Federica Di Carlo

Unire il blu dell’atmosfera e quello del mare

Da La Galleria Nazionale

Astronaut’ s blow di Federica Di CarloLa Galleria Nazionale

Senza Colori

Prima di formarsi la sua atmosfera e i suoi oceani, la Terra doveva avere l'aspetto d'una palla grigia roteante nello spazio.

Come ora è la Luna: là dove i raggi ultravioletti irradiati dal Sole arrivano senza schermi, i colori sono distrutti; per questo le rocce della superficie lunare, anziché colorate come quelle terrestri, sono d'un grigio morto e uniforme.

Se la Terra mostra un volto multicolore è grazie all'atmosfera, che filtra quella luce micidiale.

Un po' monotono, - confermò Qfwfq, - però riposante. Andavo per miglia e miglia velocissimo come si va quando non c'è aria di mezzo, e non vedevo che grigio su grigio.

Niente contrasti netti: il bianco proprio bianco, se c'era, era nel centro del Sole e non si poteva neppure avvicinargli lo sguardo; di nero proprio nero non c'era neanche il buio della notte, dato il gran numero di stelle sempre in vista.
[...]

Gli incontri a quei tempi erano rari: eravamo così in pochi! Con l'ultravioletto per poter resistere bisognava non aver troppe pretese.

Soprattutto la mancanza d'atmosfera si faceva sentire in molti modi, vedi per esempio le meteore: grandinavano da tutti i punti dello spazio, perché mancava la stratosfera su cui adesso picchiano come su una tettoia disintegrandosi lì.

Poi, il silenzio: avevi un bel gridare! Senz'aria che vibrasse, eravamo tutti muti e sordi.

E la temperatura? Non c'era niente intorno che conservasse il calore del Sole: con la notte veniva un freddo da restarci duri.
[...]

Mi portai le mani alle orecchie assordate, e in quel momento sentii pure il bisogno di tapparmi naso e bocca per non aspirare la forte miscela d'ossigeno e azoto che mi circondava, ma più forte di tutti fu l'impulso a coprirmi gli occhi che mi pareva scoppiassero.

La massa liquida che si stendeva ai miei piedi era a un tratto diventata d'un colore nuovo, che m'accecava, ed io esplosi in un urlo inarticolato che di lì in poi doveva assumere un significato ben preciso: - Ayl! Il mare è azzurro!

Il grande cambiamento da tanto tempo atteso era avvenuto. Sulla Terra adesso c'era l'aria e l'acqua. E sopra quel mare azzurro appena nato, il Sole stava tramontando colorato anche lui, e d'un colore assolutamente diverso e ancor più violento.

Tanto che io sentivo il bisogno di continuare le mie grida insensate, tipo: - Che rosso è il Sole, Ayl! Ayl, che rosso!

Calò la notte. Anche il buio era diverso. Io correvo cercando Ayl, emettendo suoni senza capo né coda per esprimere quel che vedevo: - Le stelle sono gialle! Ayl! Ayl!

Federica Di Carlo

Federica di Carlo
(Roma, 1984. Vive e lavora tra Roma e Milano)

Blue Marble è il nome con cui è conosciuta la prima immagine della Terra scattata dallo spazio. Tra le nubi che la avvolgono si può riconoscere il Golfo di Aden, la costa orientale dell’Africa, e i ghiacci dell’Antartide.

Assuefatti alle immagini satellitari, è difficile oggi immaginare l’emozione provata dai due astronauti della missione Apollo17 che per primi videro il nostro pianeta da fuori, riconoscendo sulla sua superficie il profilo di continenti e mari non nella rappresentazione cartografica, ma come cosa viva.

In maniera simile il lavoro di Federica di Carlo sembra restituire meraviglia ai dati astratti e ai dispositivi che la scienza mette oggi a nostra disposizione per osservare l’Universo.

Liberare un arcobaleno in una stanza; unire il blu dell’atmosfera e quello del mare; farci guardare un paesaggio nuovo attraverso una visione lenticolare che lo sovverte, catturare un raggio di luce che è un limite labile e smaterializzato, sonorizzare lo spazio con un respiro sono alcune delle azioni che tradotte in opere permettono di avere una comprensione più profonda del mondo in cui viviamo.

Sopra questo livello ci sarà solo spazio libero è un lavoro realizzato appositamente per la mostra e prende il titolo dalla definizione con cui Theodor von Kármán descrisse il limite fisico che segna convenzionalmente il confine tra l’atmosfera terrestre e lo spazio esterno.

Al di sopra di questa linea, individuata a un’altezza di 100 km dal livello del mare, lo spazio è libero, non appartiene più ai singoli stati.

L’opera si compone di diversi elementi: un pannello solare usato per alimentare i satelliti o le stazioni spaziali, sul quale è tracciato un disegno che idealmente rappresenta il cosmo sopra la linea di Kármán; un testo che riporta all’interno dello spazio espositivo la linea di confine oltre la quale lo spazio si libera dal peso del mondo euna Polaroid dell’astronauta Samantha Cristoforetti.

Un close up del suo volto chiuso nel casco, mentre effettua un esercizio di compensazione del respiro, una tecnica che serve a prepararsi a gestire un "atmosfera" diversa dalla nostra.

“Per me è importante sottolineare l'esercizio di respirazione, perchè unito agli altri due elementi lavora sul concetto di superamento di ogni limite fisico, intellettuale o di genere respirando a fondo” dice l’artista. Oltre la linea di Kármán si apre lo spazio ancora mitico del cosmo. Da quella distanza da cui l’astronauta ci guarda, la Terra è una biglia piccola e lucente, lontana.

Cecilia Canziani

Riconoscimenti: storia

Federica Di Carlo e Cecilia Canziani
Nel testo viene citato: I. Calvino, Le Cosmicomiche [Capitolo V], Garzanti, Milano, 1991

Ringraziamenti: tutti i partner multimediali
In alcuni casi, la storia potrebbe essere stata realizzata da una terza parte indipendente; pertanto, potrebbe non sempre rappresentare la politica delle istituzioni (elencate di seguito) che hanno fornito i contenuti.
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