimensioni dell’area, per evitare sconfinamenti, oppure minacce di multe o maledizioni, o ancora formule che vietavano di seppellire altri familiari. Le dimensioni della tomba riflettevano la ricchezza delle famiglie.

Il rito funerario tradizionale era diviso in vari momenti. Dopo la morte i parenti del defunto ne pronunciavano il nome, lavavano il corpo e si esibivano in lamenti rituali. Il corpo veniva poi trasportato fuori dalla città, nella necropoli, e prima di seppellirlo o cremarlo veniva aggiunta una moneta per pagare il traghettatore di anime, Caronte.
La fiaccola rivolta a terra, che talvolta è rappresentata sui monumenti funerari, è uno dei simboli della vita che si è spenta.

Madri e Figlie

Ai lati della statua di Gaetano Chierici, fondatore del museo, si trovano due altari funerari rinvenuti vicini, che narrano la storia di una madre e di una figlia, Hermione e Graphis. Le due donne erano schiave della famiglia “Iulia” e molto amate dai loro padroni. Anche se gli schiavi per la legge erano proprietà e non persone, nelle grandi famiglie romane venivano riconosciuti anche a loro affetti e legami familiari. Alla piccola Graphis viene concesso di ricordare Hermione come sua madre

Cippo funerario del seviro Quinto Giulio Callinico e della schiava Ermione (inizio II sec. d.C.) di autore sconosciutoMusei Civici di Reggio Emilia

Quintus Iulius Callinicus e la sua schiava Hermione sono sepolti insieme. A piangerli sono Quintus Iulius Alexander e la piccola Graphis, figlia di Hermione, come lei nata schiava.
Callinicus era un seviro, cioè membro di un collegio di sei sacerdoti pubblici addetti al culto dell’Imperatore.

Ara funeraria della piccola liberta Giulia Grafide (inizio II sec. d.C.) di autore sconosciutoMusei Civici di Reggio Emilia

Iulia Graphis morì a 15 anni.
Sulla sommità del monumento sono scolpite due pigne con al centro una rosa, simbolo forse della vita spenta nel fiore degli anni.
Nella sua tomba sono stati trovati anche 14 piccoli oggetti in piombo: un servizio da tavola in miniatura, che simboleggiava i giochi che usava da bambina per prepararsi ad essere moglie. Se solo la morte non l’avesse portata via troppo giovane...

I giocattoli di Iulia Graphis (crepundia) (Età romana) di autore sconosciutoMusei Civici di Reggio Emilia

Questi piccoli oggetti sono stati trovati nei pressi della tomba di Iulia Graphis. Facevano parte del corredo funebre e avevano un significato simbolico. Le bambine, in epoca romana, avevano l'abitudine di donare i propri giocattoli alle divinità una volta giunte all'età adatta per sposarsi. Iulia non aveva potuto farlo, perchè era morta prematuramente.
Questi giocattoli, forse creati appositamente per essere deposti nella tomba insieme a lei, esprimevano la tristezza dei parenti per il futuro di moglie e madre che le era stato negato.

La famiglia e la "gens"

La gens era un insieme di famiglie legate tra loro da vincoli di parentela e un antenato comune. Gli uomini e le donne nati in una gens portavano un nome comune che assomiglia al nostro cognome. Nella lapide al centro erano deposti alcuni membri della gens degli Audaei: Titus Audeus Equalis, che paga lo terreno e il monumento, suo fratello, sua madre e in seguito Munatia Sperata, una donna di un’altra famiglia. Datazione: I-II secolo d.C.

Lastra funeraria degli sposi Caio Nevio Dromone e Nevia Filumina, liberti (II sec. d.C.) di autore sconosciutoMusei Civici di Reggio Emilia

Questa iscrizione ricorda due sposi, entrambi liberti di una donna della gens Naevia: il loro felice matrimonio è durato ben 55 anni. In fondo al testo i due sposi hanno inserito una formula per evitare che la tomba fosse lasciata in eredità e altre persone venissero sepolte con loro, disturbando la loro intimità.

Cippo funerario del seviro Quinto Vennonio Felice e del liberto Abile (inizio II sec. d.C.) di autore sconosciutoMusei Civici di Reggio Emilia

Status sociale

Questa stele apparteneva a Vennonius Felix e ad Habilis, il suo liberto. Vennonio sceglie di raccontare della sua vita solo il suo ruolo di seviro. I seviri avevano funzioni a metà tra il sacerdotale e il pubblico, connesse al culto imperiale. Era una carica prestigiosa: per i liberti ricchi era un importante trampolino di lancio in società, perché agli ex schiavi era vietato accedere alle altre cariche pubbliche.

Il sèviro Herennius Ianuarius dedica questa stele all’amico e collega Titus Atilius, un sacerdote Claudiale. L’epigrafe, quindi, suggerisce l’esistenza anche a Regium Lepidi di luoghi destinati al culto dell'imperatore Claudio, a cui la città era particolarmente riconoscente, per il quale i Claudiali organizzavano giochi, feste e riti.
Datazione I sec. d.C.

Cippo dedicato a Caio Fundanio Eucaristo (II metà I sec. d.C.) di autore sconosciutoMusei Civici di Reggio Emilia

La tomba appartiene a Caius Fundanius Eucharistus e mette in evidenza che era stato sacerdote claudiale.

La sigla V.F indica che Eucharistus si è fatto costruire la tomba quando era ancora in vita, probabilmente per far leggere a tutti i viandanti che passavano davanti alla necropoli la carica che aveva ottenuto.
Sui lati è scolpito un putto alato con una fiaccola rovesciata, simbolo della vita che si è spenta.

La tribù

Le tribù in origine erano una sorta di “circoscrizione elettorale”. Tutti i cittadini romani con pieni diritti civili dovevano essere iscritti in una delle 35 tribù. I cittadini di Regium Lepidi erano iscritti nella tribù Pollia, quelli di Brixellum (Brescello) nella tribù Arnensis. All’inizio della conquista romana aggiungere il nome della tribù dimostrava che si era cittadini romani e non indigeni. Gradualmente i popoli dell’impero acquisiscono la cittadinanza romana e solo chi moriva lontano da casa citava ancora la tribù, per ricordare la terra natale. L’iscrizione al centro appartiene a Publius Attiedius e Salia, forse sua moglie. Questa lastra è una delle più antiche di Regium Lepidi ed è particolare perchè nomina la tribù Pollia ("POL"). Datazione: I secolo a.C.

Ara della gens Metellia (II sec. d.C.) di autore sconosciutoMusei Civici di Reggio Emilia

I militari

L’altare della famiglia dei Metelli, che raffigura un soldato armato, è dedicato dai fratelli Florus e Florentinus ai familiari defunti. Tra questi, sia il padre che il fratello Florinus erano stati militari a Roma: il padre era diventato un Veterano, Florinus che era un urbaniciano, era morto troppo presto, a 23 anni. Gli urbaniciani erano soldati appartenenti a un corpo che aveva il compito di garantire la sicurezza all'interno della città di Roma.

Nel Cinquecento l'altare dei Metelli venne ritrovato in un campo della nobile famiglia degli Erasmi e trasportato in città per essere murato all’esterno del loro palazzo. In quella occasione venne aggiunta su uno dei lati questa iscrizione commemorativa.

Gli schiavi

Nell’antica Roma gli schiavi potevano essere considerati come “strumenti parlanti” o, al contrario, amati e trattati come familiari. Le loro condizioni di vita variavano da una famiglia all’altra. Si poteva diventare schiavi per l’impossibilità di pagare un debito, perché catturati in guerra o per nascita. Quella al centro è l'iscrizione di Agathyrsus, “servus publicus” della città di Regium Lepidi, posta da Catia Ianuaria, liberta e sua compagna nella vita. Gli schiavi o servi pubblici, aiutavano pubblicamente i magistrati e i sacerdoti nelle loro funzioni e svolgevano altri lavori per la comunità cittadina. Datazione fine del I secolo a.C.

Nell’antica Roma gli schiavi venivano utilizzati per moltissimi compiti, potevano essere venduti e anche uccisi, ma a volte erano molto amati dai loro padroni.
Gli schiavi, sottoposti all’autorità illimitata del "pater familias", spesso veniveno liberati, come riconoscimento del loro lavoro, ed entravano a far parte della famiglia come liberti.

Quella al centro è la stele di Celius Eperastus, un ex schiavo che ha voluto includere nella sua tomba anche tutti i suoi stessi liberti e liberte.
Datazione: seconda metà del I secolo d.C.

Cippo funerario di Cornelia Melapio (fine I sec. d.C.) di autore sconosciutoMusei Civici di Reggio Emilia

Le donne

La condizione delle donne nel mondo romano cambiò molto nel corso della storia. Anche se furono sempre sottomesse a un sistema patriarcale ed escluse dalle cariche pubbliche, con il tempo le donne ottennero maggiori diritti, tra i quali quello di possedere ed ereditare beni, compresi gli schiavi, e di liberarsi dalla tutela di un uomo: di essere cioè totalmente padrone di sé stesse. Questo cippo apparteneva ad una liberta della gens Cornelia: la C rovesciata indica che è stata liberata da una donna. Il suo nome da schiava era Melapio, “gote di mela”.

Lastra con dedica a Quinta Nonia Rufa (I sec. d.C.) di autore sconosciutoMusei Civici di Reggio Emilia

La lastra ricorda due donne, Quincta Nonia Rufa e a Nonia Quinctula, figlia di Quinctus.
I loro nomi nascondono degli indizi sui loro legami di parentela. Quincta Nonia Rufa è forse una liberta, il suo padrone si chiamava Quinctus Nonius. E’ possibile che Quinctus Nonius abbia liberato Rufa, l’abbia sposata legalmente e abbia avuto da lei una figlia nata libera, Quinctula.

Il nome dei romani si componeva di più parti. Tutti i nati liberi avevano un "nomen" comune a tutta la gens (il nostro cognome). I maschi avevano anche un “praenomen” e un terzo nome, il “cognomen”, simile al nostro soprannome. Le donne invece avevano solo il "nomen" della gens a cui appartenevano, e qualche volta ricevevano anche un “cognomen”, per distinguere sorelle e parenti. I liberti acquisivano il nomen del padrone e come “cognomen” mantenevano il nomignolo che portavano da schiavi.

Stele funeraria della gens Pettia (I d.C.) di autore sconosciutoMusei Civici di Reggio Emilia

La liberta Pettia Ge, da viva, pose questa iscrizione per sé, per il suo patrono Caio Pettio Pilade e per il liberto Caius Clodius Antiocus, forse suo marito.
Successivamente sono state aggiunte Pettia Sperata e Pettia Sige, forse liberte di Pettia Ge.
I tre personaggi sepolti in origine furono forse di origine greca a giudicare dai loro nomi.
In basso sono scolpiti gli strumenti di lavoro di Antiocus, che era un marmorario: scalpello, martelli, archipendolo, filo a piombo, squadra.

Al centro sono scolpiti a bassorilievo un uomo e una donna che si stringono la mano destra: i loro volti sono andati perduti.

I vestiti, gli oggetti e la loro posizione sono caratteristici della rappresentazione del cittadino romano e del matrimonio legittimo.
Con questo monumento, particolarmente prestigioso, Pettia Ge, una ex schiava, voleva dimostrare il livello di benessere e lo status sociale da lei raggiunto.

Questa è di gran lunga la lapide più poetica di tutti il portico, e appartiene a Tinuleia Musa, che si rivolge direttamente a noi dicendo: ”Se coloro che se ne sono andati dalla luce gioiscono della voce dei vivi, questo sepolcro rivela che piacqui al mio patrono. Dopo un funerale imponente, con la sua abituale bontà, mi calò nella tomba. In questo modo ha fatto sì che tutti dicano che sono una defunta felice perché sono piaciuta al mio patrono”.

AVE ATQUE VALE
Ora che avete conosciuto alcuni degli abitanti di Regium Lepidi attraverso le parole che hanno scritto nella pietra, venite in Museo a incontrarli, vi aspettiamo tutti insieme per raccontarvi altre storie.

Riconoscimenti: storia

I Musei Civici di Reggio Emilia ringraziano

Google Cultural Institute

Annalisa Rabitti, ass. alla Cultura

Massimo Magnani, dir. Area Competitività e innovazione sociale

Progetto a cura di:

Georgia Cantoni, coordinamento

Testi: Georgia Cantoni, Chiara Ferretti, Valentina Uglietti

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
In alcuni casi, la storia potrebbe essere stata realizzata da una terza parte indipendente; pertanto, potrebbe non sempre rappresentare la politica delle istituzioni (elencate di seguito) che hanno fornito i contenuti.
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