La donna barbuta (2000) di Alessandra SpranziLa Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
Non c’è tristezza nella donna barbuta, c’è anzi una
serenità selvaggia, pervasiva, una serenità inquieta, a
volte una malinconia mista a pace. La donna barbuta
percorre i suoi prati, i suoi sentieri, è sola, nel silenzio,
lontano dal brusio, dai sorrisi sprecati. Riconosce il
lontano e il vicino, le stagioni che arrivano e che vanno,
le ombre della sera. Sa che stare al mondo è sfidarlo,
pungerlo, provocarlo. È scegliere di starci.
Alessandra Spranzi
Alessandra Spranzi
(Milano, 1962. Vive e lavora a Milano)
La macchina fotografica è un diaframma che da un lato ci separa dalle cose e dall’altro ci aiuta metterle a fuoco.
Alessandra Spranzi usa la fotografia come modo di guardare e di reinventare il mondo: del processo fotografico non le interessa la tecnica (in questo senso “non è una fotografa, ma un’artista che utilizza la fotografia”), ma le singole operazioni che la caratterizzano e che oscillano tra la documentazione del dato reale e la sua costruzione.
“Raccogliere, avvicinare, mettere insieme, far incontrare, è un modo per riorganizzare, o sorprendere, la visione e il pensiero, per rimettere in gioco la natura enigmatica dell’immagine fotografica che continuamente ci interroga” scrive l’artista.
Anche quando usa il collage, o ri-fotografa immagini trovate e ricomposte sul tavolo di lavoro, o le stampa in una tecnica diversa, le ingrandisce, ne isola un dettaglio, si muove nei limiti – o meglio nelle possibilità – del fotografico.
Se tutto è già contenuto nella realtà, il nostro compito è quello di restituirle la capacità di meravigliarci e sorprenderci attraverso un gesto, anche minimo, come è quello di guardare: “lo svelamento, il portare alla luce o strappare all’oscurità, è anche l’operazione della fotografia”, dice Spranzi.
Queste azioni prendono poi corpo sotto forma di serie fotografiche e di libri d’artista, utilizzando spazio e pagina come luoghi diversi e necessari di enunciazione.
La donna barbuta in mostra presso la Galleria Nazionale è una serie composta da trenta ritratti in bianco e nero, in un interno domestico e nel paesaggio di una campagna generica (un dentro e un fuori) di una donna a proprio agio nell’incontro con lo sguardo della macchina fotografica, a dispetto della sua eccezionalità.
La vediamo appoggiata a una pertica mentre dà le spalle a un campo arato, apparire dietro un cespuglio in fiore, sedere a un tavolo al mattino.
L’immagine della donna barbuta si è presentata all’artista come una condizione di estraneità rivendicata: basterebbe radersi, per rientrare nella normalità. Ma cosa perdiamo di noi, sottraendoci al nostro lato non addomesticato?
A guardare le fotografie sembra che in effetti che la donna barbuta sappia stare tra le cose con consapevolezza e serenità proprio per via del suo essere diversa.
La donna ritratta è l’artista, che realizza questa serie nel momento in cui fa esperienza della maternità, e dunque di una parte di sé animale e primordiale: “la barba, il ventre, il seno sono figure del divenire; di una armonica consentaneità naturale. Trasmettono la forza di un mistero presente e, infine, sono metafora della vita stessa”.
La barbuta è la donna quando prende forza dalla terra, e porta anche nel mondo civile la sua barba: la sua forza, la sua selvatichezza, la sua magia.
Cecilia Canziani
Alessandra Spranzi e Cecilia Canziani
Nel testo vengono citati: Simone Menegoi, 2014
e Francesco Durante, 2000
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